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“Sono venuto in Italia per essere la voce di mio padre.” Per Ilyas Abu Safiya, quelle parole erano ben più di un semplice appello alla solidarietà. Intervenendo a un incontro presso l’Università di Milano-Bicocca, ha cercato di richiamare l’attenzione sulla detenzione di suo padre, il dottor Hussam Abu Safiya, pediatra palestinese legato all’ospedale Kamal Adwan di Gaza. Abu Safiya è detenuto in un carcere israeliano da circa un anno e mezzo, senza alcuna accusa se non quella di essere un medico che aiutava i propri pazienti.

Un appello per il rilascio dei medici e dei prigionieri palestinesi detenuti ha riunito attivisti, accademici e operatori sanitari presso l’Università di Milano-Bicocca a Milano, dove la città ha ospitato un incontro pubblico incentrato sul collasso del sistema sanitario di Gaza e sulla detenzione degli operatori sanitari palestinesi.

L’incontro faceva parte di una più ampia ondata di eventi di solidarietà che si sono svolti anche a Torino e a Roma e in altre città d’Italia con protagonista proprio Ilyas Abu Safiya, figlio del pediatra palestinese, in Italia per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle condizioni in cui versano i prigionieri palestinesi. Chi scrive ha partecipato all’evento a Milano il 18 ottobre. Nella sua testimonianza, Ilyas ha chiesto il rilascio di suo padre e ha richiamato l’attenzione sulle sofferenze degli altri prigionieri palestinesi. L’evento presso l’Università di Milano-Bicocca ha riunito, oltre a lui, voci palestinesi provenienti dal mondo della medicina, del giornalismo e della letteratura per discutere della distruzione del sistema sanitario di Gaza e della detenzione degli operatori sanitari palestinesi.

Partecipando all’evento in remoto tramite Zoom da Gaza, il dottor Ahmed Al-Farra, responsabile dei reparti di pediatria e maternità dell’ospedale Nasser, ha condiviso la sua prospettiva dall’interno del sistema sanitario di Gaza. La sua partecipazione ha collegato la discussione a Milano alle sfide che i professionisti del settore medico continuano ad affrontare, operando in un contesto di devastazione dei servizi sanitari del territorio.

All’incontro ha partecipato anche il dottor Mohammed Abu Shawish, un medico palestinese trasferitosi in Italia circa un anno fa e che lavora presso l’Università di Milano-Bicocca. Specialista in salute mentale e docente ospite presso l’università, Abu Shawish ha apportato alla discussione una prospettiva medica e psicologica, sottolineando l’importanza di affrontare le conseguenze della crisi di Gaza sulla salute mentale.

Quelle voci provenienti da Gaza parlavano della realtà al di là dei titoli dei giornali; il pubblico si sentiva vicino a loro mentre ascoltava quelle voci autentiche.

All’evento hanno partecipato anche relatori italiani e organizzazioni impegnate in questioni umanitarie e nella solidarietà con la Palestina. Antonio Scordia, in rappresentanza di Amnesty International Italia, era tra i relatori. Ha partecipato anche Massimo Malara, coordinatore dei volontari di Emergency Milano, insieme a Jalna Rossi di Sanitari per Gaza e Mario Maio di BDS Milano, che ha moderato la discussione. La loro partecipazione ha riunito prospettive provenienti dalla difesa dei diritti umani, dal lavoro medico umanitario e dalle iniziative di solidarietà in Italia. All’evento ha partecipato anche Moni Ovadia, l’attore, scrittore e musicista ebreo italiano noto per il suo aperto sostegno ai diritti dei palestinesi. La sua presenza ha aggiunto una dimensione particolare all’incontro, portando la voce di un’eminente figura culturale ebraica in una discussione sulla crisi sanitaria a Gaza, sulla detenzione degli operatori sanitari palestinesi e sui diritti dei prigionieri palestinesi.

Le brutali condizioni di detenzione di Hussam Abu Safiya

L’evento si è concentrato principalmente sul dottor Hussam Abu Safiya. Suo figlio, Ilyas Abu Safiya, ha parlato con voce visibilmente frustrata mentre spiegava la situazione di suo padre e le ultime informazioni che aveva ricevuto sulle sue condizioni. Secondo la sua testimonianza, il dottor Hussam aveva perso più di 35 chilogrammi in carcere, dormiva in piedi e non era stato in grado di cambiarsi i vestiti. Ha detto che suo padre era detenuto a tre piani sotto terra nel carcere di Rakefet, una delle strutture di detenzione più famigerate e dure di Israele.

Durante l’evento, alcuni studenti italiani hanno chiesto a Ilyas perché avesse scelto di venire in Italia piuttosto che in un altro Paese per raccontare la storia di suo padre. La sua risposta è stata profondamente commovente. Ha spiegato che sentiva che il popolo italiano gli dava la speranza di poter rivedere suo padre, anche se temeva che questi potesse non sopravvivere alle condizioni in cui era detenuto.

Liberare Hussam Abu Safiya e tutto il personale medico di Gaza

Questo è stato il messaggio centrale della conferenza, in cui l’attenzione si è concentrata su tutto il personale medico detenuto nelle prigioni israeliane. Attualmente, nelle prigioni israeliane sono detenuti tra i 362 e i 446 operatori sanitari — tra cui medici, infermieri, paramedici e tecnici ospedalieri.

L’unica “accusa” a loro carico è quella di aver aiutato e curato. Non si tratta solo del dottor Hussam Abu Safiya, ma di centinaia di altre persone rinchiuse in queste prigioni, in attesa che sia fatta giustizia. «Il mondo intero parla di proteggere gli operatori sanitari, ma queste leggi servono solo a Israele», ha affermato Ilyas Abu Safiya, esprimendo la sua frustrazione per il trattamento riservato a suo padre.

«Non riesco a capire come qualcuno che cura i bambini possa essere torturato da coloro che li hanno uccisi», ha aggiunto, esprimendo la sua indignazione per le sofferenze degli operatori sanitari e per il trattamento riservato a suo padre durante la detenzione.

Si possono organizzare molti eventi per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle sofferenze dei medici e degli altri operatori sanitari a Gaza, ma la sola sensibilizzazione non fermerà la violenza di Israele. Il cessate il fuoco «della fame», che non ha posto fine alla crisi umanitaria, mette in luce tutta la fragilità della situazione di Gaza. Gli ospedali rimangono vulnerabili alla carenza di carburante, che ne minaccia la capacità operativa. Quando il carburante si esaurisce, i servizi medici essenziali possono crollare, lasciando i medici a lottare per curare i pazienti e salvare vite umane.


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CREDITI FOTO: SARA AWAD

Autore

  • Sara Awad

    Scrittrice palestinese, si è trasferita in Italia per completare la sua laurea in lingue. I suoi articoli sono stati pubblicati su The Intercept, Al Jazeera English, TRT World, Drop Site News, The Independent, Truthout, PRISM e altre piattaforme. Si concentra su questioni sociali, resilienza, identità e speranza nel contesto della guerra e dell'occupazione.

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