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Il 7 ottobre 2026 ricorre il terzo anniversario dell’inizio di un (nuovo) , un giorno che a Gaza e non solo ha cambiato tutto e che, tuttavia, non ci ha restituito i nostri diritti; la nostra tragica storia, come palestinesi derubati della nostra terra e delle nostre vite, risale a molto prima e va molto oltre.

Ma due milioni di esseri umani, fino a quel momento, conducevano una vita completamente diversa. Per chi viveva lì, la mattina del 7 ottobre è iniziata all’insegna dell’incertezza. I telefoni hanno cominciato a squillare. Si scambiavano messaggi. Le famiglie cercavano di capire cosa stesse succedendo e se i propri cari fossero al sicuro.

Non c’era modo di sapere, in quelle prime ore, che la sarebbe continuata, non per giorni o settimane, ma per anni. Non avremmo mai potuto immaginare che il genocidio sarebbe continuato fino ad oggi, a tre anni esatti di distanza, mentre ci troviamo in quella che dovrebbe essere una “tregua”.

Fin dal primo istante di quel giorno, le nostre vite sono cambiate. Tutto è diventato più soffocante di qualsiasi aggressione che Gaza avesse mai subito prima.

Prima di passare a ciò che è accaduto dopo il 7 ottobre 2023, è importante collocare quel giorno nel contesto della storia più ampia vissuta dai palestinesi.

Le aggressioni israeliane erano già la nostra normalità, ma dal 7 ottobre è cambiato tutto

Per molti palestinesi, la storia non è iniziata il 7 ottobre. Risale al 1948, quando la creazione di Israele fu accompagnata dallo di centinaia di migliaia di palestinesi, un evento che i palestinesi chiamano Nakba, ovvero «catastrofe». Quella storia rimane fondamentale per il modo in cui molti palestinesi interpretano i decenni che sono seguiti.

La presenza della «guerra» a Gaza era una sorta di «normalità». Ci siamo abituati a subire aggressioni una dopo l’altra. Nel corso degli anni la Striscia di Gaza si sono verificati da sei a sette cicli di aggressioni, tutti in momenti diversi ma che hanno creato la stessa atmosfera. Hanno ucciso chi volevano attaccare.

La Striscia di Gaza conta circa due milioni di persone che vivono su 365 chilometri quadrati. Uno spazio davvero esiguo. Quei due milioni di persone si sono svegliate il 7 ottobre con routine diverse, vite diverse e storie diverse, ma hanno concluso la giornata affrontando tutte lo stesso trauma e lo stesso shock.

Non possiamo riassumere tutto ciò che è accaduto a Gaza in un unico articolo: nemmeno dieci sarebbero sufficienti per raccontare tutte le storie non raccontate e le notizie che non sono mai giunte al mondo. Quella che Gaza ha subito è stata una tragedia sopportata da soli due milioni di persone, mentre il mondo intero sembrava schierarsi contro di loro, non solo Israele.

Cosa è successo a Gaza? 

È quasi impossibile quantificare in cifre la portata di ciò che Gaza ha subito. Sono state uccise più di 75.000 palestinesi secondo le stime ufficiali (le stime condotte da diversi istituti di ricerca ipotizzano cifre fino a quattro volte superiori, ndr), tra cui , bambini e anziani. Centinaia di migliaia sono rimasti feriti o sono stati lasciati senza alcuna assistenza medica. La stragrande maggioranza della popolazione di Gaza è stata sfollata da quando Israele ha iniziato a emanare ordini di evacuazione.

La maggior parte della Striscia di Gaza si trova ora nell’area della “”, una zona in cui non è consentito tornare a casa. Molti sono stati sfollati nelle scuole, nelle case dei parenti, negli e nelle tende.

Gaza ha subito due periodi di grave carestia. Per mesi non è entrato cibo a Gaza e la gente, compresi i bambini, è rimasta affamata per mesi. Ora gli aiuti umanitari arrivano, ma a malapena, senza una distribuzione adeguata.

Gli spostamenti a Gaza sono una guerra silenziosa. Le persone non riescono a portare a termine i propri impegni perché non c’è modo di raggiungere le destinazioni previste. Gli amici non riescono a vedersi come dovrebbero. Il costa più di 90 shekel al litro: 25 euro.

La maggior parte delle persone ha perso il lavoro. I lavoratori sono rimasti senza alcuna fonte di reddito e la maggior parte dei palestinesi a Gaza sopravvive grazie al sostegno di donatori esterni.

Ma dietro questi numeri ci sono vite individuali, famiglie e storie che non possono essere colte dalle sole statistiche. Gaza è cambiata in quasi ogni aspetto della vita. Anni di genocidio hanno sconvolto la stabilità finanziaria delle persone, la loro fisica, l’istruzione e, forse in modo più profondo, la loro vita emotiva.

Ciascuno dei circa due milioni di residenti di Gaza ne ha risentito in modo diverso. Per alcuni, la domanda non è solo cosa abbiano perso, ma chi avrebbero potuto diventare se il genocidio non fosse mai avvenuto.

Oggi, mentre scrivo questo articolo, alle 22:10 ora italiana, mi sono ritrovata a scorrere Instagram, guardando i miei concittadini a Gaza e ciò che stanno postando riguardo al 6 ottobre 2023. È stato l’ultimo giorno di pace delle nostre vite.

Tutti pubblicavano foto, esprimendo con frustrazione quanto le loro vite fossero state rovinate da Israele. «Anche se è il terzo anniversario, provo lo stesso dolore ogni anno», ha scritto un’influencer palestinese in una storia di Instagram che è stata ricondivisa da molti palestinesi.

Cosa avrei potuto diventare se il genocidio non fosse mai avvenuto?

Per Nourhan Alostaz, una studentessa palestinese di 22 anni di farmacia clinica, la differenza è particolarmente dolorosa. Sta per completare i suoi studi, ma non nel modo in cui un tempo immaginava. Invece di frequentare le lezioni di persona, sta studiando online. «La mia vita avrebbe un sapore diverso se la guerra non avesse distrutto la mia università», ha detto Nourhan, descrivendo il dolore di cercare di costruirsi un futuro professionale da dietro uno schermo. Studia all’Università , nel centro della Striscia di Gaza.

Prima della guerra, diventare farmacista clinica significava molto più che seguire le lezioni e superare gli esami. Significava frequentare l’università, incontrare i compagni di classe, imparare dai professori e, soprattutto, acquisire esperienza pratica in un ospedale. «Dovevo seguire un tirocinio in ospedale nell’ambito del mio corso di laurea», ha raccontato. Non è mai riuscita a portare a termine quel tirocinio.

La normale routine universitaria è stata invece sostituita dalla ricerca di una connessione Internet affidabile. Anziché svegliarsi con la sveglia per una lezione mattutina o prepararsi per una giornata di tirocinio in ospedale, Nourhan si è ritrovata a cercare di scaricare le lezioni online ogni volta che riesce a disporre di una connessione sufficientemente stabile.

Il cambiamento può sembrare di natura tecnologica, ma per lei rappresenta qualcosa di molto più grande: la perdita di una normale vita da studentessa. La perdita dell’incontro con i professori, della possibilità di conoscere nuove persone e di vivere nuove esperienze.

La sua formazione è proseguita, ma quasi tutto ciò che la circonda è cambiato.

La domanda quindi non è solo cosa la guerra le abbia portato via, ma chi avrebbe potuto diventare senza di essa.

Nourhan è solo una delle circa due milioni di persone che vivono a Gaza. La sua storia è una tra milioni, ognuna segnata da una diversa forma di perdita. In tutta Gaza, le famiglie hanno subito perdite che non possono essere ridotte a una singola statistica: case distrutte, persone care uccise o ferite, mezzi di sussistenza perduti, bambini costretti ad abbandonare la scuola e anni di ricordi legati a luoghi che non esistono più.

Abbiamo parlato della distruzione dell’istruzione e ora del lavoro. Ma se dovessimo menzionare ogni aspetto della vita che ne è stato colpito, non finiremmo mai.

La tragedia del lavoro scomparso

A Gaza, dove molte persone lavoravano come freelance o da remoto, la perdita di una connessione Internet affidabile e dell’elettricità non era semplicemente un inconveniente. Poteva significare perdere del tutto l’accesso al lavoro. Una connessione compromessa poteva diventare una scadenza non rispettata, un cliente perso o un reddito svanito dall’oggi al domani.

Prima della guerra, Asmaa Mohammad manteneva la sua famiglia di sei persone grazie al lavoro freelance. Suo marito faticava a trovare un impiego stabile, lasciando a lei il ruolo di principale fonte di reddito della famiglia. Il suo lavoro non era semplicemente una carriera; era il mezzo di sopravvivenza della sua famiglia.

Ma con il protrarsi della guerra, mantenere quel lavoro è diventato sempre più difficile. La stessa infrastruttura che collegava Asmaa ai clienti e alle opportunità al di fuori di Gaza veniva ripetutamente interrotta, rendendole più difficile comunicare, lavorare e guadagnare.

«Ho perso il contatto con il mondo esterno dopo un anno passato a cercare semplicemente di sopravvivere», ci ha raccontato Asmaa, descrivendo come il prolungato isolamento a Gaza abbia influito sul suo lavoro da libera professionista e sulla sua capacità di mantenere la famiglia.

Queste sono solo una goccia nell’oceano. Solo due storie tra due milioni di storie non raccontate.

Tre anni consecutivi di genocidio, cosa mai accaduta in nessuna epoca, ma avvenuta nel 2026, quando eravamo tutti circondati da leggi, regole, diritto internazionale «che non sono mai esistiti a Gaza» e libertà. Solo a Gaza, “genocidio” è una parola normale per il mondo esterno: scelgono di protestare per un paio d’ore, poi continuano a vivere le loro vite.

L’ultima domanda che mi è venuta in mente oggi è: perché ricordiamo il nostro doloroso anniversario del genocidio del 7 ottobre 2023, ma non ricordiamo l’anniversario dell’accordo di cessate il fuoco del 9 ottobre 2025? È forse perché ci siamo talmente abituati alla morte e alla sofferenza che la pace non ci sembra più degna di essere ricordata? O è perché, per la popolazione di Gaza, si è trattato solo di un cessate il fuoco sulla carta? I titoli delle notizie di oggi vi danno la risposta.


© – Riproduzione parziale consentita citando la fonte e inserendo il link all’inizio della notizia.

CREDITI FOTO: © Hamed Sbeata

Autore

  • Sara Awad

    Scrittrice palestinese, si è trasferita in Italia per completare la sua laurea in lingue. I suoi articoli sono stati pubblicati su The Intercept, Al Jazeera English, TRT World, Drop Site News, The Independent, Truthout, PRISM e altre piattaforme. Si concentra su questioni sociali, resilienza, identità e speranza nel contesto della guerra e dell'occupazione.

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