venerdì 08/05/2026, 10:09

«Quell’unico soldato iconoclasta, un vero idiota isolato, è già diventato un simbolo di ciò che si vuol credere: i soldati israeliani sono cattivi». Lo ha scritto Fiamma Nirenstein sul Giornale, e basta questo a capire l’impatto simbolico del Cristo redentore profanato alla fine del marzo 2026 in Libano. Se la principale «voce» dal Medio Oriente ascoltata dalla tv italiana, corrispondente di Radio Radicale con incarichi ufficiali nel governo di Benjamin Netanyahu, si esprime in questo modo, significa che il danno reputazionale dell’episodio è stato grave. Sì, ma quanto grave?

Di certo, i colpi dell’Idf su quel Crocifisso vicino al confine con Israele, finiti sui notiziari di tutto il pianeta, hanno fatto più male, metaforicamente parlando, al governo di Giorgia Meloni che a quello del Gesù Redentore di Debl, nel Libano meridionale: perché hanno reso ancora più dispendiosa, per il centrodestra italiano, la vicinanza politica con Donald Trump e il governo israeliano, a loro volta congiunti in un’alleanza che ogni giorno si manifesta sempre più impresentabile dal punto di vista diplomatico e simbolico.

In effetti il nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani, non ha potuto fare altro che lasciarsi andare a banalità identitarie per condannare l’oltraggio: «un’offesa a tutto il mondo cristiano». Un crimine imperdonabile, contro cui «noi non abbiamo lesinato critiche». L’episodio del resto era stato tanto oltraggioso da non essere più occultabile, né dall’esercito di Netanyahu, né dalla politica israeliana. «Occhio ai villaggi cristiani, ci ha tenuto a dire Tajani, che «non sono villaggi di Hezbollah», perché la presenza dei cristiani in Medio Oriente «porta la pace». 

Insomma ci vuole una profanazione di un Cristo per far insorgere – sempre nei limiti della buona educazione, s’intende – un governo che ostacola qualunque ripensamento di accordi commerciali tra Ue e Israele.

Il fotoreporter nel mirino

Ma nemmeno le piccolezze italiane possono nascondere l’impatto di quella foto e l’importanza del suo autore: Younis Tirawi, fotoreporter palestinese, giornalista investigativo sminuito come embedded di Hamas, come tanti, all’inizio delle ostilità, da un David Parenzo che definiva il suo lavoro contraffatto. Appellativi tutt’altro che innocui: Israele ha già assassinato centinaia di giornalisti con la scusa che appartenessero ad Hamas o a Hezbollah. Per tutta la durata del massacro a Gaza, Tirawi ha raccolto, col suo stesso obiettivo o spulciando account ufficiali dell’Israel Defense Force, e poi geolocalizzato, verificato immagini simboliche come quella della Croce vilipesa, o quella – anch’essa circolata ovunque – di un soldato israeliano che posa davanti alla biblioteca dell’università di Aqsa in fiamme, o le scritte di odio contro gli arabi lasciate sui muri di strutture civili ormai svuotate e riutilizzate militarmente. Oppure quei soldati che si mettono in mostra, consapevoli della propria impunità, con indumenti intimi delle donne palestinesi sfollate o uccise. 

Così oggi abbiamo di fronte una profanazione, di impatto globale, che non solo contribuisce a frantumare il giochetto propagandistico sull’«esercito più morale del mondo», ma danneggia anche un aggettivo usato, negli ultimi decenni, come dispositivo retorico: quel «giudaico-cristiano» che ritroviamo, al plurale o al singolare, attaccato a parole come «civiltà» o «radici». Succede quando si vuole raccontare l’Europa o l’intero Occidente come un fronte compatto, con origini chiare e condivise. Una di quelle espressioni che hanno l’aria di venire da lontanissimo, ma in realtà arrivano piuttosto tardi, e soprattutto arrivano già pronte per essere riempite di qualsiasi contenuto. 

Il dispositivo identitario

Tempo fa Papa Leone XIV, parlando a una delegazione dei conservatori europei, ha detto che l’identità dell’Europa si capisce solo a partire dalle sue radici «giudaico-cristiane». Il pontefice ha citato cattedrali, arte, musica e sviluppo scientifico, non per difendere tradizioni o privilegi dei cristiani ma per riconoscere il contributo di quella comunità duale al nostro patrimonio intellettuale. 

Con argomenti molto meno raffinati, Tajani ha invece riscoperto la bandiera Ue come icona «giudeo-cristiana», citando l’accoppiamento tra un supposto riferimento al manto mariano, da un lato, e alle dodici tribù di Israele dall’altro. Peccato che la storia dica altro: negli anni ’50 il Consiglio d’Europa scartò proprio i simboli religiosi per mantenere l’emblema laico. Le dodici stelle furono un riferimento all’armonia e alla perfezione, non a una forma di catechismo.

E allora c’è chi, come la storica franco-tunisina Sophie Bessis, nata nel 1947 a Tunisi in una famiglia ebraica comunista tunisina, nel suo ultimo saggio “La civiltà giudaico-cristiana: anatomia di un inganno” (Les Liens qui libèrent, 2025) decostruisce il termine «giudaico-cristiano» definendolo un inganno: un mantra nel discorso politico volto ad alleggerire l’Europa dal passato totalitario e arruolare Israele contro il mondo arabo-musulmano. Altri, come lo storico piemontese di origine ebraica Arnaldo Momigliano, morto nel 1987, hanno invece provato a disegnare una genealogia più articolata tra le religioni: non una linea ereditaria diretta, ma un triangolo: Atene, Gerusalemme, Roma, dove culture diverse sono entrate in contatto, si sono tradotte, si sono deformate a vicenda. È nel mondo ellenistico che queste tradizioni hanno cominciato a riconoscersi e a contaminarsi, fino al cristianesimo che ne diventa una sorta di catalizzatore finale. 

Secondo altri ancora, come Rémi Brague, l’Europa è insieme greca ed ebraica, romana e cristiana. Una stratificazione dove non c’è tanto un’origine pura, quanto una lunga storia di traduzioni e adattamenti. Da qui l’idea che il concetto di civiltà «giudaico-cristiana» non sia una truffa, bensì un dispositivo narrativo che serve a tenere insieme pezzi diversi del passato europeo.

Fatto sta che, salvo pochissime eccezioni, la formula è stata usata, più che per descrivere una storia, per descrivere il bisogno politico di raccontarla in un certo modo. La Presidente del Consiglio dei ministri italiana, nel suo discorso alla Camera per il voto di fiducia al suo governo, quattro anni fa definì l’Italia come culla «della civiltà occidentale e del suo sistema di valori… che scaturiscono dalle radici classiche e giudaico-cristiane dell’Europa». Meloni inserì l’espressione in quel discorso per dargli un fondamento simbolico: l’Occidente come destino più che scelta, e l’Italia meloniana come presepe e garante dello stesso, lontano dalle ombre dell’antisemitismo fascista.

Vent’anni prima, all’inizio degli anni Duemila, il concetto si era inserito in un’annosa questione: l’Unione Europea sarebbe dovuta nascere anche a partire da radici «giudaico-cristiane»? L’Italia berlusconiana, a guida centrodestra, e la Polonia, cattolica e anticomunista, dissero di sì, che quell’elemento doveva essere riconosciuto in una futura Costituzione europea. Erano spinte anche dal Vaticano di Papa Wojtyla, che fece diversi appelli pubblici per il riconoscimento. La Francia e altri Paesi dissero invece di no, per difendere la laicità e un’idea più pluralista della storia continentale. 

Dopo mesi di negoziati, vinse il compromesso: niente riferimento esplicito al cristianesimo, ma una formula più vaga e inclusiva. Nel dibattito italiano, figure come Valdo Spini sottolinearono il rischio di privilegiare implicitamente una sola storia rispetto ad altre, escludendo l’Europa illuminista, socialista o islamica. Peraltro, la Costituzione europea fu firmata nel 2004, ma bocciata dai referendum in Francia e nei Paesi Bassi, e quindi mai entrata in vigore.

Eppure c’è stata una fase in cui l’uso di quell’aggettivo ha avuto davvero una valenza solidaristica. La «tradizione giudaico-cristiana» emerse nel dibattito culturale degli Stati Uniti agli inizi del Novecento, in ambienti sindacali e religiosi, per salvaguardare le mescolanze americane dai nazionalismi europei in ascesa e per proteggere le minoranze ebraiche dalla furia sterminazionista. Una declinazione di sinistra, quindi. Che durò poco, poiché negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale gli ebrei della diaspora sarebbero serviti a una diversa costruzione narrativa. In uno schema imperiale per proteggersi dalla decolonizzazione, sarebbero stati usati come minoranza da proteggere in concerto con il cristianesimo, entrambi esposti alla minaccia di un’alterità barbarica e razzializzata.

Come il “giudaico-cristiano” è diventato un’arma politica

Se già con la Guerra fredda l’espressione venne sequestrata dalla destra cristiana e dal liberalismo classico per contrapporre la società capitalista, Dio, patria e famiglia al comunismo ateo, il punto di acutizzazione definitiva di questa tendenza fu l’11 settembre: il concetto di «giudaico-cristiano» diventò l’arma retorica per impacchettare anche gli europei, privi di punti di riferimento comunisti a Est, con partiti socialdemocratici in via di blairizzazione in un blocco identitario contrapposto all’Islam, visto come una minaccia esistenziale. Fu del tutto naturale che il nazionalismo liberista, su entrambe le sponde dell’Atlantico, trovasse l’espressione ideale anche per rilanciare Israele come l’avamposto della civiltà occidentale contro il mondo arabo.

Si pensi al leader euroscettico conservatore, Nigel Farage, quando ha detto: «Abbiamo, temo, mi dispiace dirlo, una quinta colonna che vive all’interno dei nostri paesi, che è totalmente contraria ai nostri valori… Dovremo essere molto più coraggiosi e determinati nel difendere la nostra cultura giudeo-cristiana». O il leader xenofobo olandese, Geert Wilders: «La nostra cultura giudeo-cristiana è di gran lunga superiore all’Islam e non dovremmo avere paura di dirlo». O il fanatico ambasciatore degli Stati Uniti in Israele, Mike Huckabee, sempre pronto a giustificare Netanyahu: «America e Israele sono legati dai nostri valori giudeo-cristiani condivisi. I nostri destini sono intrecciati». E infine c’è anche il Primo ministro israeliano, quando commentando l’assassinio dell’influencer di estrema destra Charlie Kirk, disse che era «un difensore della nostra comune civiltà giudeo-cristiana».

Non mancano neppure riferimenti al concetto in questione in manifestazioni della sinistra finita a destra per reazione alle presunte derive del liberalismo: «Dopo duemila anni, il giudeo-cristianesimo ha fatto il suo tempo. Come con qualsiasi organismo vivente, arriva l’ora della morte», ha scritto il filosofo francese Michel Onfray, un tempo anarchico e oggi sovranista, nel suo Decadenza. «La nostra civiltà sta volgendo al termine. L’edificio giudaico-cristiano è aggredito come termiti nel quadro di una cattedrale. Arriva il giorno in cui la struttura in legno dell’edificio si sgretola in polvere». 

Come ha osservato lo scrittore Barnaby Raine, dentro questa nuova grammatica morale, agli ebrei vengono assegnati due ruoli complementari. Da una parte Israele, avamposto virile e militarizzato, incaricato di fare il “lavoro sporco” della civiltà occidentale ai margini del deserto, contro i nemici reali o immaginari dell’ordine globale. Dall’altra gli ebrei della diaspora, rappresentati come minoranza fragile, da difendere dai barbari alle porte o in casa, come la donna bianca nell’immaginario segregazionista statunitense. 

In questo modo il dispositivo «giudeo-cristiano», lungi dal rappresentare un augurio di amicizia e scambio intellettuale tra due popoli, oggi funziona da recinto per tenere fuori non solo i musulmani, ma anche quegli ebrei che nei campus e in piazza criticano le politiche israeliane o l’imperialismo statunitense, etichettandoli come estranei alla tradizione. Più che una conversione religiosa, una conversione ideologica. La civiltà che per secoli si è pensata cristiana, e che nei suoi incubi teologici vedeva negli ebrei gli assassini di Dio – il negativo assoluto della propria identità – oggi si definisce serenamente «giudeo-cristiana». Un cambio di paradigma simbolico.

La crepa nel racconto occidentale

Peccato che nell’Israele celebrata per anni come “trendy” e “multietnica” dalla stampa liberal le minoranze cristiane non se la passino così bene, travolte da un suprematismo ebraico che si sta mangiando qualsiasi assetto compromissorio con le altre religioni. Nella Gerusalemme il conflitto, ormai esploso da tempo, si sta depositando come gesto ripetuto, quasi liturgico. Una grammatica quotidiana dell’ostilità che secondo il Rossing Center ha visto nel 2025 un aumento del 40 per cento di violenze contro i cristiani, con oltre 150 episodi di aggressioni e vandalismi, soprattutto nella Città Vecchia, dove il fanatismo si sente protetto dal governo in carica e dai suoi alleati. 

La Pasqua del 2026 non ha fatto eccezione, con le autorità israeliane che hanno impedito al Patriarca latino di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, di raggiungere il Santo Sepolcro per la Domenica delle Palme – una forma di vendetta per lo scarso sostegno vaticano alla guerra in Iran. I coloni israeliani hanno continuato l’appropriazione di terre e gli attacchi contro il villaggio cristiano di Taybeh, e stanno espandendo insediamenti illegali sui terreni della città cristiana di Beit Sahour, a Betlemme. L’Idf israeliano ha installato nuovi cancelli di ferro agli ingressi di città e villaggi cristiani in Cisgiordania: Aboud, Beit Sahour, Betlemme, Birzeit e Taybeh. La politica, quando non minimizza, chiude entrambi gli occhi. Un equilibrio che si basa sull’attrito costante, e che consuma.

E ancora, agli inizi di maggio, una suora francese è stata aggredita in pieno giorno nella Città Vecchia di Gerusalemme, vicino al Cenacolo: un uomo l’ha spinta a terra, le ha sbattuto la testa sul marciapiede e l’ha presa a calci. C’è voluto lo scandalo mondiale per far girare il video sui media israeliani e far arrestare l’aggressore. Secondo il gesuita israeliano, padre David Nehaus, intervistato da La Croix, questi episodi «Si inseriscono in un clima di violenza senza precedenti, che non colpisce solo i cristiani. In Israele si percepisce un rifiuto dell’altro, alimentato da una politica etnocentrica e nazionalista molto forte». Secondo Hana Bendcowsky, direttrice del Rossing Center, «questo fenomeno rafforza nei cristiani la sensazione di non essere benvenuti nella propria casa. Hanno paura di parlare e di indossare simboli religiosi». Sono storie molto concrete di sopraffazione, di cittadini che hanno paura di essere picchiati, umiliati ed espulsi dal Paese che il mondo esterno descrive come inclusivo e democratico.

Ma la foto di Tirawi, documentando la presenza di una componente razzista, suprematista e disumana nell’esercito occupante, a detta di chi scrive non segnala soltanto un’offesa ai «cristiani», come lamenta il ministro degli Esteri italiano – forse per tenere buoni alcuni segmenti del voto cattolico conservatore – ma anche, se non soprattutto, la liberazione del discorso pubblico da quella espressione usata per legittimare lo scontro di civiltà. La foto smonta la proiezione ideologica di quella «civiltà giudaico-cristiana», agitata come un manganello da molti occidentalisti autoritari sul contesto mediorientale. In questo senso ha una funzione liberatrice rispetto a uno dei tanti luoghi comuni adoperati come armi per legittimare una prepotenza. Così come la foto di Pietro Masturzo pubblicata dall’Espresso non rappresenta «un ebreo» per alimentare stereotipi atavici e odiosi, bensì cattura, nel suo farsi, una violenza rivendicata con un ghigno da un esercito occupante, così la profanazione del crocifisso dice al pubblico che in circolo in Israele c’è una violenza razzista che rende quell’esercito e quella società molto lontani dall’idealizzazione che per anni ci è stata propinata.

Peccando di iconoclastia anche noi, potremmo dire che questa funzione liberatrice, questo momento di lucidità nel quale milioni di lettori hanno realizzato che il dialogo fra ebrei e cristiani non ha nulla a che fare con la rivendicazione di una «civiltà giudaico-cristiana» sintetizzata nei laboratori del nazionalismo, è il dono più grande di quel Cristo oltraggiato.


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CREDITI FOTO: Younis Tirawi

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