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Hanadi Zahlout è una scrittrice e attivista siriana di origine alawita in esilio in Francia, conosciuta per il suo storico impegno nei movimenti democratici siriani, la sua lotta contro il settarismo e per la sua riflessione sulla memoria della rivoluzione. Nel suo libro Alla mia futura figlia, 2014, appartenente alla serie Testimonianze siriane, l’autrice intreccia autobiografia, testimonianza politica e scrittura memoriale, raccontando l’esperienza della detenzione e delle mobilitazioni popolari del 2011.

La intervistiamo nei giorni in cui assistiamo alle prime sentenze per i cosiddetti “massacri della costa”, pronunciate il 17 settembre 2026 dalla Corte penale militare di Aleppo, al termine di un procedimento avviato dopo le violenze esplose tra il 6 e l’8 marzo 2025 nelle regioni costiere della Siria. Il presidente della corte, Zakaria Bakkar, ha condannato a morte Hadi Qablan, ritenuto colpevole di aver preso parte ad azioni volte ad alimentare il conflitto settario e di aver partecipato ad attacchi armati contro le forze di sicurezza; all’ergastolo è stata invece condannata Tahani Shafiq Ahmad, mentre Basel Marai al‑Hassan, appartenente al ministero della Difesa, è stato condannato a vent’anni di carcere per omicidio volontario. Un quarto imputato, Hassan Hulaybiya, è stato assolto per insufficienza di prove.

Il processo riguarda complessivamente quattordici imputati e si inserisce nelle indagini sui massacri che colpirono soprattutto la comunità alawita nelle province costiere, causando, secondo la Commissione nazionale d’inchiesta siriana, almeno 1.426 vittime civili documentate. Le prime condanne emesse dalla Corte penale militare di Aleppo sono state accolte con prudenza dagli osservatori dei diritti umani. Il direttore del Syrian Network for Human Rights, Fadel Abdul Ghany, le ha definite «un passo nel percorso della responsabilizzazione», osservando che il diverso trattamento sanzionatorio non prova di per sé un’applicazione selettiva della giustizia. Le organizzazioni per i diritti umani continuano tuttavia a chiedere che le indagini si estendano a tutti i livelli della catena di comando e che siano rese pubbliche le motivazioni dei verdetti, affinché l’accertamento delle responsabilità per i massacri della costa non si limiti ai soli esecutori materiali.


Può raccontarci della sua esperienza nelle prigioni governative, che ha ispirato il suo libro Ila Ibnati?

Il mio romanzo intitolato Ila Ibnati [A mia figlia], in cui parlo delle mie esperienze nelle carceri femminili in Siria è uscito nel 2014. L’opera è stata tradotta in farsi grazie a una mia amica iraniana che vive negli Stati Uniti. Sono stata nella prigione femminile di Adra, che veniva chiamata inizialmente prigione di Douma. Sono stata fermata nel 2011; inizialmente sono stata rinchiusa per due mesi in un’unità di sicurezza politica in una cella sotterranea, terribilmente angusta. Ero l’unica donna detenuta lì in quel momento. Dopo due mesi, sono stata portata davanti alla magistratura e il giudice ha confermato il mio arresto. Sono stata condannata e portata nella prigione femminile per poche settimane. Sono rimasta lì dal 6 ottobre al 2 dicembre 2011, poi sono stata rilasciata su cauzione. L’avvocato che ha seguito il mio caso era il signor Khalil Maatouk, insieme a un gruppo di colleghi, tra cui Nishel Shammas e l’avvocatessa Sirin Khoury. Sono stata arrestata di nuovo il 16 febbraio 2012, insieme a membri del Centro siriano per la libertà di espressione, e trasportata in uno dei servizi segreti dell’aeronautica. Ero sfinita fisicamente e psicologicamente, ero davvero stanca e le mie condizioni di salute erano pessime. Persino i miei amici erano stanchi. In quel momento ho deciso che, una volta rilasciata, dovevo andarmene. Così ho deciso di partire per la Francia, dove oggi vivo come rifugiata.

Che cosa ha provato quando è caduto il regime? 

Ricordo i primi giorni. Il primo giorno, l’8 dicembre; non mai ho smesso di piangere. Le lacrime scendevano copiosamente. Ogni volta che guardavo la TV, vedevo la gente per strada, vedevo la felicità delle persone, mi commuovevo. Nelle telefonate con amici e parenti c’era molta gioia. Più che gioia, era la speranza che questo cambiamento potesse essere reale, affinché nessun siriano venisse più ucciso, torturato, ferito. Questa era la speranza che avevo. Finiva un’era, scandita dall’oppressione che svaniva. C’era una rivoluzione che vinceva, c’erano persone che si erano sacrificate affinché questo regime cadesse. Questo era il mio sentimento nei primi giorni.

Poi qualcosa è cambiato?

Dopo i primi giorni hanno iniziato a emergere sempre più violazioni in determinate aree, soprattutto nei pressi di Homs e sulla costa. Ho iniziato a vedere quel momento sotto una luce meno positiva, e la priorità mia e delle persone che si occupano di diritti umani è diventata monitorare queste violazioni, per evitare che si ripetesse ciò che era accaduto per anni e anni, gli orrori del passato. Cercavamo di monitorare e capire come si stavano evolvendo i fatti, cercavamo di avere un impatto positivo, nonostante tutto. Poi sono diventati ricorrenti i casi di omicidi individuali ed è iniziato un discorso settario, un discorso assurdo, dato che siamo tutti siriani. E la domanda era: cosa possiamo fare in mezzo a tutto questo, per evitare che questa retorica divisiva ci porti in una direzione dove non vogliamo andare? Poi ci sono stati i cosiddetti massacri della costa, si è consumato un incubo da cui non si poteva più tornare indietro. Abbiamo assistito a violazioni su larga scala, a un massacro di innocenti, oltre 1400 vittime. 

La sua famiglia ha pagato un tributo altissimo.

Sì, tre dei miei fratelli sono stati martirizzati a causa delle violenze settarie. Come siriani che credevano nella libertà e negli ideali della rivoluzione, questo ci ha spezzato il cuore, perché sentivamo che la Storia si stava allontanando da noi. È stato davvero un momento di tristezza, di profondo dolore. Anche come famiglia, eravamo noti per il fatto di credere in una grande Siria, per tutte le persone. Chi conosceva i miei fratelli sa l’entità della ferita; non hanno mai creduto nelle armi, nemmeno per un giorno. Erano civili, lavoravano come insegnanti e si sono sempre impegnati nell’accogliere le famiglie in fuga che arrivavano da Idlib, dalla periferia di Aleppo, persino dalle zone interne, che erano sfollate verso la costa. Davamo una mano ovunque fosse possibile. Cercavano di aiutare nel trovare una sistemazione, nel garantire istruzione per i loro figli.

Il massacro della costa è stato un grande shock, perché le vittime non avevano alcuna colpa; la maggior parte delle persone uccise erano civili che si trovavano dentro le loro case, anche se sentivano molti spari; donne, bambini, anziani rimasti nelle loro case perché erano tranquilli, non avevano fatto nulla; quindi, pensavano che fosse impossibile che accadesse loro qualcosa. Questo è ciò che mi distrugge di più, il fatto che queste persone si sentissero al sicuro, che non sospettassero minimamente cosa sarebbe successo. Sono quelle persone a cui è stato chiesto: “Sei alawita o sunnita?” In base alla risposta, veniva segnato il loro destino. La mia famiglia ha subito una vera tragedia, che è parte della tragedia di questo Paese.

Secondo molti osservatori e giuristi le indagini sul massacro avviate dal governo transitorio sono state quantomeno blande. Lei è dello stesso avviso? 

Ciò che mi tormenta di più è che non c’è una direzione nemmeno nella ricerca della verità. Prima di arrivare alla questione della giustizia, abbiamo la questione della verità, che non riguarda solo il massacro della costa, ma altri fascicoli. Voglio dire, ad esempio, che di fronte alla questione delle persone scomparse forzatamente, si parla di oltre 130mila casi, c’è uno stallo. Le loro famiglie non sanno nulla, ma abbiamo fonti legali che dicono che alle autorità di transizione sono stati consegnati da tempo interi dossier; ci sono molti certificati di morte per queste persone, ci sono verità scritte, ma come denunciano numerose organizzazioni e privati, le famiglie sono ancora escluse dalla verità. Questa è una situazione molto dolorosa. Non riesco a capire perché le autorità non abbiano dato priorità alla questione; è come se le famiglie di queste vittime non esistessero. Anche in questo gli alawiti sono una parte della comunità delle vittime in Siria, e ciò che è accaduto sulla costa non è che il reiterarsi delle violazioni che quelle stesse famiglie avevano subito per mano del regime di al-Assad. 

Ci sono famiglie di vittime del massacro che sono andate a chiedere i certificati di morte dei propri cari nei rami della sicurezza a Latakia e Jableh, a cui è stato chiesto di firmare documenti dove si affermava che erano rimasti uccisi da proiettili finti vaganti. Una violazione della verità inaccettabile. Quello che è successo è che ci sono effettivamente elementi vicini al Ministero della Difesa, fazioni, personaggi conosciuti con nomi e cognomi, che si sono anche filmati in video che poi hanno fatto circolare loro stessi in rete; i loro proiettili non erano finti, si sapeva da dove provenissero, quali fucili hanno sparato, contro chi sono stati puntati. Perché falsificare la verità in questo modo? Non vogliamo che i siriani vivano di nuovo tragedie simili, non vogliamo che si ripetano gli orrori del passato. Sappiamo che questa non è giustizia e che questa distorsione dei fatti punta ad altri scopi. Non possiamo assolutamente continuare così. La Siria non può continuare così. La Siria ha bisogno di verità e giustizia. Questi due punti sono molto importanti. Io chiedo verità e giustizia. Non stiamo aspettando miracoli. Non vogliamo trovarci in città svuotate, con la gente costretta di nuovo a scappare. Dovrebbe esserci uno sforzo serio, uno sforzo reale.

Quanto pesa oggi il settarismo in Siria?

Non consideriamo le vittime alawite diverse dalle altre vittime della violenza degli assadisti, hanno gli stessi diritti e gli stessi doveri, ma vogliamo vedere sforzi reali perché la nuova Siria sia diversa dal passato. Altrimenti la storia verrà riscritta. I nomi cambieranno, ma la realtà delle violenze e delle violazioni sarà la medesima. Si rischia, inoltre, di caricare i sunniti in Siria di un fardello insopportabile, come è stato fatto per gli alawiti sotto il regime. I siriani non possono essere identificati come vittime sunnite di killer alawiti e vittime alawite di killer sunniti, non lo meritano. Vogliamo un Paese che rispetti le persone che ci vivono, che rispetti la loro esistenza e il loro diritto alla vita, con tutte le loro specificità e diversità. Questo è ciò per cui molti si sono sacrificati. Tanti siriani hanno lottato affinché nessuno si arrogasse più il diritto di uccidere qualcun altro in base alla propria etnia, religione, al proprio orientamento politico o alla propria opinione.

Lei continua il suo impegno anche nel denunciare le violazioni ai diritti delle donne in Siria. Come giudica la situazione attuale?

Secondo la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, il diritto alla vita per le donne in Siria è un diritto minacciato. Se guardo a ciò che sta accadendo oggi in Siria,  vedo che le donne vengono rapite e le loro famiglie vengono molestate. Ci sono donne, adulte, bambine e minori di tutte le etnie che spariscono nel nulla. C’è una percentuale di sunnite, cristiane, druse, curde, e il dato cresce in riferimento alle donne alawite. Ma nello specifico per i rapitori sunniti, c’è questa ostilità del vincitore verso il perdente, verso chi viene additato come colpevole della guerra. Le donne si trovano in uno stato di precarietà e sono costrette a pagarne il prezzo. Ci sono stati casi documentati di violenza, inclusa la violenza sessuale, la violenza fisica e molti altri tipi di violenza. Bisogna dare sostegno alla campagna per fermare il rapimento delle donne siriane. La nostra collega, Rosa Yassine Hassan, ha parlato sulla piattaforma live di questo tema e purtroppo è stata pesantemente attaccata. Quando si indicano le etnie di rapitori e rapite, si evidenzia che una parte della società opprime l’altra, è molto triste. Rosa ha parlato delle donne alawite, ha anche documentato le vittime di Assad, e sa benissimo che è necessario prendersi cura di tutte le donne che hanno subito violazioni dei propri diritti, senza fare narrazioni divise o divisive. Ho osservato il linguaggio del suo corpo, quando metteva una mano davanti agli occhi, una davanti alla bocca, cercando di trasmettere, anche col suo non verbale, il senso di tutto ciò che non viene detto, dell’oppressione che si vive. È una situazione pericolosa, che spaventa.

Quali sono i pericoli maggiori per la Siria di oggi?

Parto dalla mia storia. Sono alawita e sono sposata con un uomo sunnita; abbiamo due figli.

Viviamo tra due etnie, ma viviamo come siriani, siamo siriani. Voglio dire, non si parla di queste cose, di queste diversità tra noi. Vediamo il discorso settario come umiliante e vergognoso. Immagino di tornare in Siria e che qualcuno chieda a mia figlia se è alawita o sunnita. Come si può fare questa domanda? Io mi considero musulmana, gli alawiti sono musulmani, e soprattutto siamo tutti siriani. È una vergogna praticare discriminazioni. C’è un grande desiderio, francamente parlando, di sicurezza, di serenità, di fiducia reciproca. Questo sentire riguarda molti siriani che vivono in famiglie miste, arabi e curdi, cristiani e musulmani, tra i musulmani stessi, tra sciiti e sunniti, tra alawiti e sunniti. Ce ne sono tantissimi, tantissimi.Bisogna rifiutare categoricamente tutti i discorsi di odio, altrimenti porteranno solo al punto in cui le comunità si uccideranno a vicenda. Non possiamo accettarlo.

Quindi non pensa di tornare in Siria per ora?

In realtà immagino sempre di tornare in Siria, ma come posso farlo, su che premesse? Non posso accettare che gli uomini della sicurezza ci piombino in casa e ci chiedano a quale etnia apparteniamo. Come può mia figlia essere al sicuro finché persiste il rapimento di ragazze in Siria? Come potrà essere ora il rapporto con la famiglia di mio marito? E il suo con la mia? Noi non ci siamo mai posti prima questa domanda, non abbiamo mai dato peso al fatto che tra di noi ci sia una tale differenza. È terrificante. Recentemente stavo parlando con il dottor Mohammad Habash [studioso dell’Islam, ex parlamentare e intellettuale di grande considerazione in Siria, ndr]. Stavo registrando un episodio con lui su quello che sta succedendo in Siria. Gli stavo facendo una domanda e, senza rendermene conto, gli ho detto: “Dottor Mohamed, voglio dire, gli alawiti sono musulmani”, come se fosse necessario specificarlo. Come possono gli alawiti essere considerati blasfemi sulla base di una vecchia fatwa che risale a 300 o 400 anni fa? Io credo fortemente che la Siria sia una, sola, indivisibile e i siriani un unico popolo.

Credo fortemente che la Siria sia una, sola, indivisibile e i siriani un unico popolo.

Che cosa bisognerebbe fare per fermare questa deriva?

Vedo che ci sono atteggiamenti diversi. I civili si comportano come hanno sempre fatto, senza divisioni, ma nei discorsi pubblici si accentuano le divisioni, anche quando negano di farlo. Faccio un esempio. Oggi, nei proclami ufficiali, quando parlano degli alawiti, ci si rivolge ad essi come se fossero considerati gli “altri”. Dicono “i cittadini della comunità alawita”. Come se non fossero abbastanza per essere cittadini e basta. Lo stesso di quando si dice “i fratelli drusi”, o “i fratelli curdi”. Quando si è figli dello stesso popolo non vanno fatte differenze, si è cittadini siriani e basta. Invece si rimarcano le divisioni. Chi l’ha detto che ci deve essere un uomo religioso a capo di ogni etnia e che debba necessariamente essere estremista? Chi ha detto che gli esempi delle persone illuminate non dovrebbero essere in prima fila? Persino i musulmani illuminati vengono rimossi, nessuno li ascolta. Questa è una vergogna, prima di tutto, per i sunniti. Perché i sunniti non sono mai stati settari. Noi siamo siriani, è questa la nostra identità. Non voglio che nessuno mi classifichi in altro modo. Mi sento come se appartenessi a un’altra nazione quando viene fatto e non è giusto. Quando si lasciano parlare e si ascoltano certi estremisti assetati di sangue, che considerano l’altro come infedele, eliminabile, si fa un danno a tutto il popolo, con tutte le sue diversità. La storia della vita in comune viene cancellata, e così anche le figure religiose che storicamente si sono unite, come durante l’occupazione francese, salgono sulle barricate.

C’è ancora speranza secondo lei per la Siria?

La speranza, ahimè è debole. In molti sono pessimisti. La Siria viene considerata in fin di vita. Serve la cooperazione di tutti per trasportare questo corpo in terapia intensiva e offrirgli cure straordinarie, con medici specializzati.


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Autore

  • Asmae Dachan

    Giornalista indipendente, fotografa e scrittrice italo-siriana. È docente a contratto di Arabo multimediale e Arabo per la cooperazione internazionale all’Università degli Studi di Macerata e consigliere dell’Ordine dei Giornalisti delle Marche. Collabora con diverse testate, occupandosi, in particolare, di Medio Oriente e diritti umani. Ha lavorato in Siria, Giordania, Turchia, Belgio, Grecia, Inghilterra, Etiopia e Tanzania. È Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana, ambasciatrice di Pace dell’Università della Svizzera per la Pace e volontaria soccorritrice della Croce Rossa Italiana. È creatrice e autrice del blog Diario di Siria – “Scrivere per riscoprire il valore della vita umana” e del podcast “Siria, guerra e gelsomini”.  È autrice di romanzi e sillogi poetiche premiati e segnalati in diversi concorsi. La sua ultima opera è "Siria, il giorno dopo. Le ferite e le speranze", Add editore, 2026.

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