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[Aggiornamento del 28 ottobre, ore 13.10: Youssef Siher è stato rilasciato dal carcere di San Vittore intorno alle 13 del 28 ottobre. Come riportano le agenzie, La GIP Tiziana Landoni ha rigettato la richiesta di convalida del fermo e l’applicazione della misura cautelare in carcere proposta dalla PM Francesca Crupi, titolare dell’inchiesta insieme al procuratore Marcello Viola].
Ndr: L’articolo rimane interamente valido nelle informazioni e considerazioni che riporta, lo lasciamo dunque inalterato qui di seguito, con titolo e descrizione aggiornati. Se altri aggiornamenti dovessero seguire, li riporteremo in cima alla notizia.
Youssef Siher è al centro di una tempesta mediatica da ormai quattro giorni ininterrotti. Dopo il fermo avvenuto sabato 24 ottobre, poco prima delle 14:30, il suo nome è stato presto diffuso, alimentando nei media una ricerca approfondita su chi fosse. Sul giovane si è presto avuto un identikit dettagliato: percorso universitario, collaborazioni, video e il suo volto in apertura di tutti i principali siti dei quotidiani italiani. L’uomo ha una certa presenza pubblica: è un analista politico, ricercatore e giornalista. Lavora come Research Trainee presso l’Osservatorio sul Medio Oriente e Nord Africa dell’ISPI, ha scritto per testate come Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.
Al momento si trova a San Vittore, in una cella singola, nella sezione riservata ai pericoli pubblici, gli individui nocivi per la sicurezza dello Stato. Martedì 27 ottobre, davanti alla gip Tiziana Landoni, si è avvalso della facoltà di non rispondere: “Era convinto di aver esercitato le sue libertà, i diritti garantiti dalla Costituzione, e non gli è mai nemmeno sfiorata l’idea che, con i messaggi scritti e inviati su Telegram, sarebbe finito in carcere con accuse pesanti. Reati che lui ritiene di non aver mai commesso visto che nella chat Movimento 17 ottobre non ha usato parole violente per inneggiare alla rivolta contro l’ordine costituito”, fanno sapere i suoi legali, gli avvocati Yasmina Abu Sharar e Benedetto Ciccarrone. A chi ha chiesto se “secondo voi questo è un provvedimento politico”, i difensori hanno risposto: “Noi facciamo gli avvocati”. Oggi 28 ottobre, nel corso della giornata si saprà se il giudice ha accolto la convalida del fermo, con custodia cautelare in carcere, o se saranno ritenuti sufficienti gli arresti domiciliari.
La pagina Instagram Movimento 17 ottobre (e poi quella Telegram collegata) è stata creata da Siher precisamente alle 19:58 di domenica 18 ottobre, mettendo, almeno comunicativamente, il cappello alle manifestazioni di quei giorni, pur non avendole di fatto coordinate. Anche quelle del 24 ottobre si sono svolte senza che Siher, fermato prima dei concentramenti locali, potesse coordinare alcunché. Nelle ultime comunicazioni della chat, i messaggi appuntano non all’esigenza di creare quanti più disordini possibile, bensì a quella di difendere l’incolumità e la sicurezza di tutti i manifestanti.
Un dispositivo di fermo tutto costruito sulle opinioni
La procura però ha fatto un ragionamento diverso e ha visto nell’uomo, in quanto amministratore del gruppo, il capo di un gruppo organizzato con l’obiettivo di far cadere nel terrore non solo la città di Milano, ma l’intero paese con un “piano eversivo”: un “incitamento alla rivoluzione in diverse piazze d’Italia”. Come? Innanzitutto, l’uomo avrebbe “intimidito e cagionato timore nella popolazione”, e una prova risiederebbe nel vasto dispiegamento di forze dell’ordine e dell’esercito, “creando la percezione di una situazione di grave pericolo”. Ma la scelta di adottare un vasto dispiegamento di forze dell’ordine non è certo imputabile a Siher; semmai al governo di Giorgia Meloni.
Il dispositivo di fermo con le considerazioni della procura sta avendo vasta circolazione da un paio di giorni. Nell’intento di tracciare il presunto profilo criminale di Siher, esordice con questa sua citazione: «Lo Stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove». «Meloni dichiara guerra al futuro di questo paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame».
Potrebbero essere prove perfette da portare al banco dei giudici se esistesse un reato di opinione. Ma in Italia, chissà ancora per quanto, non esiste.
Accanto alle frasi dell’uomo diffuse via social, il decreto stabilisce l’accusa: istigazione a delinquere aggravata da finalità di terrorismo e dall’uso di strumenti informatici, associazione con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche (il nuovo reato appena introdotto dal governo). Con lui è indagata a piede libero la moglie Sagia Hammoud, 32 anni, di Como, per gli stessi reati, tolta l’aggravante della diffusione social.
Il capro espiatorio perfetto
Esce fuori in poco tempo un profilo perfetto per delegittimare quella che, nonostante la mancanza di rivendicazioni politiche chiare, appare a tutti gli effetti null’altro che una iniziativa di organizzazione di piazza come tante ce ne sono state negli anni passati, anche coordinate tramite i social media.
La principale differenza con il passato è che il malcontento popolare per via di condizioni esistenziali sempre più invivibili è cresciuto esponenzialmente, in primis fra le generazioni più giovani; per il governo in carica, trovare un capro espiatorio per distrarre dalle sue responsabilità si rende sempre più necessario. Siher è musulmano, sostenitore della causa palestinese, sostenitore delle azioni di Hamas del 7 ottobre 2023, definite «un atto rivoluzionario di decolonizzazione» e in ultimo, italiano di seconda generazione, un “maranza con la laurea”, la nuova figura che fa tremare i palazzi del potere. Chi meglio di lui? Il governo ha accolto la notizia del suo arresto con gioia, con grandi complimenti a Piantedosi. Quella che per il ministro della Difesa Crosetto era prima l’ombra di una guerra ibrida russa, è diventata ben presto la mano islamista sull’Europa e l’Occidente.
Dalle indagini della Digos emergono altri elementi che tracciano un certo tipo di profilo. Si legge che il trentunenne è aderente al nucleo milanese dei “Giovani Palestinesi d’Italia”, “ha contatti con ambienti antagonisti, quali il movimento BDS, il Fronte della Gioventù Comunista e varie realtà sindacali di Firenze e Brescia, oltre a numerosi centri sociali del Nord-Est Italia”. Gestisce un blog, “Rihla” – fermo dal 2024 –, in cui, si legge, “sostiene posizioni anti-israeliane e anti-occidentali”.
Basta un profilo simile per essere criminalizzati? Il ministro dell’Interno Piantedosi allude a “un mondo di contatti” che potrebbero esserci dietro l’uomo, tanto da suggerire anche un possibile ruolo criminogeno dei sindacati di base in vista dello sciopero generale del 30 ottobre. Il ministro Matteo Salvini ha precettato i trasporti per sabato, mettendosi così frontalmente di traverso all’esercizio del diritto di sciopero.
Quando il problema diventano le idee
Leggendo le undici pagine di decreto, i fatti concreti che giustifichino i reati citati e imputati a Siher appaiono deboli, se non del tutto assenti. Un giudice non dovrebbe giudicare le idee, siano queste spregevoli o meno. Anche nella richiesta di convalida del fermo, il procuratore di Milano Marcello Viola e la pm Francesca Crupi ammettono che «non vi sono diretti riferimenti alla commissione di atti di devastazione o saccheggio».
Per chi indaga, però, le conferme si trovano nella messa a disposizione di un file intitolato Rivoluzione, istruzioni per l’uso.pdf, «Liberamente ispirato dal manuale della rivoluzione egiziana del 2011». Al suo interno le istruzioni per una “mobilitazione collettiva di disobbedienza civile contro il governo Meloni e le sue politiche”. Ci sarebbero poi le indicazioni su come venire attrezzati in piazza: kit di pronto soccorso, suggerimenti per mitigare l’effetto dei lacrimogeni, l’importanza di avere contatti con avvocati in caso di fermo, fornirsi di scudi per proteggersi e di vernice spray. Nel gruppo Telegram con oltre 6100 iscritti compaiono profili che fanno pensare ad atti criminosi, o a semplici commenti sopra le righe, ma non sono da attribuire all’admin, bensì ai commentatori. “Spaccare gli istituti del credito è giusto”, “edifici politici, banche, comuni, tutti al rogo”, «Bisognerebbe distruggere i ripetitori della Rai», scrivono alcuni partecipanti.
Intanto mentre i finti paladini del garantismo, liberali e destra moderata in primis, tacciono, contenti di aver individuato il nemico perfetto per l’ormai eterna campagna elettorale “contro lo straniero”, altre voci si alzano a difesa del processo mediatico e giuridico spietato in corso.
Il giurista Luigi Manconi avverte i rischi di questo tipo di indagini e il “tentativo di forzare quella soglia che separa la sanzione del fatto dalla punizione dell’intenzione”. “Consapevole dell’incomparabilità tra i due regimi, quello democratico e quello nazista, non posso tuttavia dimenticare che quest’ultimo puniva il tentativo allo stesso modo del reato consumato, ritenendo di dover sanzionare non la lesione di un bene giuridico bensì l’intenzione criminosa espressa, indifferentemente, in parole o atti”, scrive in un articolo pubblicato su Repubblica (lo stesso quotidiano che nei primi giorni dall’arresto di Siher ha contribuito non poco alla mostrificazione dell’imputato).
Gad Lerner ha ricordato la copertina satirica del “Male” su Ugo Tognazzi capo delle Brigate Rosse, anche il Corriere per mano di Luigi Ferrarella scrive, che non era «la mente» del 17 ottobre, dopo i primi articoli di tutt’altro segno. Intanto anche la comunità musulmana porta il suo sostegno, con una raccolta fondi per le spese legali, e il movimento per la Palestina difende Siher e Hammoud con un comunicato intitolato “Nessun capro espiatorio per la vostra crisi”.
Non si può negare per Siher l’ingenuità di aver creato dal nulla un punto di riferimento di migliaia di persone in tutta Italia, impegnate a controllare aggiornamenti e istruzioni su come muoversi e dove ritrovarsi. Ma non aver capito che addossarsi un tale impegno come singolo non fosse lungimirante non è certo un elemento valido per accusarlo di reati che prevedono anni di carcere; così come non lo sono le sue opinioni politiche. Perché se accettiamo che dissentire contro il governo o i suoi provvedimenti visti come “un pugno autoritario, di una durezza che non si vedeva dall’epoca del fascismo”, come ha scritto Siher sui social, possa configurare un reato, allora mettiamo pure una lapide sullo stato di diritto di questo Paese.
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CREDITI FOTO: Villa Medusa – Casa del popolo Napoli

