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Domenica pomeriggio, vicino al Castello Sforzesco a Milano, qualcuno ha sfondato la vetrina del Decathlon. Dentro sono entrati ragazzi incappucciati, vicino alla fontana è stato acceso un piccolo fuoco. Fra loro, con ogni probabilità, c’era un dodicenne che è uscito con una felpa sotto il braccio.

Il giorno dopo, la presidente del Consiglio ha convocato un vertice sulla sicurezza. Nel tempo-spazio che intercorre fra quei due gesti, la felpa e il vertice, si situa tutta la vicenda cui abbiamo assistito in questi giorni.

La risposta dello Stato parla ai genitori spaventati del centro, non ai figli della periferia. Ai primi dice: vi proteggeremo. Ai secondi dice soltanto: siete un problema di ordine pubblico. Nessuno ha pronunciato questa frase, ma è il senso di ciò che le leggi fanno, e i ragazzi lo leggono benissimo.

Ogni legge è anche un messaggio. Il fermo preventivo, applicato domenica a 174 dei 271 ragazzi fermati, non punisce ciò che hai fatto ma ciò che potresti fare: ti definisce per il pericolo che rappresenti, non per la voce che hai. Il disegno di legge che vuole estenderlo ai minorenni nei luoghi della movida, e anticiparne l’imputabilità, è stato battezzato dalla stampa e dallo stesso vicepremier “anti-maranza”: un insulto da cortile promosso a categoria normativa. A un ragazzo di periferia la Repubblica si presenta così, chiamandolo con il nome con cui lo deridono.

Maranza è un insulto da cortile promosso a categoria normativa. A un ragazzo di periferia la Repubblica si presenta così: chiamandolo con il nome con cui lo deridono.

C’è poi una simmetria che dovrebbe inquietarci. I ragazzi sono scesi in centro per punire una città che sentono estranea, la città risponde punendo la periferia. Due punizioni che si inseguono, e in mezzo nessuna parola. Ciascuno conferma all’altro ciò che già pensava: per il centro, la periferia è una minaccia da contenere, per la periferia, il centro è una vetrina in cui non si entra se non rompendola.

Il dodicenne del Decathlon non ci ha affidato nessun messaggio. Non ha scritto un volantino, non ha alzato uno striscione, non ha chiesto nulla a nessuno, e caricare di significato politico un gesto che il suo autore non rivendica sarebbe un altro modo di parlare al suo posto. Ma il messaggio che lui ha ricevuto, quello sì, lo conosciamo: è scritto nei decreti. Questo testo non vuole parlare al posto dei ragazzi. Vuole provare a capire, e a far capire, la condizione da cui proviene il rumore di quella vetrina, e il silenzio che le risponde.

Il primo riflesso, a destra come a sinistra, è stato etnico. “Maranza”, “seconde generazioni”, “figli dell’immigrazione”: parole pronte, che spiegano tutto prima di aver guardato. Le cronache più attente raccontano però una realtà più ampia: ragazzi di origine italiana e di seconda generazione, mescolati senza distinzione, arrivati dalle periferie e dall’hinterland, senza bandiere né appartenenze. Il quadro è ancora provvisorio, e le statistiche di polizia registrano la cittadinanza, non l’origine: proprio per questo ogni lettura etnica, in un senso o nell’altro, è prematura. E soprattutto giovanissimi. Degli oltre duecento accompagnati in questura, quattro su cinque erano minorenni, alcuni avevano undici, dodici, tredici anni. Sono bambini che hanno vissuto il lockdown in prima elementare, cresciuti dentro la frattura del Covid e dentro uno schermo che è diventato la loro piazza prima ancora della piazza vera.

Degli oltre duecento accompagnati in questura, quattro su cinque erano minorenni, alcuni avevano undici, dodici, tredici anni. Sono bambini che hanno vissuto il lockdown in prima elementare, cresciuti dentro la frattura del Covid e dentro uno schermo che è diventato la loro piazza prima ancora della piazza vera.

I dati sulla scuola smontano la lettura identitaria ancora più nettamente. Secondo l’Istat, il rischio di dispersione implicita in terza media è del 22,5% tra gli studenti immigrati di prima generazione, dell’11,6% tra gli italiani e del 10,4% tra quelli di seconda generazione. I figli dell’immigrazione nati o cresciuti qui, a scuola, vanno quanto e talvolta meglio dei loro compagni. Ciò che pesa davvero è altro: per chi viene da una famiglia svantaggiata quel rischio è più che doppio.

Il confine che attraversa la piazza del Castello Sforzesco, dunque, non separa italiani e stranieri. Separa il centro dalla periferia, chi ha da chi non ha. È una vecchia parola, classe, che il dibattito pubblico preferisce non pronunciare perché obbliga a guardare anche i figli “nostri”.

Se i ragazzi non parlano, gli oggetti sì. Levi’s, Under Armour, Foot Locker, Decathlon, una profumeria: la mappa dei saccheggi coincide con la mappa del desiderio adolescenziale. Per questi ragazzi l’outfit non è vanità ma lingua: dice chi sei, quanto vali, se esisti agli occhi del gruppo. Chi non può comprarlo vive in una frase che non riesce a pronunciare.

Zygmunt Bauman, commentando le rivolte di Londra del 2011, parlò di “consumatori difettosi”: giovani educati a riconoscersi soltanto attraverso la merce e poi esclusi dalla possibilità di accedervi. Non una rivolta contro il consumo, ma una rivolta dentro il consumo, una scorciatoia violenta verso il riconoscimento che il mercato promette e la periferia nega.

Ma la lettura non deve diventare troppo comoda. Tra le vetrine colpite c’è stata anche quella di una libreria, la Feltrinelli di Porta Nuova, a Torino, questa volta. Nessun programma, nessuna scelta di bersagli coerente: il centro intero, con i suoi negozi, i suoi libri, le sue luci, è diventato il bersaglio. È una città vista da fuori, da chi la attraversa solo per guardarla e che per una sera ha deciso di toccarla.

La Francia dell’egalité è distante

Guardare alla Francia aiuta a vedere ciò che a Milano manca. Anche lì le giornate di mobilitazione hanno avuto le loro code di saccheggi, e i sindaci hanno dovuto separare i liceali dai casseurs. Ma attorno a quella violenza c’era un movimento, e dentro il movimento un pensiero.

Dal 21 settembre scorso, quando i blocchi sono partiti da un liceo di Créteil, i ragazzi francesi hanno rivendicazioni precise: insegnanti, aule meno affollate, edifici sicuri. E hanno un orizzonte simbolico che le accompagna: le bandiere palestinesi, le kefiah, Gaza come evento politico fondativo, scoperto sugli schermi nell’età in cui si formano le convinzioni. Hanno sindacati studenteschi che li convocano, una piattaforma di consultazione aperta dal governo, un primo ministro costretto a promettere un piano entro fine mese. Hanno, in una parola, degli interlocutori. Anche ostili, anche tardivi, ma interlocutori.

E fin dai primi giorni hanno usato una parola: égalité. Non è uno slogan inventato per l’occasione. Viene dalla Dichiarazione del 1789, una carta che precede la Costituzione e la fonda, e che ogni bambino francese ritrova scritta sulla facciata della propria scuola. Quando un liceale di Créteil chiede professori e aule decenti non chiede un favore: reclama una promessa che la Repubblica gli ha fatto prima ancora che nascesse. Ha una lingua in comune con chi lo governa, e può rivolgerla contro di lui.

In Italia quella lingua sembra smarrita. La Costituzione esiste, ma nessuno vi si appella davvero: né i ragazzi, che non la sentono propria, né tanto meno chi governa.

I ragazzi di Rozzano, di Quarto Oggiaro, di Cinisello hanno preso in prestito la data, il 17 ottobre, e forse l’estetica. Non il contenuto. Ma il contenuto non nasce dal nulla: nasce dove qualcuno ti ascolta abbastanza da costringerti a formularlo. Chi li ha convocati, in questi anni, se non la polizia?

Lo Stato, come si è visto, ha risposto con il codice penale: è la lingua che conosce meglio, e quella che costa meno.

Ma sarebbe troppo facile fermarsi al governo. La sinistra non ha soltanto abbandonato le periferie, chiudendo sezioni e circoli, lasciando che oratori, centri giovanili, palestre popolari ed educatori di strada venissero tagliati bilancio dopo bilancio. Ha fatto qualcosa di più sottile: là dove è rimasta, ha trasformato i ragazzi da soggetti in tema.

Il meccanismo è silenzioso e quasi sempre animato da buone intenzioni. I ragazzi diventano destinatari di progetti, beneficiari di bandi, oggetto di incontri di sensibilizzazione in cui un adulto spiega loro chi sono e come dovrebbero convivere. Compaiono nei rapporti come percentuali, nei convegni come caso di studio, nelle rassegne come argomento. Raramente come autori. Nessuno li esclude con un atto ostile: vengono semplicemente spostati dall’altra parte del palco, tra il pubblico di uno spettacolo che parla di loro.

È l’operazione speculare a quella della destra. Per l’una i ragazzi sono un tema da raccontare con empatia, per l’altra un problema da contenere con il fermo. In entrambi i casi si parla di loro e nessuno parla con loro. Ma chi non viene mai chiamato a prendere la parola impara presto che la parola non gli appartiene, e cerca altrove il modo di farsi sentire.

E la scuola, ha ancora il tempo di ascoltare oltre che di valutare? E le famiglie, spesso sole, spesso stremate, che vedono i figli sparire dentro uno schermo da cui arriva l’appuntamento per la domenica pomeriggio?

Rivolte di soli maschi

Resta una questione che quasi nessuno pone, eppure salta agli occhi: a giudicare dalle immagini, quei ragazzi sono quasi tutti maschi. Non è un dettaglio psicologico, è un fatto economico. Dove mancano il denaro, il lavoro, uno spazio in cui contare qualcosa, il corpo e la forza restano l’unico capitale da esibire, e il rispetto diventa una moneta che si conquista davanti a una telecamera. Quel modello di virilità non nasce in periferia, attraversa l’intera società, ma in periferia trova meno occasioni per essere smentito. Nessuna ora di educazione affettiva lo scalfirà, se fuori dall’aula il riconoscimento resta a portata soltanto di chi può comprarlo o di chi è disposto a prenderselo.

Non so che cosa volesse il dodicenne del Decathlon. Probabilmente non lo sa nemmeno lui, e non è compito mio dirglielo. So però che a dodici anni si impara a parlare se qualcuno aspetta la tua risposta. Una società che a questi ragazzi rivolge soltanto sorveglianza, sospetto o compassione non deve stupirsi se essi rispondono con l’unica sintassi che sentono funzionare.

Eppure quella lingua ce l’abbiamo, ed è tutt’altro che timida. L’articolo 3 della Costituzione affida alla Repubblica il compito di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale” che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini. Non chiede di contenere chi è rimasto indietro, bensì di rimuovere ciò che lo tiene indietro. Il fermo preventivo è l’esatto rovescio di quella frase.

La domanda lasciata sul selciato del Castello dal passaggio burrascoso, ma silenzioso, dei giovani rioters d’Italia non riguarda loro, ma noi: chi in quella città, chi in questo Paese, ha ancora tempo, luoghi e voglia di ascoltarli prima che spacchino qualcosa?



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CREDITI FOTO: ANSA/MATTEO CORNER

Autore

  • Tahar Lamri

    Scrittore e giornalista. Nato ad Algeri, è arrivato in Italia nel 1986. Vive a Ravenna. Ha collaborato con il manifesto, Internazionale, scritto racconti e opere teatrali. Ha raccolto alcuni suoi scritti nel libro "I sessanta nomi dell'amore", Fara Editore, 2006.

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