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Il 30 ottobre prossimo i lavoratori portuali di oltre 50 scali in diversi Paesi del Mediterraneo, dell’Europa e oltre entreranno in sciopero e mobiliteranno contro il transito di carichi bellici, la militarizzazione delle infrastrutture e l’economia di guerra. L’iniziativa, promossa dalla rete “Ports in Action”, è stata presentata durante una conferenza stampa internazionale tenutasi a Roma il 15 ottobre scorso.
“Questa giornata di lotta nasce da una convinzione condivisa e irremovibile: i lavoratori possono fermare il genocidio del popolo palestinese e possono opporsi alle aggressioni imperialiste”, ha dichiarato Francesco Staccioli, dell’Esecutivo nazionale dell’USB, nel corso della conferenza stampa. “Non pretendiamo di fermare da soli la guerra. Sappiamo che non possiamo riuscirci. Ma sappiamo che l’espressione pratica della solidarietà internazionale è la strada che vogliamo percorrere, così che a a partire dal giorno dopo possiamo riprendere il cammino con più lavoratori, più porti, più settori e più Paesi”.
“Il portuale non lavora per la guerra. Nessun lavoratore o lavoratrice dovrebbe farlo”.
Secondo il documento elaborato dalla coalizione, aderiranno porti che rappresentano il 40% della capacità di movimentazione container dell’intero Mediterraneo, circa 3 milioni di TEU al mese (Twenty-foot Equivalent Unit, il volume di un container lungo circa 20 piedi/6 metri: è l’unità di misura standard usata nel trasporto marittimo per quantificare la capacità di carico delle navi portacontainer e il volume di traffico dei porti, ndr), con hub di trasbordo strategici come Tangeri, il Pireo, Gioia Tauro e Genova. Il numero di porti in adesione è in costante aggiornamento e se si unissero allo sciopero anche quelli spagnoli, la quota di capacità di movimentazione bloccata dallo sciopero salirebbe oltre il 58%. Il tratto di costa tra il sud-ovest della Francia e il Pireo – quasi 1.100 miglia nautiche, pari a oltre tre giorni e mezzo di navigazione per una nave portacontainer – risulterebbe di fatto chiuso al traffico container. I porti in sciopero di 24 ore (Italia, Francia, Grecia e Paesi Baschi, più un fermo di due ore a Tangeri) bloccherebbero circa 40.000 container in un solo giorno, per un valore stimato superiore ai 2 miliardi di dollari secondo gli standard ONU (circa 54.000 dollari per container). Il solo costo di un giorno di ritardo potrebbe arrivare a 43 milioni di dollari.
In Italia lo sciopero, sostenuto dai sindacati USB Mare e Porti e Orsa Porti, interesserà almeno otto scali: Ancona, Civitavecchia, Genova, Gioia Tauro, Livorno, Ravenna, Salerno e Trieste. La stessa giornata coinciderà con uno sciopero generale nazionale indetto da USB, che allarga la mobilitazione a tutte le categorie contro il carovita, il riarmo e la guerra.
“In questo momento assistiamo a un aumento della spesa militare e a uno spostamento verso un’economia di guerra, insieme a un’escalation di fascismo, razzismo e xenofobia. In un periodo in cui lo sterminio del popolo palestinese è diventato la norma e Paesi come Cuba sono sotto blocco, l’unica prospettiva di trasformazione economica sembra essere la guerra, con l’imperialismo e la guerra che dominano tutto. Noi, come sindacati, dobbiamo dare una risposta concreta e reale”, ha dichiarato Cinzia Della Porta, dell’esecutivo nazionale USB e componente del segretariato della Federazione Sindacale Mondiale. “I popoli del mondo si rendono conto che dalle guerre non ci si può aspettare altro che miseria, sfollamenti, povertà e un peggioramento delle condizioni di vita. I lavoratori sanno che le enormi risorse destinate all’economia di guerra vengono drenate a spese dello stato sociale, dell’istruzione, della sanità, dei salari, delle pensioni e dei benefici per le classi lavoratrici”.
La mobilitazione portuale fa seguito a una prima giornata internazionale di azione del 6 febbraio e nasce dal Terzo Incontro Internazionale dei Sindacati dei Portuali del Mediterraneo e dell’Europa, tenutosi a Istanbul nel maggio 2026. Partecipano organizzazioni come CGT Ports and Docks (Francia), ENEDEP (Grecia), LAB (Paesi Baschi), Liman-İş (Turchia), ODT (Marocco), oltre a sigle italiane e indiane. Lo slogan è “I portuali non lavorano per la guerra. Per porti di pace, per un lavoro di dignità”.
Le rivendicazioni della Dichiarazione di Istanbul includono la fine del genocidio del popolo palestinese, il riconoscimento di uno Stato palestinese nei confini del 1967 con Gerusalemme Est capitale, la fine delle aggressioni USA-israeliane, l’opposizione all’uso dei porti per armi e truppe, il rifiuto dell’economia di guerra e della militarizzazione delle infrastrutture UE, e il miglioramento di salari, sicurezza e condizioni di lavoro. Parallelamente, i lavoratori denunciano intensificazione dello sfruttamento, automazione usata per tagliare posti e sorvegliare i movimenti, e repressione costante fatta di licenziamenti, multe, procedimenti giudiziari in diversi Paesi.
Le complicità con Israele vanno avanti
Il documento della conferenza ricostruisce una serie di interventi concreti dei portuali negli ultimi anni: ritardi e blocchi di carichi destinati a Israele o ad aziende come Elbit Systems e IMI a Tangeri, Pireo, Marsiglia, Le Havre, Genova e Livorno. Nel settembre 2025 i portuali di Livorno hanno impedito l’attracco della nave SLNC Severn, con carico diretto alla base USA di Camp Darby. Nel febbraio 2026, in oltre venti porti di sette Paesi, sono state fermate cinque navi sospette in un solo giorno. A marzo è stato sequestrato in Italia un carico di acciaio militare indiano sufficiente, secondo NHG, a produrre 13.000 proiettili da 155 mm.
Nonostante questi interventi, i flussi continuano. Negli ultimi 14 mesi No Harbour for Genocide ha tracciato almeno 315 spedizioni di componenti per Elbit Systems attraverso 56 porti commerciali in 29 Paesi. Negli ultimi 10 mesi sono state documentate almeno 3.400 spedizioni militari statunitensi attraverso 67 porti in 42 Paesi. Si tratta, sottolinea la rete, del numero minimo confermato.
La tenacia della lotta contro la militarizzazione
La coalizione denuncia una progressiva militarizzazione di porti, strade, ferrovie e industria civile. L’UE ha già stanziato 1,7 miliardi di euro per 95 progetti di “mobilità militare” e ne propone altri 17,65 miliardi. Porti come Anversa hanno registrato aumenti fino al 1.000% di carichi destinati a basi militari USA dopo l’inizio del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran.
Anche in Italia, casi come quello del porto di Ravenna hanno portato alla luce tensioni sulla trasparenza: come avevamo scritto su Kritica settimane fa, l’Avvocatura dello Stato, difendendo le Dogane, aveva parlato di “rilevanza militare” dello scalo e di un contesto di “guerra mondiale ibrida e a pezzi che coinvolge anche l’Italia” per giustificare il diniego alla consultazione dei dati aggregati sul transito di armi, richiesto da alcuni tenaci giornalisti e attivisti, fra cui, in prima fila, la giornalista freelance Linda Maggiori e l’avvocato Andrea Maestri. La scorsa settimana il Consiglio di Stato ha respinto l’appello che l’Avvocatura di Stato aveva presentato dopo un primo pronunciamento del TAR, obbligando alla divulgazione dei numeri aggregati e creando un precedente importante riguardo all’obbligo di trasparenza delle istituzioni e al riconoscimento dell’interesse pubblico all’informazione.
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