Neguin Bank è una donna iraniana, vive in Italia da tempo ed è da sempre attiva nei movimenti di liberazione messi in piedi dalla popolazione iraniana contro il regime islamico degli ayatollah, particolarmente nel movimento Donna, Vita, Libertà. Ha fondato collettivi per sostenere il movimento in Italia e partecipato a numerose iniziative, facendo opera di informazione e consapevolezza. L’abbiamo intervistata per comprendere meglio la situazione attuale all’interno della società iraniana.
Sei attiva da sempre nella lotta delle donne e degli uomini iraniani contro il regime, nel movimento di “Donna, Vita, Libertà” in questo Paese. Eppure, come anche altre personalità, fin dal primo momento hai affermato che non è attraverso questa guerra che la popolazione iraniana spera di liberarsi del loro oppressore, del regime islamico. Puoi spiegare le ragioni di questa tua convinzione?
Le ragioni sono innanzitutto storiche. Nessun Paese ha mai ottenuto la libertà attraverso una guerra, o comunque nessuna democrazia con una piena sovranità è stata mai importata attraverso la guerra. In ogni paese dove la dittatura è stata rovesciata con l’intervento militare di un’altra nazione, non abbiamo mai visto la libertà o la democrazia pienamente realizzate [l’Italia è un caso di democrazia realizzata in seguito a un intervento militare e si potrebbe dibattere su quale livello di effettiva sovranità democratica abbiamo raggiunto a seguito di questo, ndr]. L’altro motivo è che i processi di liberazione sono processi strutturali all’interno del paese, processi che provengono dal basso, che vivono attraverso la lotta e il sacrificio; perché solo così si può andare più in profondità all’interno della cultura e della struttura di una società. Non parliamo di cambiamenti superficiali o che arrivano dall’alto. Perciò mi pare un argomento logico e razionale ritenere che una guerra, specialmente una guerra-lampo per portare a un regime change come quella che ha in mente Israele con gli Stati Uniti, ammesso che ci riescano, non potrà mai portare libertà al popolo secondo il significato più profondo di questa parola, ovvero quello culturale e strutturale. Questa idea di libertà richiede tempo, e consapevolezza, quindi processi di cambiamento che prendono vita all’interno della società.
Ci sono alcune voci di opposizione in questo momento, per esempio i mujaheddin del popolo, ma anche alcuni partiti curdi e partiti di estrema sinistra iraniana, oltre ovviamente ai monarchici, che a gran voce stanno dicendo che bisogna accogliere con favore questa guerra per rovesciare il regime. Perché lo affermano, a tuo avviso, e che probabilità ci sono che queste diverse formazioni possano dare corso ad azioni concrete che arrivino a tale rovesciamento? Che ruolo hanno avuto e hanno queste diverse formazioni all’interno dell’ampio fronte sociale che si contrappone al regime islamico in Iran?
La corrente di opposizione più a favore della guerra è di gran lunga quella dei sostenitori di Reza Pahlavi e della monarchia. Sono da sempre legati a Israele e anche al governo di Netanyahu in modo particolare, Reza Pahlavi è andato più volte in visita da Netanyahu, hanno fatto accordi e si mostrano da sempre alleati. Sono la fazione che più esplicitamente si esprime in sostegno, entusiastico, di questa guerra. I mujaheddin del popolo sono più silenziosi [in Europa hanno tenuto una controversa iniziativa cui ha partecipato anche Leoluca Orlando di AVS]. Sui social network questo loro silenzio è stato anche notato da una parte degli iraniani. Si deve probabilmente al fatto che hanno già pagato in passato i loro errori. I mujaheddin, durante la guerra con l’Iraq di Saddam Hussein, si schierarono con quest’ultimo, e la loro fu una strategia del tutto fallimentare, in termini di sostegno e consenso da parte della società iraniana, perché gli è valsa il disprezzo nei loro confronti. Tanti iraniani che in quel frangente – come ritengo del tutto normale quando scoppia una guerra – avevano sviluppato un sentimento di difesa del loro Paese, patriottico, li hanno visti come dei traditori. Per quanto riguarda i curdi e i partiti di estrema sinistra, se ci sono fazioni fra loro che accolgono favorevolmente questa guerra, le ipotesi sono due; potrebbero aver a loro volta accordi con Israele o con gli Stati Uniti [i curdi hanno diversi accordi in piedi con gli Stati Uniti nell’area, ndr] oppure ritengono che la guerra potrebbe distruggere il regime e sperano, di conseguenza, di poter decidere il destino politico del Paese. In questo caso, secondo me si sbagliano. Si può pensare che in un momento di crisi, quando un regime viene colpito dal nemico esterno, le infrastrutture o i centri di potere di del regime vengano distrutti, e si creino gli spazi affinché l’opposizione prenda in mano la situazione, facendo una specie di rivoluzione tattica. Ma di fatto non è così. Specialmente in un Paese come l’Iran, in cui non esiste un’opposizione organizzata a livello di partiti di massa, o realtà di massa. La repressione decennale nei confronti della società iraniana ha prodotto l’assenza di questo tipo di organizzazioni, è questa la ragione per cui in 46 anni di regime, nonostante le varie rivolte scoppiate, compresa l’ultima di Donna, Vita, Libertà, anche quando il regime si è trovato in difficoltà è sempre mancato il contro-potere, la contro-organizzazione. Non abbiamo i partigiani come quelli che avete avuto in Italia durante la Seconda guerra mondiale. Non abbiamo un equivalente del Partito Comunista Italiano in quel frangente. I partiti che c’erano sono stati tutti brutalmente eliminati e repressi. Se si arrivasse a un rovesciamento del regime avremmo di fronte a noi un vuoto politico che le forze dell’opposizione non sarebbero in grado né di riempire né di controllare. Se pensano di poter subentrare in maniera democratica, organizzata, dopo un eventuale rovesciamento a mio avviso sbagliano.
Non è la prima volta nella storia che il popolo iraniano viene trascinato in guerre in qualche modo spinte dal mondo occidentale. La lunghissima guerra contro l’Iraq è parte della memoria storica del tuo popolo, così come lo è il ricordo dell’intromissione americana nelle vicende nazionali iraniane negli anni ’50 del secolo scorso. Come credi agisca questa memoria storica, al momento attuale?
La guerra con l’Iraq ha reso più consapevole il popolo iraniano. Innanzitutto il popolo iraniano sa cosa significa la guerra, quali sono le conseguenze di una guerra in termini di vite umane, di distruzione, di impatto economico sulla società. La guerra non consente alla società civile di crescere e di formarsi. Mantiene tutto fermo. C’è un motivo per questo: durante la guerra, l’essere umano è costretto a focalizzarsi sulla sua sopravvivenza, sulle necessità di base e non riesce a dedicarsi all’ambito civile o a quello politico. Gli iraniani sono molto consapevoli che la guerra potrebbe portare a questo: fermare il progresso, tutto ciò che con sacrificio hanno ottenuto in questi anni di lotta, nelle loro vite. Non dimentichiamoci che il movimento Donna, Vita, Libertà ha portato a un cambiamento strutturale in pochissimo tempo in Iran, come nient’altro prima aveva prodotto: nessun programma educativo, figuriamoci una guerra. La posizione delle donne e delle persone LGBTQ ha vissuto un salto, in questi anni di lotte [come ha fatto notare anche la giornalista Cecilia Sala nei giorni scorsi, subendo non pochi attacchi per questo, di fatto le donne hanno ottenuto la libertà di non indossare il velo, scavalcando le imposizioni della polizia morale, ndr]. Sia la posizione nei confronti del regime, sia all’interno della società, nelle famiglie e nel lavoro. Donna, Vita, Libertà ha prodotto una rivoluzione culturale reale in Iran. È un cambiamento tutto dovuto all’impegno della società civile. Per quanto riguarda l’intervento dell’Occidente, sia durante la guerra con Saddam Hussein che in altri casi – per esempio il colpo di Stato organizzato dalla CIA negli anni ’50, contro il Primo Ministro democraticamente eletto dal Parlamento iraniano – la domanda che tutti dovremmo farci è: a cosa ha portato questo tipo di approccio? Di certo, a una totale diffidenza da parte del popolo iraniano verso l’Occidente, verso gli Stati Uniti e gli altri Stati che hanno cercato di prendere in mano il destino politico dell’Iran per i propri interessi. La popolazione iraniana è molto sensibile e avvertita su questo. Non lascerà mai che il suo destino politico venga deciso da altri.
Hai ipotizzato che l’attacco israeliano possa essere avvenuto con la complicità di una parte del regime stesso, e che un’eventuale caduta del regime potrebbe significare l’arrivo al potere di una fazione alleata con Israele, magari favorendo il ritorno della monarchia dei Pahlavi, che dal loro esilio americano scalpitano platealmente per riprendersi il potere.
La mia ipotesi nasce dalla constatazione che l’Iran è uno Stato di polizia in cui tutte le persone sono controllate e identificate dal regime. È veramente difficile sfuggire a questo controllo in Iran. Perciò, l’unico modo per infiltrarsi così in profondità nel regime come ha fatto Israele da un un punto di vista di intelligence è avere il sostegno di una parte del regime stesso. All’interno del regime iraniano sussistono divisioni e rivalità, perciò mi pare una ipotesi plausibile, quando non probabile. Gli israeliani sono riusciti a entrare con i loro droni, che hanno sparato dall’interno del territorio iraniano, un territorio in cui qualsiasi movimento delle forze di opposizione autonome in questi 46 anni è sempre stato intercettato e represso. Le informazioni che gli israeliani hanno potuto utilizzare per i loro assassinii mirati sono troppo precise, sono queste le ragioni che mi hanno portato a ipotizzare la complicità di una parte del regime. Cosa succederà ora è davvero una scommessa. Israeliani e americani pensano sicuramente a un cambio di regime con un loro uomo al vertice, ma questo esito è tutt’altro che garantito. L’Iran è un Paese complesso e nel corso della Storia lo ha dimostrato tante volte. Nel 1979, durante la rivoluzione islamica, gli USA e l’Occidente hanno sbagliato più e più volte le loro ipotesi e le cose sono andate in modo ben diverso da come avevano pianificato. Nel 1979, per esempio, il sostegno alla fazione islamica della rivoluzione, specialmente a livello mediatico arrivò molto dagli Stati Uniti, oltre che da Gran Bretagna e Francia dove Khomeini era rifugiato, perché temevano l’osso duro rivoluzionario che erano i partiti comunisti, i quali erano armati e organizzati, addestrati alla lotta partigiana. Gli americani diedero forza alle fazioni islamiste in chiave anti-sovietica, senza avere la minima idea di cosa fosse il fondamentalismo islamico. Quindi hanno creato loro stessi “il mostro”, e il mostro cosa fece come prima cosa? Prese in ostaggio gli americani nell’ambasciata USA a Teheran, e da allora fu una crisi dopo l’altra. L’Occidente in quel caso fece molto male i suoi calcoli. Sappiamo bene che l’imperialismo agisce per piani, ma i piani non sempre si avverano e non sempre si basano su una reale conoscenza dei territori e dei soggetti che queste potenze pretendono di controllare.
In questi giorni stiamo vedendo arrivare dichiarazioni di settori della società civile iraniana, dai sindacati alle donne incarcerate dal regime, che respingono la guerra di Israele sul territorio iraniano e al tempo stesso non concedono nulla al nazionalismo del regime e si rifiutano di allinearsi ad esso. Cosa ne pensi, ritieni che sia questa la strada da perseguire per far sì che la società civile iraniana non sparisca dietro l’ombra degli ayatollah e continui a rappresentare un soggetto autonomo dalla Repubblica Islamica? O pensi che sarà inevitabile un allineamento che porterà anche i settori più ostili al regime a riavvicinarsi ad esso in qualche modo? Come credi che vivrebbe questo cambio di regime la società civile iraniana, e che strade individui per la società iraniana per proseguire lungo un percorso di liberazione autenticamente popolare, che non sia semplicemente un cambio al vertice dell’oppressione?
Se il cambio di regime avvenisse, a mio avviso la società iraniana vivrebbe un periodo di buio, di senso d’impotenza; ma poi cercherebbe le strade per riorganizzarsi, come ha sempre fatto. Lo dicevo prima: la popolazione iraniana ha alle spalle 46 anni di resistenza e di sofferenza. Di continuo dibattito politico, che va avanti ogni giorno, in tutti i contesti. Non solo sui social network, ma da prima che questi esplodessero. All’interno delle famiglie, nei gruppi di amici, dentro un taxi, fra gli iraniani le discussioni politiche sono costanti. La società è politicizzata. È la sofferenza a indurre questa politicizzazione, perché è la sofferenza che porta l’essere umano a cercare la verità sulla sua condizione. Quindi a informarsi, a provare a capire. Personalmente mi sento di dire, dopo aver viaggiato tanto e aver vissuto in diversi Paesi, che gli iraniani sono fra i popoli più politicamente consapevoli che conosco. E questa è la sua arma fondamentale, forse l’unica, non disponendo né di armi né di soldi. La diffusa consapevolezza all’interno della società iraniana consente per esempio di rispondere e disinnescare la propaganda, quella dell’estrema destra negli USA, quella di Israele, e quella interna nazionalista o religiosa che sia, portata avanti dal regime. Ovviamente, dopo aver subito un attacco, il regime cerca di provocare sentimenti nazionalisti all’interno della società iraniana. Quando ci fu la guerra con l’Iraq, il popolo iraniano mise da parte la contrarietà al regime per difendere il Paese. Ora però abbiamo capito che non dobbiamo agire così. Dobbiamo continuare comunque a contestare il regime. Dobbiamo combattere su due fronti, contro il regime e contro il nemico esterno. È la lezione che abbiamo imparato dalla guerra con l’Iraq. Non metteremo in standby la nostra lotta di liberazione per concentrarci solo sull’aggressore straniero. Sintetizzando con uno slogan: né con gli oppressori, né con gli aggressori.

Giornalista, fondatrice di Kritica.it. Puoi leggere suoi articoli e saggi su MicroMega, Gli Stati Generali, Africa ExPress. Ha vinto diversi premi fra cui il Premio Luchetta – Stampa italiana nel 2022.


2 commenti
Pingback: L'attacco all'Iran e la deriva delle élite europe - Kritica.it
Pingback: Dopo il cessate il fuoco, in Iran va avanti la guerra contro la società