Nelle settimane precedenti a questo 8 marzo 2025, un gruppo di femministe ha inviato una lettera aperta “a chi manifesterà l’8 marzo” che non ha mancato di suscitare riflessioni accese e risposte piccate da parte di altre femministe, fra cui il collettivo Lucha y Siesta. La lettera, pubblicata sulle pagine social di alcune realtà del femminismo fra cui l’UDI – che in un primo momento si è associata, e in seguito alle polemiche si è tirata indietro – si propone, a detta delle firmatarie, di “aprire una discussione da tempo soffocata”.
In realtà, il problema più grave e più serio di quella lettera è che contiene una serie di affermazioni talmente apodittiche da non lasciare spazio ad alcuna discussione. Non c’è un solo passaggio che sia anche vagamente dubitabondo, interrogativo, né autocritico, ma a ben vedere neanche critico. Sono una serie di asserzioni che si vorrebbero autodimostrative, ma non lo sono. L’effetto non poteva dunque non essere quello di produrre una serie di risposte non meno apodittiche, non meno assertive quando non aggressive, tali da lasciare ogni singola persona esattamente nella stessa posizione in cui si trovava prima di questo non-dibattito, ma con in corpo molto veleno e confusione in più.
Il femminismo vive, non da ora, una serie di divisioni al suo interno derivanti tutte e ciascuna dal fatto di fare riferimento a teorie generali, o dottrine se vogliamo, che alla luce degli stravolgimenti rapidi della realtà intorno a noi avrebbero bisogno di verifica costante, di un approccio non ideologizzato al pensiero; prima di tutto perché se il femminismo sono le sue pratiche, queste pratiche vanno valutate nel come si inseriscono nella realtà politica più ampia. Un elemento di riflessione del tutto assente dalla lettera aperta di cui sopra, ma, drammaticamente, del tutto assente dal dibattito femminista in generale, che negli ultimi anni si è reso protagonista di uno scadimento nella propaganda, nella reiteratività di pochi aassunti sempre uguali a sé stessi, a fronte di esperienze pratiche e di esigenze umane, come quelle della lotta contro la violenza maschile, che sono invece esplose nella società in modo così potente da richiedere di mettersi all’altezza di nuove sfide.
Proviamo ad analizzare la lettera, in più puntate, pezzo per pezzo, in modo da creare, ci auguriamo, presupposti per la discussione, cercando di disvelare alcune confusioni.
L’8 marzo accomuna da più di un secolo chi vuole la libertà delle donne, quindi ci sentiamo coinvolte in questa data. Da alcuni anni, tuttavia, proviamo sconcerto per l’uso di parole neutre a base di asterischi: come può essere celebrata la giornata delle donne, se si rifiuta la parola “donna”? E l’estetica truce dei cortei, con i fumogeni e a volto coperto, non fa pensare al femminismo, che è conflittuale ma non violento. La rivoluzione delle donne è e rimane nonviolenta, fa leva sulla presa di coscienza soggettiva e sul partire da sé.
Tralasciando la prima fallacia logica, ovvero l’idea che l’uso di parole neutre a base di asterischi, al di là di quanto si ritenga criticabile, corrisponda in modo così lineare a un “rifiuto” della parola donna – andrebbe dimostrato, se è così – c’è un passaggio in questo primissimo paragrafo che nella sua apoditticità scade nel fare policing sul decoro delle manifestazioni, chiamando in causa la “violenza” che nulla ha a che fare con l’estetica “truce”. Cosa vuol dire “estetica truce”? Si ricordano, le femministe firmatarie di questa lettera, che alle donne è stato sufficiente tagliarsi i capelli corti o a proposito di estetica, presentarsi con una estetica “butch” per essere ritenute truci nel passato e fino a non molto tempo fa? Si ricordano che le suffragiste venivano ritenute terroriste, e si ricordano che alle donne basta dire “No” per essere considerate violente da chi, detenendo il potere di definire il senso dominante del giusto e dello sbagliato, lo usa da secoli per mistificare, manipolare e far passare le vittime per carnefici e viceversa?
La violenza è tutt’altro da un fatto estetico, presentarsi con i fumogeni o a volto coperto non è violenza, e siccome non è violenza, tacciarla come tale significa partire da una visione conservativa e autoritaria che non è per nulla lontana da quella imposizione del vestirsi bene, dell’apparire compite, o dello stare zitte, contro la quale le donne lottano da quasi due secoli.
Le lotte delle già ricordate suffragiste peraltro hanno sempre avuto una componente anche di violenza. Violenza contro le cose, non contro le persone. Violenza che serviva a erompere nello spazio pubblico e rivendicare la titolarità della parola e dell’azione in una realtà politica che confinava le donne nello spazio privato e in una rigidissima educazione delle buone maniere. Le suffragiste sabotavano attivamente la politica patriarcale con atti eclatanti. Come si può pensare, oggi, di riportare al femminismo una nuova forma di ingiunzione delle buone maniere? La violenza è tutt’altra cosa, e chiamarla in causa così a sproposito indebolisce la propria posizione, teorica e politica, innanzitutto sul sistema della violenza maschile e patriarcale come primo nemico delle donne.
In Italia i temi dell’8 marzo ormai classificano l’umanità in base al grado di oppressione. Può sembrare un modo solidale di fare giustizia, di non lasciare indietro nessuno e di dare priorità ai bisogni più gravi, ma così si ricalcano conflitti che oppongono storicamente tra loro gruppi di uomini, non si mettono al centro le donne. Tutte siamo state educate ai valori universali che fanno apparire insufficiente occuparsi di una parte invece che di tutti e siamo state abituate a mettere gli altri prima di noi: sarà questo che fa considerare riduttivo il femminismo se non si fonde nelle lotte a favore di altri? Si propone allora un femminismo del 99% in marcia contro l’1% dei privilegiati, ma in questo magma proprio le donne rischiano di scomparire.
A che cosa si fa riferimento qui, precisamente? Questo paragrafo è così vago e generico da diventare gravemente allusivo senza per questo aprire nessuna considerazione realmente critica. Anche perché, una domanda alle firmatarie: esistono forse conflitti nel mondo che non coinvolgono anche le donne? Non soltanto le coinvolgono come vittime, le coinvolgono anche come carnefici, con una quantità sempre maggiore di donne che occupano i massimi vertici degli Stati, non soltanto occidentali, e con una quantità sempre maggiore di donne arruolate negli eserciti, come in quello israeliano per esempio, perciò pienamente compartecipi e attive nella violenza e nella guerra contro i civili; e innanzitutto, con una quantità enorme di donne coinvolte nei processi di resistenza, di rivoluzione, di lotta per la vita, che non possono evitare di coinvolgersi, per la ragione che la violenza degli imperi, delle guerre e delle oppressioni si abbatte su di loro non solo perché donne, ma perché persone, esseri umani, spesso degradati a sub-umani dagli eserciti oppressori. Cosa dovrebbero fare le donne vittime degli eserciti di occupazione o di invasione, disinteressarsi di questo per concentrarsi su… cosa? La sola lotta contro gli uomini che hanno accanto nel letto? Cioè continuare a prestare attenzione solo alle quattro mura domestiche? È una pretesa ideologica e dottrinaria quasi disumana, di certo alienata e alienante, e di certo pericolosamente intrisa di quella separazione fra sfera pubblica e privata che rappresenta il non plus ultra della dottrina patriarcale; non tiene conto della vita reale delle persone e non tiene conto neanche della realtà delle oppressioni patriarcali, mai avulse da sistemi oppressivi più ad ampio spettro, che vedono donne e uomini in posizioni tanto di vittima quanto di carnefice, contraddittoriamente, come è la vita.
Donna
Monique Wittig definiva “donna” l’adulta destinata alla relazione con l’uomo, accuditiva e subalterna, madre dei figli di lui, e concludeva provocatoriamente che le lesbiche non sono donne, ma non intendeva dire che le lesbiche sono trans, bensì che si sottraevano a quanto previsto per loro dal patto sociale. Noi definiamo donna “un’adulta umana di sesso femminile”: essere donna non è un sentimento, ma un dato di realtà.
In ogni parte dei paesi del mondo, è il nascere donna che espone a un pesante fardello di obblighi, limitazioni e violenze. Il femminismo ci ha insegnato l’amore femminile per la madre, che la genealogia maschile ci spinge a negare. Il nuovo linguaggio neutro che cancella la nostra esistenza con simboli astrusi (asterischi, schwa, chiocciole) non tiene conto della forza delle relazioni tra donne di ogni età, fatte di riconoscimento reciproco e anche di gratitudine.
Il femminismo occidentale, prima di essere attraversato da polemiche di natura linguistica e simbolica, si è sfaldato e consumato precisamente per via della debolezza delle relazioni tra donne di ogni età. Il femminismo non ha saputo contrastare la capacità di penetrazione delle logiche borghesi all’interno della società, e negli anni ’80 e ’90 del Novecento intere generazioni di donne, fra cui la mia, sono cresciute senza alcuna genealogia femminista, perché innanzitutto le donne della generazione precedente non hanno ritenuto in alcun modo di trasmettere una lotta. “Il femminismo ci ha insegnato l’amore femminile per la madre che la genealogia maschile ci spinge a negare”: non è vero. Il femminismo non si dà nel vuoto della politica, si dà nel pieno delle tensioni politiche e sociali di una realtà viva, e in questo pieno di tensioni, tantissime donne femministe della seconda ondata furono prese da un riflusso socio-politico importante, della stessa natura di quello che ha colpito le sinistre occidentali: i legami sociali sono stati spezzati dall’affermazione di un individualismo liberista, carrieristico, basato su concetti fortemente antisociali come quello di “fama”, “successo”, “carriera” eccetera che hanno creato un fortissima cesura fra generazioni di cittadini in generale, e di donne nello specifico. Una cesura in cui c’è stato pochissimo spazio di “amore” politico delle donne per le loro figlie femministe, e conseguentemente, non è stato insegnato alcun amore per la madre. Al contrario: alle mie coetanee e a me è stato ingiunto, senza tanti giri di parole, di accettare l’idea che la generazione precedente aveva ottenuto tutta la libertà possibile, e che da quel momento in poi stava a noi cavarcela per conto nostro e fare le nostre carriere e percorsi prettamente individuali: potevamo studiare, potevamo scegliere di fare o non fare figli, potevamo aspirare al successo, potevamo godere di una vita di agi, non c’era più niente per cui lottare.
Questo profondo strappo ha messo in pericolo qualsiasi genealogia molto prima dell’affermazione di un linguaggio che, va da sé, può condizionare la comunicazione verbale, ma essa non è che una minima parte degli strumenti attraverso i quali si costruiscono le relazioni umane. Se tantissime donne delle generazioni successive sono passate a conoscere le lotte del femminismo solo attraverso le accademie universitarie e, in seguito, la pubblicistica divulgativa per non dire di propaganda che è diventata un intero genere editoriale, è perché gradualmente il femminismo si è trasformato, da un fatto di lotta che era, in un fatto di carriere, ricercate come scrittrici, come personagge pubbliche, come accademiche. Il femminismo ha fatto un salto di classe sociale, e si è reso integralmente borghese, tradendo i suoi presupposti e mettendo le basi per tornare indietro a quel profondo isolamento fra donne, magari non nelle mura domestiche ma nelle mura dei dipartimenti, dei collettivi o delle case editrici, che ancora una volta impediva – e impedisce tuttora – alle une di sentirsi insieme alle altre, se non in maniera ipocritamente dottrinaria, per gruppi di influenza e d’interesse. Un femminismo frammentato in gruppi, settari, in competizione fra loro, perfettamente allineato allo spirito del tempo.
Questo punto raramente viene sollevato. Né le firmatarie della lettera e l’area a cui esse fanno riferimento, né coloro che la contestano, rivendicando il transfemminismo o il femminismo intersezionale si pongono, salvo alcune timide eccezioni, il problema dell’influenza nefasta che il passaggio a uno stile di vita predominante allineato ai valori di quello che molti chiamano “neoliberismo” ha avuto su una lotta per la liberazione come quella femminista.
Sesso e genere
Il movimento delle donne e delle lesbiche si è ribellato fin dalle origini alle norme tradizionali di genere che ci vogliono graziose e disponibili, combattendo i ruoli patriarcali cristallizzati (i generi). Siamo favorevoli a tutte le più varie espressioni di genere e sappiamo che spesso quelle trasgressive aiutano a decostruire la fissità dei generi, tuttavia il sesso è la biologia del nostro corpo. Negli umani ci sono solo due sessi, il maschio e la femmina – gli intersessuali sono eccezioni, non rappresentano tanti altri sessi, ma semplicemente un diverso sviluppo e una diversa combinazione dei caratteri femminili e maschili. Per inciso, gli intersessuali
chiedono giustamente di non subire fino alla maggiore età interventi chirurgici miranti a stabilirne arbitrariamente il sesso, accettando solo quelli necessari per la salute, perché nessun corpo sano andrebbe mutilato. Anche i generi sono due, perché corrispondono alle norme culturali che gli uomini hanno imposto alle donne e a sé stessi per mantenere il loro potere. Liberandoci dal genere, cioè da quanto ci viene imposto spacciandolo per “naturale per una donna”, contribuiamo a produrre nuovi rapporti sociali, più giusti per tutti oltre che per tutte.
Con le affermazioni contenute in questo paragrafo sono, personalmente, d’accordo. Le diatribe riguardanti l’idea che i sessi non siano “binari” sono fumose sul piano scientifico, quando non direttamente mistificatorie. La biologia umana è contraddistinta dal dimorfismo sessuale come quella di tanti altri mammiferi. Tuttavia, c’è un punto su cui questo paragrafo, così come tutto il resto della lettera, problematicamente non si esprime, ed è questo: la transessualità esiste, tanto quanto esiste il dimorfismo sessuale. La transessualità esiste e non si tratta di una malattia, così come l’omosessualità esiste e non si tratta di una malattia. Transessualità e omosessualità afferiscono ad aree della cosiddetta psiche umana, o della coscienza umana o della neurocognitività umana, probabilmente diverse fra loro, ancora largamente ignote alla scienza e alla conoscenza. La verità è che non sappiamo ancora quasi nulla di come si sviluppino certi modi di sentire nel nostro organismo che afferiscono sia all’identità sessuale, sia al trasporto verso le altre persone in chiave sessuale; perciò, la cosa più saggia, più giusta, più umanista e più femminista da fare è riconoscere l’esistenza di questo sentire, e riconoscere che tante cose non sappiamo, ma qualcuna sì. Sappiamo, per esempio, che le persone che vivono l’esperienza di questo sentire sono a loro volta pesantemente condizionate dalle imposizioni culturali patriarcali. “Produrre nuovi rapporti sociali” è dunque necessario anche per le persone transessuali e fra le persone transessuali e non, chiamiamole “cisessuali” o “cisgender”, i nomi non sono poi così importanti. Ciò che è importante è che una donna transessuale vive, nella sua esistenza, così tante di quelle dimensioni di violenza, oppressione e discriminazione prodotte dalla posizione subordinata delle donne tutte nella società, che è su questi elementi in comune che si può produrre una lotta condivisa. Separarsi per ragioni di semplice natura biologica significa ignorare che l’oppressione patriarcale colpisce pienamente le donne transessuali, anche se donne non sono nate. Lo sono politicamente. Questo significa che “donne si diventa”, come diceva Simone De Beauvoir. Le donne transessuali sono diventate donne. Politicamente. Il punto che ci unisce è questo.
Transgenere
Trans-misoginia, trans-cidi, trans-femminismo sono concetti che sovrascrivono misoginia, femminicidi, femminismo. Le sinistre da sempre difendono i vulnerabili e sembrano oggi dare centralità ai corpi trans, denunciano ad esempio le leggi che non li includono negli sport femminili. Ma chi si cura del diritto delle atlete a competizioni giuste? Vincere un torneo è il traguardo di chi fa sport e comporta premi e borse di studio. Perché le donne dovrebbero privarsene a favore di persone trans? Essere solidali non è essere sacrificali.
In Italia una legge sul cambio di sesso è già disponibile per le persone che ne hanno bisogno. Il movimento omosessuale si è battuto contro le terapie di conversione, ma ora vediamo con orrore tante adolescenti e perfino preadolescenti che non si conformano alle norme di genere (come parecchie di noi da piccole) chiedere di essere convertite in “uomini” a suon di farmaci, senza che si dica loro che cambiare sesso è impossibile e che se continuano su quella strada saranno medicalizzate a vita, e senza tener conto delle e dei detransitioner, persone trans pentite che adesso cercano di tornare indietro da interventi irreversibili.
Queste asserzioni confuse non dichiarano qual è il punto di partenza. “La sinistra difende da sempre le persone vulnerabili”, a dire il vero la sinistra prende le mosse dalla coscienza di classe, non dalla vulnerabilità. E in queste poche righe è la coscienza di classe che è clamorosamente assente. Di nuovo: le donne transessuali possono o non possono essere parte della stessa classe sociale e politica delle donne tutte? Se sì, perché sì, se no, perché no? Siamo d’accordo o non siamo d’accordo che vivere da donna, trans o cis che sia, compreso vivere il delicato e spesso doloroso passaggio di coscienza che porta le persone a interrogarsi sulla propria identità di genere e sessuale, è profondamente inficiato non da una generica “cultura patriarcale” universale che non esiste, ma dalla cultura patriarcale nel mondo neoliberista, nel mondo dell’individualismo borghese, della performatività sopra ogni cosa, della necessità di essere sempre corpi vincenti, corpi splendenti, corpi perfetti e corpi “giusti”?
Perché non allargare lo sguardo e mettere al centro ciò che unisce e produce i tormenti di coscienza di ogni singola donna – e uomo, invero – sulla faccia della Terra, le grandissime domande “chi sono?” “chi dovrei essere secondo questo sistema?” “chi vorrebbero che fossi, chi vorrei essere io?”. L’individualismo solitario e lo schiacciamento, paradossale solo in apparenza, dell’io in un sistema ultraindividualista come quello occidentale produce la ricerca di vie di fuga o soluzioni altrettanto “produttivistiche-consumistiche” dei problemi che provocano.
Forse il femminismo, invece di segnare linee rosse competitive fra atlete cis e trans, potrebbe porsi le questioni a un livello più profondo, a un livello condiviso. Senza scadere nella violenza competitiva, il primo disvalore patriarcale che esista.
Inclusione
È una bella parola, inclusione. Sembra aprire nuovi orizzonti di uguaglianza e amicizia, ma purtroppo le sue conseguenze non sono sempre così positive. Le soggettività hanno bisogno di spazi autonomi, senza uno spazio tutto per noi non sarebbe esistito il femminismo né il movimento lesbico, come altri movimenti di liberazione. Nel 2023, in nome dell’inclusione, associazioni femminili come UDI e ArciLesbica sono state messe di fronte a una scelta obbligata: o permettere l’iscrizione anche agli uomini, o non essere iscritte come associazioni di promozione sociale del RUNTS (Registro unico nazionale del terzo settore) e declassate in una sezione diversa. Ecco cosa fa l’inclusione: per difendere il diritto di “tutti” (leggi: degli uomini) a partecipare a tutto, si discriminano le donne, il nostro diritto di associazione, di riunione, di espressione.
Una vicenda di natura strettamente politica meriterebbe una riflessione altrettanto politica. Non è “l’inclusione” ad aver varato una serie di normative, sono le persone. Chi è stato? Perché? Con quali interessi e scopi? In una logica dottrinaria e spoliticizzata, si mette una vicenda che prodotta da persone, con nomi, cognomi, probabilmente sigle di partito o di altra natura, su un piano disumanizzato, astratto, quasi teleologico. Utilizzando un episodio aneddotico per liquidare un concetto che, nella sua problematicità, avrebbe bisogno di una riflessione decisamente più ampia, e ancora una volta di sgomberare il campo da una serie di equivoci. Anche perché, una domanda, provocatoria forse: se le donne rivendicano spazi autonomi, non dovrebbero porsi il problema di rendere autonomi questi spazi dallo Stato stesso? A che scopo voler essere “incluse” nella macchina statale, per poi rivendicare autonomia al suo interno? C’è una profonda contraddizione. Che riguarda ciò che si diceva anche prima: lo smarrimento di una collocazione politica più profonda, l’assorbimento del femminismo in uno stile di vita organicamente liberale e borghese che porta anche a voler stare sotto l’ala protettiva dello Stato. Ma lo Stato è patriarcato: se autonomia deve essere, che autonomia sia.
La lettera è molto lunga e proseguiremo l’analisi in una seconda puntata, domani.
Nel frattempo, buon 8 marzo a tutte le donne in lotta, e per prime alle donne palestinesi, ridotte alla fame da una politica genocidaria, razzista e suprematista che lo Stato israeliano, da ormai 17 mesi, anche con la complicità di milioni di donne, sta esercitando senza la minima umanità sulle popolazioni di Gaza e della Cisgiordania. Lo Stato israeliano pratica una logica patriarcale delle più feroci, tale per cui le donne ebree sono ridotte a fattrici, puri esemplari da produzione di ebrei per ottenere l’allargamento della tribù. Quando uno Stato è razzista, è anche sempre patriarcale. Quando uno Stato è patriarcale, è anche sempre razzista.
Un femminismo che non parla di questo non può pensare di avere qualcosa di credibile da dire su null’altro.
La seconda parte della nostra analisi si può leggere qui:



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