lunedì 08/06/2026, 3:33

Dopo due anni di lutto, nel 2025 Betlemme è tornata a celebrare il Natale. Già da sabato 6 dicembre si era illuminata con l’accensione dell’albero, in una piazza gremita di gente. Alla Vigilia, una grande messa presieduta dal cardinale Pierbattista Pizzaballa, di ritorno da Gaza, ha riunito pellegrini venuti da tutto il mondo. La Chiesa luterana, però, ha mantenuto il «Cristo fra le macerie» come simbolo della natività al tempo del genocidio, perché la sofferenza del popolo palestinese non si è fermata, né a Gaza né in Cisgiordania. Ne abbiamo parlato con Munther Isaac, pastore luterano di Ramallah, che a dicembre 2023, per primo, aveva allestito la natività fra le rovine.

Come mai quest’anno la città di Betlemme è tornata a festeggiare il Natale? E come mai lei ha deciso di mantenere il «Cristo tra le macerie»?

Abbiamo ripreso a festeggiare il Natale per svariate ragioni, le persone ne avevano bisogno, la comunità cristiana ne aveva bisogno per tirare un po’ su il morale. Ma anche da un punto di vista pragmatico; da due anni i pellegrini hanno smesso di visitare la Palestina, molti hanno perso il lavoro e c’è una crisi economica profonda, è importante che il turismo riparta. In generale, stiamo cercando di recuperare un senso di normalità, riprendere le nostre vite, anche se la guerra non si è fermata e il genocidio continua, ma serve anche a mandare un messaggio di resilienza: siamo ancora qui, festeggiamo il Natale e non lasciamo la nostra terra. Il «Cristo fra le macerie» ricorda al mondo che l’apartheid, l’occupazione e la violenza dei coloni continuano: viviamo una Nakba incessante dal 1948. La “tregua” non cancella 77 anni di ingiustizia e, anzi, negli ultimi due anni l’oppressione sistematica e la confisca dei terreni sono peggiorate.

Nel resto del mondo si è inasprito anche il fenomeno del sionismo cristiano. Cosa ne pensa da un punto di vista politico e religioso?

Suscita molta rabbia. Mentre celebrano la nascita di un salvatore a Betlemme non si curano della sofferenza degli abitanti della città, contribuiscono alla segregazione e allo svuotamento della comunità indigena cristiana di questa terra, mettono in pericolo le vite dei bambini di Betlemme. Da un punto di vista religioso questo non potrebbe essere più distante dall’insegnamento di Gesù. Ma non ha direttamente a che fare con la fede, anzi, è l’utilizzo della religione come un’arma per implementare scopi politici. Israele usa i leader cristiani per portare avanti un disegno politico di esproprio e colonizzazione. Il Natale non fa che evidenziare questa contraddizione: è una forma di eccezionalismo cristiano, di selettività con cui si applicano dei principi che dovrebbero essere universali per implementare una supremazia ai danni degli arabi e dei musulmani. A pagarne le conseguenze sono le popolazioni indigene. Inoltre ci sono dei grossi interessi economici dietro alle comunità che supportano Israele, anche rispetto al sistema che gestisce il pellegrinaggio, è stato evidenziato ormai da molti studiosi e dalle Nazioni Unite.  L’ignoranza non è più una giustificazione, questi gruppi supportano uno Stato genocidario e colonialista nel nome della religione, la quale non potrebbe essere più distante da tutto ciò.

A Betlemme, come in tutta la Palestina, cristiani e musulmani convivono pacificamente. Di fronte al palazzo del municipio di Ramallah, che è la capitale, ora c’è un presepe. Si percepisce una realtà lontana dall’immaginario di uno stato islamico che l’occidente spesso costruisce.

È sempre stato così, qui nella Chiesa di Ramallah abbiamo organizzato un concerto di natale con un coro musulmano, che ha suonato e cantato musica cristiana. Abbiamo sempre convissuto, nonostante in “occidente” non se ne parli. Il concetto di Stato religioso è una categoria del colonialismo, impiantata con la costruzione di Israele sulla nostra terra, in un momento in cui stavamo cercando di liberarci della dominazione religiosa ottomana, per fondare uno Stato dove tutti potessimo vivere insieme. La “questione ebraica” è un fenomeno tutto europeo, noi non abbiamo mai guardato agli ebrei come un gruppo separato in ottica escludente, come non l’abbiamo mai fatto tra cristiani e musulmani. Se oggi chiedi a chiunque nel mondo quale sia la minaccia più grande per la comunità ebraica ti risponderà che sono gli arabi e l’islam, questo è il potere della propaganda. Dimenticando, così, che l’Olocausto e lo sterminio di sei milioni di ebrei è avvenuto per mano europea, non araba e musulmana. Quella stessa mano europea e cristiana che oggi pretende di insegnarci qualcosa sul rispetto dei diritti umani. Spesso si parla di Israele come la costruzione di uno Stato per espiare le colpe europee, ma per quale ragione i palestinesi devono pagarne il prezzo?

Riesce comunque a mantenere una speranza, nonostante tutto quello che sta succedendo, in virtù della resilienza che il popolo palestinese ha sempre dimostrato?

Definiamo speranza. Sì, certamente resistiamo da 77 anni, non lasciamo la nostra terra e questo è fondamentale. Però non bisogna neanche romanticizzare o estetizzare la resilienza palestinese. La catastrofe deve finire, i nostri figli, compagni, vicini di casa continuano a morire, a essere arrestati senza ragione o a vedersi espropriate le terre che coltivano da centinaia di anni. Non vogliamo più dover resistere.


CREDITI FOTO: © Annaflavia Merluzzi/Kritica

Se hai apprezzato questo articolo o ti è parso interessante, sostieni il nostro lavoro con un contributo libero. Grazie!

1 commento

  1. Pingback: Parlateci ancora della “civiltà giudaico-cristiana" - Kritica

Leave A Reply