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Non c’è un conteggio ufficiale né definitivo di quante persone e di quante città siano scese in piazza ieri per lo sciopero generale indetto dall’Unione Sindacale di Base e dagli altri sindacati di base, insieme con le reti di studenti. Ma è stata la manifestazione delle cento e una piazza, da quelle delle grandi città fino alle più remote province. Giovani, in maggioranza, ma anche tantissimi lavoratori adulti, docenti e insegnanti insieme, comitati di genitori, lavoratori immigrati, pensionati, collettivi delle periferie, gruppi di settore.

Il messaggio era tutto per il governo Meloni ed è stato trasmesso a chiare lettere attraverso cartelloni, striscioni, cori, una pluralità di voci che infine si è trovata per esprimere gioia e non soltanto rabbia, ironia graffiante, satira di piazza contro le ridicole prese in giro del potere nei confronti dei cittadini. Tanti i richiami alle manifestazioni francesi di queste settimane, ma anche a citazioni letterarie, da Hunger Games a Cesare Pavese. Nessuna paura, nessun senso di intimidazione.

Un successo di partecipazione che gli stessi organizzatori non si aspettavano, che è nato dalla chiamata al blocco mondiale dei porti per disertare la guerra e si è ampliato immediatamente allo sciopero generale, un appuntamento non raccolto dal più grande sindacato confederale italiano che ieri, come già l’anno scorso, ha dimostrato tutta l’inadeguatezza con cui il suo grande apparato si relaziona agli umori della gente comune nel Paese. Assenti i settori della CGIL, assenti le bandiere dei partiti istituzionali di opposizione, con alcuni rappresentanti sparsi qui e lì, ma senza alcun ruolo sociale riconoscibile oltre alla politica di palazzo: questa difficoltà di rapporto con moltitudini di cittadini evidentemente in cerca di risposte radicali a problemi radicali è il loro principale problema. E non è detto che siano attrezzati per risolverlo.

È stata una giornata largamente pacifica, fatta eccezione per gli strascichi del corteo romano nel tardo pomeriggio, quando alcune centinaia di manifestanti partiti per un corteo spontaneo sono stati isolati e accerchiati dalle forze dell’ordine, e successivamente caricati. Diversi manifestanti sono stati identificati. In altri momenti, anche nella stessa Roma, c’erano stati diversi episodi di dialogo e confronto dialettico con la polizia, così com’è avvenuto in molte altre città.

Il carattere largamente popolare e partecipato di tutti i cortei ha rappresentato, come sempre accade, il principale dispositivo di protezione per i partecipanti.

Le bandiere che si moltiplicano e quelle strappate

Non solo quella della Palestina, presente e campeggiante, ma anche le bandiere italiane sono state più numerose che mai. Risignificate con stelle e persino con simboli anarchici, “per non lasciare il nostro Paese nelle mani di chi questa bandiera la sporca sempre”, ha dichiarato a Kritica uno studente. Isolata e seminascosta si è notata una bandiera del regime iraniano, mentre all’inizio della mattinata romana un manifestante, un docente in sciopero, si è visto strappare con violenza la triplice bandiera ucraino-palestinese-italiana da un gruppo di manifestanti che poi lo hanno cacciato dal corteo, cercando di sequestrargliela. Una colluttazione fisica con calci e spintoni, come ha denunciato il docente sui suoi canali Instagram, raccontando di non essere stato difeso dal servizio d’ordine del corteo lì presente, che ha assistito all’intera scena, ma solo da alcuni suoi colleghi. “Chiedere a qualcuno di uscire da un settore o da un corteo se si hanno posizioni inconciliabili non mi appartiene, ma può essere legittimo. Chiedere, non aggredire” […] “Il dissenso politico si esprime a parole, le mani le usano gli squadristi”, ha scritto il docente. “Strappare una bandiera ‘nemica’ è un gesto di guerra per definizione. Proprio quello contro cui questi bugiardi dicono di manifestare”, specificando tuttavia che l’aggressione non cancellava il valore della manifestazione, alla quale però, nonostante fosse un docente in sciopero lui stesso, non gli è stato consentito di prendere parte solo perché esprimeva una posizione di dissenso interno.

Il blocco dei porti e la partecipazione internazionale

I porti coinvolti sono stati circa 115 in 22 paesi di 5 continenti, fa sapere l’, durante una lunga giornata “iniziata con il primo presidio alle 6.00 di mattina nel porto di Melbourne in Australia e conclusasi con l’ultimo rally presso il porto di Oakland e San Francisco in California”.

In Italia si sono bloccati i lavori in nove porti. Da Ravenna, abbiamo ricevuto il bellissimo foto reportage di Andrea Bellaroto, che trovi anche in homepage.

A Ravenna studenti e lavoratori manifestano al porto per bloccare il passaggio di navi contenenti carichi diretti verso Israele, durante la giornata di sciopero internazionale dei portuali, 30 ottobre 2026. CREDITI: Andrea Bellaroto
A Ravenna studenti e lavoratori manifestano al porto per bloccare il passaggio di navi contenenti carichi diretti verso Israele, durante la giornata di sciopero internazionale dei portuali, 30 ottobre 2026. CREDITI: Andrea Bellaroto
A Ravenna studenti e lavoratori manifestano al porto per bloccare il passaggio di navi contenenti carichi diretti verso Israele, durante la giornata di sciopero internazionale dei portuali, 30 ottobre 2026. CREDITI: Andrea Bellaroto
A Ravenna studenti e lavoratori manifestano al porto per bloccare il passaggio di navi contenenti carichi diretti verso Israele, durante la giornata di sciopero internazionale dei portuali, 30 ottobre 2026. CREDITI: Andrea Bellaroto
A Ravenna studenti e lavoratori manifestano al porto per bloccare il passaggio di navi contenenti carichi diretti verso Israele, durante la giornata di sciopero internazionale dei portuali, 30 ottobre 2026. CREDITI: Andrea Bellaroto
A Ravenna studenti e lavoratori manifestano al porto per bloccare il passaggio di navi contenenti carichi diretti verso Israele, durante la giornata di sciopero internazionale dei portuali, 30 ottobre 2026. CREDITI: Andrea Bellaroto
A Ravenna studenti e lavoratori manifestano al porto per bloccare il passaggio di navi contenenti carichi diretti verso Israele, durante la giornata di sciopero internazionale dei portuali, 30 ottobre 2026. CREDITI: Andrea Bellaroto
A Ravenna studenti e lavoratori manifestano al porto per bloccare il passaggio di navi contenenti carichi diretti verso Israele, durante la giornata di sciopero internazionale dei portuali, 30 ottobre 2026. CREDITI: Andrea Bellaroto
A Ravenna studenti e lavoratori manifestano al porto per bloccare il passaggio di navi contenenti carichi diretti verso Israele, durante la giornata di sciopero internazionale dei portuali, 30 ottobre 2026. CREDITI: Andrea Bellaroto
A Ravenna studenti e lavoratori manifestano al porto per bloccare il passaggio di navi contenenti carichi diretti verso Israele, durante la giornata di sciopero internazionale dei portuali, 30 ottobre 2026. CREDITI: Andrea Bellaroto
A Ravenna studenti e lavoratori manifestano al porto per bloccare il passaggio di navi contenenti carichi diretti verso Israele, durante la giornata di sciopero internazionale dei portuali, 30 ottobre 2026. CREDITI: Andrea Bellaroto
A Ravenna studenti e lavoratori manifestano al porto per bloccare il passaggio di navi contenenti carichi diretti verso Israele, durante la giornata di sciopero internazionale dei portuali, 30 ottobre 2026. CREDITI: Andrea Bellaroto

© Kritica – Riproduzione del testo consentita citando la fonte e inserendo il link all’inizio della notizia.

CREDITI FOTO: ANDREA BELLAROTO per le immagini da Ravenna/KRITICA per le immagini da Roma. Tutti i diritti riservati.

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