sabato 09/05/2026, 20:16

Per la prima volta in 59 anni, il suono del Takbeer non risuona dai minareti della Moschea di Al-Aqsa e le preghiere dell’Eid al-Fitr sono state vietate all’interno del suo santuario, lasciando i cortili vuoti e un silenzio opprimente ad avvolgere i suoi corridoi, che sono sempre stati il cuore pulsante per i fedeli e i Murabitun (i protettori della moschea di Al Aqsa, ndr). Quest’anno, il dolore dei palestinesi non è stato passeggero; il divieto di pregare è stato il culmine di una chiusura durata giorni, compresa la Laylat al-Qadr e gli ultimi dieci giorni del Ramadan, gettando un senso di lutto sui cuori della Prima Qibla.

Restrizioni senza precedenti alla libertà di culto

Ciò che sta accadendo oggi a Gerusalemme va oltre una semplice misura di sicurezza; la moschea, che ospita migliaia di fedeli, si è trasformata in un’arena di conflitto tra il diritto al culto e le politiche di controllo. La brutalità di queste violazioni è incarnata nelle testimonianze dei gerosolimitani; il giovane Mohammad al-Qudsi (15 anni) racconta l’amarezza dell’esperienza, dicendo: “Mi hanno impedito di entrare per pregare, e non si sono fermati lì; mi hanno picchiato violentemente mentre cercavo di pregare nel punto più vicino che potevo raggiungere.”

La questione non si limita ai giovani. Maryam (62 anni), abituata a pregare ad Al-Aqsa fin dall’infanzia, dice con amarezza: «La strada per la moschea è diventata come attraversare un campo minato di posti di blocco e ispezioni umilianti. Non stanno solo confiscando la nostra identità, ma anche il nostro diritto alla serenità spirituale.»

Rapporti sui diritti umani e «punizione collettiva»

I rapporti di Amnesty International indicano che queste restrizioni rientrano nella politica della «punizione collettiva». Un osservatore dei diritti umani ha dichiarato: «La palese discriminazione nel consentire l’accesso ai luoghi sacri a certi gruppi e negarlo ad altri rappresenta una grave violazione dell’articolo 18 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che garantisce a ogni individuo il diritto di praticare i propri rituali religiosi.»

Inoltre, Human Rights Watch (HRW) ha confermato che la restrizione sistematica dell’accesso dei fedeli palestinesi, in concomitanza con la protezione fornita alle incursioni, mira a creare una nuova realtà che alteri l’identità religiosa e storica della Città Santa.

L’assedio mediatico e l’espulsione amministrativa

Forse la parte più pericolosa di questo piano è il tentativo di «isolare Gerusalemme dal punto di vista mediatico». Rendendosi conto che l’«immagine» è l’arma più potente, le forze di occupazione hanno lanciato una guerra organizzata contro gli operatori dei media. Secondo un rapporto del Sindacato dei Giornalisti, si registra un terrificante aumento degli attacchi contro fotografi e reporter con violenze fisiche e la distruzione delle attrezzature per impedire la documentazione dell’oppressione. Ancora peggiore è l’arma dell’“espulsione amministrativa”, con cui giornalisti e attivisti vengono espulsi da Gerusalemme e dalla Città Vecchia per lasciare l’arena esclusivamente alla narrativa israeliana. Il caso del prigioniero Musa Fatafta, rilasciato ed espulso da Gerusalemme per tre mesi, è un esempio di centinaia di ordini simili che prendono di mira attivisti e figure influenti sul campo per privare la moschea della sua leadership vitale.

La morte silenziosa dei mercati

Il Centro di informazione di Wadi Hilweh ha confermato che la Città Vecchia sta affrontando una vera e propria catastrofe. I posti di blocco hanno trasformato i mercati storici in «magazzini chiusi» nel pieno della stagione, minacciando lo sfollamento forzato dei commercianti di Gerusalemme sotto il peso della bancarotta. Questo assedio non ha bussato solo alle porte dei minareti, ma si è esteso fino a raggiungere la Chiesa del Santo Sepolcro durante il culmine della Grande Quaresima per i cristiani, e la Moschea di Ibrahim a Hebron, che è stata trasformata in una caserma isolata.

Fede sull’asfalto

Di fronte a questa realtà, lo sceicco Ekrima Sabri ha lanciato un appello a «viaggiare e mobilitarsi» (Shadd al-Rihal), sottolineando che la preghiera è obbligatoria nel «punto più vicino possibile». Infatti, i fedeli hanno recitato le loro preghiere sull’asfalto nonostante i tentativi di repressione, in un messaggio potente che la fede non si ferma davanti alle porte chiuse.

Una domanda rimane incombente sui minareti silenziosi: le presunte “necessità di sicurezza” hanno avuto la meglio sul diritto umano innato di raggiungere il proprio Creatore? La preghiera dei fedeli sui marciapiedi è la prova conclusiva che la politica di chiudere le “porte del paradiso” non farà altro che aumentare la determinazione dei palestinesi a restare.


CREDITI FOTO: EPA/ATEF SAFADI – La polizia di frontiera israeliana blocca i vicoli che conducono al Muro del Pianto nella Città Vecchia di Gerusalemme, il 2 marzo 2026. A seguito delle direttive per la sicurezza interna emanate dopo gli attacchi aerei di rappresaglia dell’Iran, la polizia israeliana ha ordinato la chiusura delle porte della Basilica del Santo Sepolcro, del Muro del Pianto e del complesso della moschea di Al-Aqsa nella Città Vecchia di Gerusalemme.

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