sabato 09/05/2026, 22:44

Nuseirat, Gaza – Si dice che il Ramadan appartenga a chi è presente, ma quest’anno a Gaza appartiene a chi è assente. Passeggiando per i mercati si vedono i datteri disposti con cura, la pasta di albicocche e i dolci colorati, si sentono le grida dei venditori come ogni anno, nonostante le restrizioni persistenti e i prezzi altissimi (poco prima del Ramadan a Gaza ha riaperto l’Al Danaf Hyper Mall di Nuseirat, che era rimasto chiuso per un anno e mezzo, ndr). Eppure, c’è uno strano, pesante e denso silenzio che avvolge i volti dei passanti. La guerra avrà anche messo a tacere i cannoni per un momento, e i mercati saranno anche pieni di merci, ma l’anima è spezzata. Lo spirito che un tempo accendeva la lampada della gioia (la tradizionale fanoos del Ramadan, ndr) nei nostri cuori si è spento. Non corriamo più dietro alle decorazioni, non tanto perché ci manchino i mezzi, ma perché non possediamo più le case che meritano di essere illuminate.

Ricordo così bene la nostra casa che riesco quasi a sentirne l’odore. Ricordo quell’angolo specifico che ha assistito al bellissimo “stato di emergenza” che mia madre dichiarava una settimana prima del Ramadan. Andavamo al mercato insieme, non solo per comprare da mangiare, ma per acquistare la “gioia del Ramadan”. Ricordo come sceglievamo con tanta cura le ghirlande luminose: questa per il balcone che si affacciava sulla strada e quella per il soggiorno dove ci riunivamo. Tornavamo carichi di borse di provviste: riso, olio e quelle spezie che mia madre insisteva a macinare lei stessa a casa, in modo che ogni angolo fosse pervaso dal profumo della santità e della pace che si avvicinavano.

Mi sedevo con mamma mentre aprivamo i nostri ricettari, pianificando il menu del mese come se ci stessimo preparando per un festival internazionale. “Il primo giorno si mangia Maqluba, il secondo è Freekah… e non dimenticare i Samosa, figlia mia”. Quei piccoli dettagli erano la nostra vita reale. La cucina era il nostro regno accogliente, dove ci scambiavamo risate mentre riempivamo i Qatayef con noci e cannella, aspettando la chiamata alla preghiera del Maghrib come se stessimo aspettando la ricompensa finale. La casa era calda grazie alla nostra unione, e il suono delle nostre risate rimbalzava sulle pareti e tornava a noi come puro amore.

Oggi quelle pareti sono crollate, seppellendo i quaderni delle ricette, il tavolo da pranzo e il profumo delle spezie macinate. Oggi viviamo in tende o tra le rovine di strane mura che non ci assomigliano e che non conosciamo. Il mercato davanti a noi è pieno di tutto, ma chi ha l’appetito per cucinare? Chi ha il coraggio di appendere una fila di luci sul tessuto logoro di una tenda che non protegge dal freddo né nasconde il dolore? Quando guardo mia madre oggi, vedo nei suoi occhi una frattura che tutti i mercati del mondo non possono riparare. Se ne sta seduta in silenzio, senza aprire un quaderno né pianificare nulla. “L’importante è soddisfare la nostra fame” è diventata la frase sostitutiva di tutti i rituali di coccole e lusso che un tempo vivevamo.

Questo spegnersi dello spirito non è solo mio; è una piaga collettiva che ha infettato le nostre anime. La gente cammina per i mercati come fantasmi, guardando la merce con occhi pallidi e spenti, come se si chiedesse segretamente: “A che servono tutti questi generi di sostentamento quando le nostre case, che un tempo ci riparavano e riunivano i nostri cari, sono state rase al suolo?”. Le provviste che un tempo significavano “dignità” nelle credenze della cucina sono diventate oggi un peso in un angolo di una tenda, temute dai topi o dall’acqua piovana. E le decorazioni che un tempo erano espressione dell’orgoglio per la propria casa ora sembrano, ai nostri occhi, un’amara beffa della nostra tragica realtà.

Ogni angolo del mercato oggi è diventato una trappola della memoria. Passiamo davanti alle merci accatastate e non vediamo prodotti, ma vediamo le persone che un tempo condividevano con noi i loro dettagli. Vediamo i Qatayef e ricordiamo le mani dei vicini che pochi minuti prima dell’Adhan ci porgevano i piatti dai balconi, quelli che da allora sono stati dispersi tra un amaro esilio o una morte che li ha strappati via all’improvviso. Vediamo i datteri e ricordiamo il padre o il fratello che li distribuiva con amore ai più piccoli. Vediamo che al mercato c’è tutto, ma l’anima che un tempo assaporava la bellezza è appassita. L’abbondanza non ha sapore quando lo spirito è privo di pace e quando ti rendi conto che i mercati pullulano di merci ma sono privi delle risate che davano significato allo shopping.

Ciò che fa più male dei bombardamenti è questa estinzione che ha invaso i nostri cuori. Gaza, che non dormiva mai durante il Ramadan, che brulicava di vita, visite e risate fino al Suhoor [il pasto prima dell’alba], oggi appare stanca, esausta e priva della voglia di fingere che tutto vada bene. Stiamo digiunando, non solo dal cibo e dalle bevande, ma anche dalla gioia, dai progetti per il domani e dalla convinzione che un giorno la vita possa tornare a quei dettagli che hanno plasmato il nostro essere.

Abbiamo perso le nostre case e con esse abbiamo perso il gusto e il significato delle cose. Il nostro Ramadan a Gaza quest’anno è un mese di occultamento, non un mese di festa. Stiamo solo cercando di passare i giorni con il minor numero di lacrime e il maggior numero di silenzio. Domani i mercati potrebbero traboccare di tutto ciò che è delizioso e raffinato, ma chi ci restituirà l’anima che cucinava con amore? Chi ci restituirà le pareti della nostra casa che un tempo riecheggiavano delle nostre risate al richiamo della preghiera? Il nostro Ramadan oggi è una preghiera soffocata sotto il tetto di una tenda, in cui chiediamo a Dio di restituirci le nostre anime prima che ci restituisca la ricostruzione delle nostre case… perché noi, o Dio, siamo stati completamente spenti, e nulla ci accende se non la Tua grazia.


CREDITI FOTO: © Mayss Mohammad

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