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L’aggressione subita dagli esponenti dell’ANPI (Associazione nazionale partigiani italiani) in occasione delle celebrazioni di venerdì 16 ottobre scorso, per ricordare il rastrellamento del Ghetto e la deportazione degli Ebrei romani avvenuta il 16 ottobre 1943 – rimasta sul piano verbale solo per l’intervento delle forze dell’ordine – rappresenta lo sbocco naturale del posizionamento politico della comunità ebraica romana, da tempo completamente allineata ai governi di destra e di estrema destra israeliani. Rispetto agli episodi precedenti, tuttavia, i fatti del 16 ottobre 2026 rappresentano un salto di qualità impossibile da ignorare.

Insieme ad altre organizzazioni come l’ANED (Associazione Nazionale Ex Deportati nei Campi nazisti), l’ANPPIA (Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani), la FIAP (Federazione Italiana Associazioni Partigiane) e l’ANPC (Associazione Nazionale Partigiani Cristiani), l’ANPI è parte integrante di quella che potremmo chiamare la Costituzione materiale della Repubblica nata dalla Resistenza all’occupazione nazifascista. Non si tratta solo di un’associazione volta a conservare la memoria della Resistenza, ma di un’entità culturale e politica che ha accompagnato, con alterne vicende, ogni momento della storia repubblicana. 

Lo schieramento dell’ANPI al fianco delle ragioni del popolo palestinese e contro il genocidio in atto è parte della sua lunga storia di attualizzazione della Resistenza italiana; cosa ben diversa dalla museale conservazione della memoria. Senza andare indietro fino alla partecipazione dell’ANPI alle manifestazioni per la pace degli anni ’50 e ’60 del secolo scorso o a quelle a fianco del Vietnam negli anni ’70, per restare a tempi recenti basti ricordare le parole di uno dei suoi Presidenti più prestigiosi, il combattente Carlo Smuraglia, a sostegno della resistenza armata dell’Ucraina dopo l’inizio dell’invasione russa.

Una fatwa contro gli eredi della Resistenza al nazifascismo antisemita

Quanto avvenuto a Roma lo scorso 16 ottobre, dunque, è un fatto gravissimo, di enorme portata politica e storica. I fatti sono stati riportati dalle cronache: qualche giorno prima delle usuali celebrazioni promosse dal Comune di Roma in occasione dell’anniversario del rastrellamento del Ghetto, il Presidente della Comunità Ebraica Romana (CER), Victor Fadlun, aveva emanato una sorta di fatwa contro l’ANPI, proibendole di partecipare – come è sempre stato – alla cerimonia.

Alle parole sono seguiti i fatti e, nella mattinata del 16 ottobre, quello che i giornalisti hanno definito il “servizio d’ordine” della CER ha intimato ai rappresentanti dell’ANPI – con insulti e minacce – di allontanarsi, di andare via. Le forze dell’ordine si sono interposte fra i due gruppi ed hanno evitato che dall’aggressione verbale si arrivasse a quella fisica. Gli esponenti dell’ANPI, con i loro gonfaloni storici, sono stati costretti ad attestarsi in un’area limitrofa a quella della cerimonia. Porte chiuse agli eredi della Resistenza ma, in compenso, spalancate ai discendenti dei nazifascisti, quelli che nel simbolo del proprio partito hanno ancora la fiamma tricolore che illumina la memoria dei collaborazionisti italiani complici dell’Olocausto.

Nella commemorazione del rastrellamento degli ebrei del ’43, porte chiuse agli eredi della Resistenza. Ma, in compenso, spalancate ai discendenti dei nazifascisti che quel rastrellamento lo effettuarono.

Il Sindaco Roberto Gualtieri, giunto sul posto qualche minuto dopo l’aggressione, ha preso parte alla cerimonia come se niente fosse accaduto, deponendo una corona di fiori insieme al Presidente della CER Victor Fadlun. Ad oggi, non risultano dichiarazioni del Sindaco di condanna dell’accaduto e di solidarietà verso l’ANPI (l’agenzia ANSA riporta che l’ANPI richiederà a breve un incontro al sindaco Gualtieri a seguito dell’aggressione subita, ndr).

La situazione avrebbe richiesto un intervento del Sindaco ancora prima che si verificasse l’aggressione.

Un quartiere di Roma trattato come un’exclave israeliana?

Le cerimonie del 16 ottobre sono promosse e organizzate dal Comune di Roma, a nome e per conto dell’intera cittadinanza, non dalla Comunità ebraica romana per i suoi attivisti. Il Presidente Fadlun, dopo i fatti, ne ha rivendicato la giustezza, affermando che il Ghetto “è casa nostra” e, di conseguenza, il diritto di allontanarne gli elementi sgraditi, anche in futuro. Peccato che, oltre a trattarsi di un evento promosso dal Comune di Roma e non dalla Comunità ebraica romana, l’area compresa fra il Lungotevere e Largo Argentina faccia parte del territorio della Repubblica Italiana e, appunto, del Comune di Roma e non sia un’exclave israeliana o una proprietà privata della CER. Questo in teoria, perché in pratica, come si è visto, il rappresentante di un’associazione privata può permettersi di emettere un divieto nei confronti di elementi sgraditi e di far seguire i fatti alle parole, potendo evidentemente contare sulla, diciamo così, empatia di un Sindaco “democratico” che non ha ancora detto una parola sull’accaduto; così come non ne ha espresse sull’aggressione subita poche settimane fa da due giovani del collettivo OSA, buttati giù dalla moto e picchiati da un energumeno – che si è autodefinito orgogliosamente “ebreo” – in quanto colpevoli di portare alcune bandiere palestinesi per una manifestazione. L’autore di quell’aggressione è ancora sconosciuto, nonostante i testimoni abbiano rilevato e consegnato alla polizia il numero di targa del suo veicolo.

Un’amministrazione che mantiene tutte le sue complicità

A tutto questo bisogna aggiungere il fatto che sia ormai chiaro a tutti che la maggioranza che sostiene il Sindaco di Roma sia intenzionata ad insabbiare la Delibera Popolare che promuove l’interruzione dei rapporti fra il Comune di Roma e lo Stato di Israele, posto che il testo, secondo lo Statuto e il Regolamento di Roma Capitale, avrebbe dovuto essere messo ai voti dell’Aula Giulio Cesare entro il 22 settembre 2026 e, invece, non risulta ancora nemmeno calendarizzato.

Tempo fa, su queste pagine, chi scrive definiva “mefitica” l’aria che si respira a Roma. Oggi, dopo i fatti del 16 ottobre, quell’aria sta diventando irrespirabile.


© Kritica – Riproduzione parziale consentita riprendendo la fonte e il link all’inizio della notizia.

CREDITI FOTO: ANSA/Emanuele Valeri

Autore

  • Germano Monti

    Ex operatore sociale, marxista convinto, attivista per i diritti umani, innamorato di Irlanda e Palestina. In poche parole, un tipaccio.

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