La Corte d’Appello di Torino ha disposto la cessazione immediata del trattenimento dell’imam Mohamed Shahin nel CPR di Caltanissetta, accogliendo uno dei ricorsi presentati dalla difesa. Lo riporta l’ANSA, secondo cui i giudici hanno ritenuto insussistenti gli elementi che potessero far ritenere Shahin una minaccia per la sicurezza dello Stato o per l’ordine pubblico. Il trattenimento derivava dal decreto di espulsione firmato dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e dal successivo provvedimento del questore di Torino del 24 novembre.
I giudici hanno esaminato i nuovi elementi presentati dagli avvocati di Shahin e hanno escluso “la sussistenza di una concreta e attuale pericolosità”. La Corte ha rilevato come il cittadino egiziano, presente in Italia da vent’anni e completamente incensurato, abbia dimostrato “un concreto e attivo impegno in ordine alla salvaguardia dei valori su cui si fonda l’ordinamento dello Stato italiano”.
Un passaggio decisivo nelle motivazioni riguarda l’archiviazione immediata, da parte della Procura di Torino, dell’indagine relativa alle frasi pronunciate da Shahin durante una manifestazione pro Palestina lo scorso ottobre: quelle espressioni non configuravano alcun reato. Ulteriori elementi reputati rilevanti includono la condotta pacifica dell’imam nel corso del blocco stradale del 17 maggio 2025, circostanza che la Corte definisce priva di profili di pericolosità.
Secondo la difesa, se tali elementi fossero stati conosciuti fin dall’inizio, “non si parlerebbe nemmeno di espulsione”: nessun atto riservato era infatti pendente in Procura, e l’impianto accusatorio si è rivelato privo di fondamento.
La decisione della Corte getta dunque nuova luce su un provvedimento amministrativo già giudicato controverso. Su questo aspetto Kritica.it si era già soffermata nelle scorse settimane, seguendo la vicenda sin dalle prime ricostruzioni legate al decreto ministeriale, fino alla notizia del trattenimento evidenziando criticità procedurali e il rischio di un utilizzo politico del concetto di sicurezza.
A commentare la pronuncia intervengono Marco Grimaldi, vicecapogruppo di AVS alla Camera, Alice Ravinale, capogruppo AVS in Piemonte, e i consiglieri comunali torinesi di Sinistra Ecologista, Sara Diena ed Emanuele Busconi. In una nota congiunta affermano:
“Se si fosse saputo prima che l’indagine era stata archiviata e che non c’era alcun atto secretato in Procura, oggi non parleremmo nemmeno di espulsione. È gravissimo che il ministro Piantedosi abbia costruito un decreto su basi inconsistenti, mentendo al Paese e alimentando un clima di sospetto verso una persona innocente e soffiando sul fuoco dell’islamofobia. Questa vicenda è l’ennesima dimostrazione di come si pieghi il concetto di sicurezza nazionale per fini politici. Shahin è stato privato della libertà senza motivo. La giustizia ha fatto il suo corso, ma il danno umano e civile resta. Ora il governo chieda scusa, cambi rotta e ritiri il decreto di espulsione: non si gioca con i diritti fondamentali delle persone.”
Il caso di Mohamed Shahin resta emblematico della tensione crescente tra garanzie costituzionali, gestione amministrativa della sicurezza e retorica politica: una tensione che, ancora una volta, mette al centro diritti fondamentali e responsabilità istituzionale.


