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Kenneth S. Stern, 73 anni, avvocato e studioso, attuale direttore del Bard Center for the Study of Hate, è stato l’estensore principale – “lead drafter” –, nel 2004, della definizione di antisemitismo successivamente adottata dalla International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), e che rappresenta la base del cosiddetto “DDL Antisemitismo”, il DDL 1004, in corso di discussione alla Camera dei deputati in Italia, dopo essere già stato approvato al Senato. Sionista dichiarato, è diventato con il tempo uno dei principali critici di quella stessa definizione. Nel pieno del dibattito pubblico sulla legge italiana, lo abbiamo intervistato per capire le sue ragioni, nel corso di una diretta su X presso il canale divulgativo di Officine Shay, con il quale Kritica collabora ormai da un anno.

Riportiamo il testo dell’intervista, condotta dalla direttrice Federica D’Alessio.


Nel 2004 lei è stato il principale redattore della definizione di antisemitismo poi adottata dall’IHRA nel 2016. Da anni osserva e denuncia gli usi impropri della definizione di antisemitismo dell’IHRA. In uno dei suoi articoli ha persino affermato che la maggior parte degli usi che ne sono stati fatti sin dalla sua prima pubblicazione sono stati un “pessimo affare”, proprio per evidenziare un fallimento fondamentale delle intenzioni stesse con cui Lei stesso aveva redatto la definizione. Che cosa ha trovato particolarmente allarmante, in tutti questi anni, nell’applicazione della definizione dell’IHRA? La quale, ricordiamo, fungerà da definizione operativa, con tutti i suoi indicatori ed esempi, per la Legge 1004 «contro l’antisemitismo», che sta per essere approvata in Italia.

Sì, nel 2004 sono stato il principale redattore di un testo contenente una definizione operativa di antisemitismo, che purtroppo, a partire dal 2010 circa, è stata utilizzata per cercare di reprimere la libertà di espressione. In origine era stata concepita per aiutare a monitorare il livello di antisemitismo in Europa in particolare, ma è stata utilizzata per affermare che se qualcuno viola ciò che, secondo qualcuno, la definizione stabilisce, in particolare riguardo a Israele, sta esprimendo antisemitismo.

Nella nostra idea, la definizione rappresentava uno strumento per chi raccoglie dati per valutare il livello di antisemitismo, che a volte è legato a questioni riguardanti Israele. Non è mai stato inteso per stabilire se, quando qualcuno dice qualcosa su Israele che le persone percepiscono come contrario alla definizione di antisemitismo, tale affermazione sia antisemita o debba essere soppressa. Ma ho notato per la prima volta questi segnali nei campus universitari statunitensi, dove qualcuno diceva: «Oh, c’è qualcuno che tiene un corso usando questo testo, o che dice qualcosa, o che invita un relatore che esprime opinioni che loro considerano violente», solitamente in contesti legati a discorsi filopalestinesi. E la questione è diventata ancora più problematica da quando è stata utilizzata in alcuni casi per influenzare i finanziamenti alle ONG. È stata utilizzata per fini criminali, per reprimere la libertà di espressione. Quindi, in realtà è stata svuotata del suo scopo originario. Il suo intento era quello di permetterci di misurare il livello dell’antisemitismo. E ora la si usa per dire: “Ecco come si combatte l’antisemitismo”. C’è un elemento che tendiamo a dimenticare in tutto questo, espresso in modo molto succinto da uno studioso della Pennsylvania. Ha detto che è più importante concentrarsi su ciò che l’antisemitismo provoca, piuttosto che impantanarsi nelle definizioni di cosa sia l’antisemitismo, e questo è parte del problema.

Attualmente in Italia c’è un forte interesse a capire se esistano esempi di notizie o di uso improprio della definizione, oltre a quelli da lei accennati, in modo che le persone possano comprendere più da vicino come la definizione possa essere applicata. Con la specifica che, mentre in altri paesi la definizione non è stata adottata a livello giuridico, né come strumento di diritto, e nonostante il fatto che la definizione stessa non fosse stata concepita per diventare giuridicamente vincolante, l’Italia si sta avvicinando alla fase in cui la definizione dell’IHRA verrà inserita nella legislazione, e verrà utilizzata per regolamentare ambiti chiave, in particolare quelli pedagogici come scuole e università.

Gli esempi non mancano. Purtroppo, uno di questi si sta verificando proprio ora in Australia. Stanno applicando quella definizione all’interno di un’associazione di operatori sanitari, e il timore è che, se qualcuno pubblica qualcosa su Gaza ritenuto da altri violento secondo quella definizione, possa vedersi revocare la licenza medica. E questo non ha nulla a che vedere con il fatto che si sia o meno un buon medico o un buon infermiere.

In Germania, dove la definizione dell’IHRA è stata adottata dal governo, l’hanno applicata agli ebrei che protestavano contro la guerra a Gaza, etichettandoli come antisemiti. E come ha osservato qualcuno in un commento: «Non è ironico che la Germania stia decidendo ancora una volta cosa significhi essere un buon ebreo, quali siano i valori ebraici?». Nel Regno Unito la usano per reprimere manifestazioni in cui si definisce Israele uno Stato di apartheid. Negli Stati Uniti è stata utilizzata in uno degli accordi dell’amministrazione Trump, anzi in molti di quelli che l’amministrazione Trump ha orchestrato. E questo ha portato un professore sopravvissuto all’Olocausto, esperto di genocidio, ad affermare: «Non so se potrò continuare a insegnare, perché se cito Hannah Arendt o altre fonti che vengono interpretate come contrarie alla definizione, questo diventerà un problema». E ci sono tantissimi altri esempi.

Vorrei sottolineare due punti. Nella comunità ebraica c’è un dibattito sul sionismo, ovvero sulla fede in Israele come Stato ebraico. La maggior parte degli ebrei è sionista, come lo sono io, ma c’è un numero crescente di giovani ebrei il cui ebraismo li porta a dare priorità a valori come il modo in cui si tratta lo straniero, come si “ripara il mondo” (secondo la formula ebraica del tikkun olam, ndr) o come si interpreta tutto ciò, piuttosto che al legame ebraico con la terra.

E ciò che sta accadendo a livello legislativo è che una parte [della comunità ebraica, ndr] sta sostanzialmente dicendo allo Stato: «Adottate la nostra visione della questione, secondo cui l’antisionismo è antisemitismo». E per me questo è un problema. Non voglio che siano gli Stati a decidere il significato di un particolare insieme di valori religiosi. Penso che sia una questione che la comunità ebraica debba discutere al suo interno. Penso che sia una questione importante, ma non voglio che sia lo Stato a decidere. Ed è proprio questo che chiedono coloro che sostanzialmente sostengono che l’antisionismo sia antisemitismo.

Una delle cose che sappiamo dal campo degli studi sull’odio – io dirigo un centro di studi sull’odio – è che su questioni controverse come questa, le persone tendono a ricorrere a quelli che chiamo “binari”. Insomma, guardano da una parte e vogliono collocare tutto da una parte o dall’altra di una linea di demarcazione netta. Vogliono risposte semplici e desiderano costruire una comunità attorno a persone che condividono quella risposta semplice. Vogliono avere certezze. Ed è in parte così che si sta svolgendo questo dibattito. E penso che ciò comporti due conseguenze. La prima è che ci impedisce di vedere come funziona realmente l’antisemitismo, perché pensiamo che esista una soluzione semplice: prendere una definizione e applicarla, quando in realtà è molto più complicato. La seconda è che, dal punto di vista giuridico, crea un effetto dissuasivo.

Una delle cose che è successa anche in questi ultimi due giorni è il rovescio della medaglia del tentativo di fare ciò che fa questo disegno di legge, ovvero affermare che l’antisionismo è antisemitismo. Nel Regno Unito, il Partito dei Verdi ha votato a favore di una risoluzione secondo cui il sionismo è razzismo. E sappiamo cosa è successo in passato. Quando una simile risoluzione fu approvata dall’ONU nel 1975, la gente disse: «Ah, gli ebrei sono sionisti, i sionisti sono razzisti». I razzisti devono essere esclusi.

Questo cui assistiamo oggi è il rovescio della medaglia. Significa affermare che chi è antisionista non ha un punto di vista legittimo. La realtà è che una parte dell’antisemitismo, una parte dell’antisionismo, è antisemitismo, quando si utilizzano i classici stereotipi sugli ebrei e li si applicano a Israele. Ma in molti altri casi non è così. Ci sono gli ebrei di cui ho parlato che hanno una visione diversa di cosa significhi l’ebraismo. Ci sono palestinesi che dicono: «Il sionismo ha colpito la mia vita». E non è perché sono stati proprio gli ebrei a farlo, ma per l’effetto che ha avuto. C’è tutta una serie di situazioni intermedie che non sono chiare, a seconda che si guardi all’intento o a ciò che le persone percepiscono. E noi stiamo cercando di collocare le cose, tutto, da un unico lato della linea. Chi promuove l’IHRA sta cercando di equiparare l’antisionismo all’antisemitismo. Il Partito dei Verdi sta cercando di affermare, come sapete, che il sionismo è razzismo. E questo ci rende ciechi di fronte alla complessità di come dovremmo comprendere queste questioni relative a Israele, all’antisemitismo e all’odio stesso.

Non credo che nessuna definizione di antisemitismo dovrebbe essere utilizzata da uno Stato per stabilire cosa sia lecito dire su questioni politiche e cosa no. Questo è maccartismo, ed è davvero problematico.

Mi chiedo se non vi sia un problema insito negli indicatori contenuti nella definizione originale di antisemitismo adottata dall’IHRA. In particolare, mi chiedo se non sia stato forse trascurato il fatto che la politica israeliana – proprio come qualsiasi politica di qualsiasi Stato – nel corso del tempo, a prescindere dalle nostre opinioni personali sul sionismo, sia comunque una politica soggetta a cambiamenti; e che quindi la definizione di antisemitismo formulata da Kenneth Stern nel 2004, successivamente adottata da IHRA, non abbia la stessa valenza nel 2026.
Ciò che vorrei capire è se, in qualche modo, una serie di esempi — mi riferisco soprattutto agli ultimi tre — non siano intrinsecamente problematici e non rendano inevitabile questa polarizzazione di cui lei parlava; perché, ad esempio, alla luce di ciò che è accaduto negli ultimi tre anni, non credo che si possa attribuire lo stesso significato alla frase «fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei nazisti» nel 2004 o nel 2026.
Inoltre, nel 2018, sappiamo che si è verificato un punto di svolta molto significativo nel panorama politico dello Stato di Israele — vale a dire la Legge fondamentale che ha definito Israele come lo Stato ebraico, lo Stato degli ebrei. Alla luce di ciò, chiedo: in che misura una serie di esempi all’interno della definizione cambiano di senso? Perché a “ritenere gli ebrei collettivamente responsabili delle azioni dello Stato di Israele” oggi è Israele stesso, dato che si definisce uno Stato ebraico. Tant’è che, pur essendoci — e in effetti ce ne sono molti — esempi di dissidenti ebrei, in particolare quelli che dissentono riguardo ai recenti eventi legati al genocidio del popolo palestinese, stiamo addirittura arrivando al punto in cui ad alcuni di loro viene revocata la cittadinanza proprio perché sono dissidenti, come è accaduto ai due autori del film NAZA, per esempio, proprio di recente.
L’ultimo esempio che attira la mia attenzione è il terz’ultimo nella definizione adottata da IHRA, secondo cui è antisemita utilizzare simboli e immagini associati all’antisemitismo classico — come “l’accusa del sangue” — per caratterizzare Israele o gli israeliani. Le comunità ebraiche istituzionali italiane e i loro massimi rappresentanti hanno utilizzato proprio questi esempi per bollare come antisemite alcune critiche mosse alla condotta dello Stato di Israele, ad esempio in alcuni documenti ufficiali che, tra le altre cose, diventeranno parte integrante dell’attuazione della legge in discussione, si dice che è una “accusa del sangue” criticare Israele per l’uccisione di 20.000 bambini a Gaza. L’ex presidente dell’UCEI (Unione Comunità Ebraiche Italiane) ha affermato che la frase “Gesù è palestinese” ha fatto rivivere l’accusa di deicidio. Come possiamo impedire questo uso malizioso di tali esempi?

Gli esempi costituiscono la definizione stessa e sono proprio quelli la parte controversa. Il motivo per cui sono stati raccolti era quello di fornire, ai responsabili delle raccolte di dati [sull’antisemitismo] in diverse parti d’Europa, un insieme comune di riferimenti da consultare, in modo da poter confrontare quali potessero essere le manifestazioni dell’antisemitismo nel tempo e oltre i confini nazionali. Non si è mai trattato di creare un codice contro l’incitamento all’odio. Quindi gli esempi sono il cuore della questione. Ed è proprio questo il problema. La gente sta strumentalizzando gli esempi. Il problema di come viene applicato questo documento è duplice. Da un lato, si tratta fondamentalmente di privilegiare una narrazione rispetto a un’altra. La realtà è che esiste un legame ebraico dominante con quella terra, la narrazione degli ebrei che tornano nella loro patria ancestrale. E c’è la narrazione palestinese secondo cui “noi siamo qui da sempre”, mentre questi sono, come dire, arrivati da fuori e, pur avendo forse avuto un legame con quella terra, stanno arrivando e stanno di fatto controllando le nostre vite. E queste due narrazioni sono forse reciprocamente incompatibili. Ma l’uso di molti esempi e di molti elementi dall’altra parte è un tentativo di affermare che ci sia un solo modo di vedere la questione, invece di chiedersi: come possiamo conciliare queste due narrazioni fra loro?

Per quanto riguarda il film NAZA, non l’ho ancora visto, ma penso che sia un’osservazione davvero valida. Il problema sorge quando Israele afferma, in sostanza, che alcune persone che hanno realizzato un film in cui vengono mostrati problemi apparentemente enormi nel modo in cui Israele si comportava a Gaza, sono dei traditori. In pratica li definisce “non ebrei” e minaccia di privarli della cittadinanza. Si tratta di una minaccia alla libertà di espressione, anziché di una risposta in cui si spieghi cosa, dal loro punto di vista, sia sbagliato.

I sostenitori delle definizioni dell’IHRA, che affermano: «Oh, non sono giuridicamente vincolanti, ma le useremo nella legislazione», stanno facendo la stessa cosa. Stanno imponendo, invece di rispondere alle argomentazioni. Vogliono sostanzialmente prescrivere quali discorsi sono accettabili e quali no, chi riceve finanziamenti e chi no, chi subirà sanzioni amministrative o di altro tipo per aver pubblicato contenuti che qualcuno ritiene fuori luogo. Il problema degli esempi non risiede negli esempi stessi, se sono stati utilizzati correttamente. Sono stati usati come una sorta di calamita per chi vuole strumentalizzare il dissenso nei confronti del discorso politico, cercando di forzare l’interpretazione e affermando: «Guardate, abbiamo la possibilità di perseguire le espressioni che non ci piacciono. È sancito dalla legge e vi perseguiremo». Questo effetto dissuasivo sulla libertà di espressione è dannoso sotto diversi aspetti. In primo luogo, trasmette alle persone l’idea che, come sapete, chi sostiene Israele non possa avere voce in capitolo. In secondo luogo, danneggia le nostre democrazie perché quando si definiscono certi tipi di discorsi come inaccettabili – e so che l’Italia ha una tradizione diversa dagli Stati Uniti, dove vige il Primo Emendamento – si crea comunque un impulso autoritario, specialmente quando c’è disaccordo politico su questioni come questa.

Alla luce di questi ultimi tre anni in particolare, e degli usi strumentali di cui ha parlato finora, riscriverebbe la definizione di antisemitismo che ha redatto nel 2004? Lei non ha mai firmato la Dichiarazione di Gerusalemme, né ha mai rinnegato la definizione di antisemitismo adottata dall’IHRA. Ora, sulla base dei dibattiti attualmente in corso in Italia, un partito in particolare — il Partito Democratico — ha preso posizione, dichiarandosi disposto a votare a favore del disegno di legge così come è stato redatto, a condizione che al posto della definizione di antisemitismo dell’IHRA venga adottata la definizione di Gerusalemme, che è stata formulata proprio in risposta agli usi strumentali della definizione dell’IHRA e che, in un certo senso, tutela l’antisionismo come forma di libertà di espressione. Ritiene che questa possa essere una soluzione?

Ottime domande. No, non modificherei in alcun modo la definizione rispetto a quanto previsto nel 2004. Se fosse stata utilizzata solo per sondare l’opinione pubblica, anziché come codice contro l’incitamento all’odio, penso che avrebbe avuto una certa utilità. Il problema è l’uso della definizione contenuta nella legge per cercare di limitare la libertà di espressione politica.

Sì, c’è la Definizione di Gerusalemme, come lei ha detto, ci sono altre definizioni come quella proposta nel Progetto NEXUS. Non credo che nessuna di queste dovrebbe essere utilizzata da uno Stato per stabilire cosa sia lecito dire su questioni politiche e cosa no. Questo è maccartismo, ed è davvero problematico.

Negli Stati Uniti c’è stato un dibattito alla Camera sull’adozione di una legge che sancisca ulteriormente quella definizione. E alcuni legislatori repubblicani hanno detto: “Beh, sapete, l’idea mi piace, ma c’è un esempio in cui si accenna al fatto che gli ebrei abbiano ucciso Gesù. Il resto mi sta bene, ma cercherò di proporre che proprio quell’esempio venga eliminato”. Beh, questa è un’ammissione che il punto è proprio la libertà di espressione. Si tratta di valori. Si tratta di cose a cui le persone tengono molto.

Nel contesto di grandi dibattiti su Israele, sulla Palestina, sul sionismo, non voglio che lo Stato, in nessun caso, adotti una definizione, qualsiasi essa sia, e affermi che questa è la nostra visione ufficiale di cosa sia l’antisemitismo, così come non vorrei che adottasse una definizione con esempi politici sul razzismo. Una delle cose che stiamo osservando negli Stati Uniti è che questo sta accadendo da parte dell’amministrazione Trump riguardo al “genere”, per affermare che certe cose non possano essere insegnate. Lo vediamo anche riguardo alla “razza”, lo vediamo riguardo allo status di “immigrato”. Non voglio che lo Stato definisca quale discorso sia accettabile e quale no in questo contesto; penso che ciò danneggi la democrazia. E ogni volta che la democrazia viene danneggiata, ciò porta inevitabilmente a un aumento dell’antisemitismo. Ed è questa la mia preoccupazione. Stiamo distogliendo l’attenzione da ciò che possiamo effettivamente fare per combattere l’antisemitismo. E ci lasciamo sedurre dalla semplicità dell’idea che basti avere una definizione e che tutti debbano attenersi ad essa. E se ne esci, verrai ucciso o punito, e questo è sbagliato. Ciò crea un ambiente in cui è più probabile che un numero maggiore di persone adotti opinioni antisemite.

Un’ultima considerazione: “Misurare la temperatura dell’antisemitismo” secondo l’intenzione originaria della definizione come da lei spiegato è una pratica molto diversa se lo fa un istituto di ricerca indipendente, una ONG, un gruppo di cittadini che possiede nessun particolare potere o se lo fa il legislatore. La definizione di antisemitismo dell’IHRA è stata messa immediatamente a disposizione del legislatore ed è stata formulata subito per essere utilizzata dal legislatore a livello europeo. Per cui ecco mi chiedo come si poteva non rendersi conto che se la fai a beneficio del legislatore, poi il legislatore la userà come minimo per qualche forma di policing perché non ha particolare senso misurare la temperatura di un fenomeno gravissimo come l’antisemitismo, per poi non fare nulla.

Grazie mille. Non avevo previsto che sarebbe stata utilizzata in questo modo fino a quando non l’ho vista impiegata così nel 2010. L’altro aspetto della definizione che mi era sfuggito, ma che era molto importante al momento della sua stesura, era il riferimento al crimine d’odio antisemita. C’era stato un momento in cui il capo dell’EUMC (European Monitoring Center for Racism and Xenophobia) era venuto a una riunione dell’American Jewish Committee e aveva parlato delle segnalazioni di antisemitismo e della necessità di avere una definizione comune più chiara tra i diversi paesi. Tre settimane prima, una scuola ebraica di Montréal era stata colpita da una bomba incendiaria in reazione all’assassinio di un leader di Hamas da parte di Israele. E secondo la sorta di linea guida che l’EUMC aveva pubblicato nel suo rapporto del 2004, quell’episodio non sarebbe stato considerato antisemitismo. E ci ho riflettuto e mi pareva una cosa assurda.

Quindi forse ricorderete che un paio d’anni dopo, una volta formulata la definizione operativa, in Francia si verificò un caso in cui un ebreo fu rapito, tenuto in ostaggio per ottenere un riscatto e infine ucciso. E sulla stampa francese si accese un dibattito sul fatto che si trattasse o meno di antisemitismo, poiché si trattava di uno stereotipo positivo. Una delle cose che volevo ottenere, e che in realtà non è mai avvenuta, era che i paesi europei considerassero i crimini d’odio seguendo maggiormente il modello americano: non importa il movente [in questo caso ottenere il riscatto, ndr], ciò che conta è l’intenzione.

Questo intento è stato alla base della stesura del testo. Ma non si è mai concretizzato. Non avrei mai pensato che [il mio lavoro] sarebbe stato strumentalizzato in questo modo per colpire nuovamente la libertà di espressione. E ciò che mi preoccupa di più in tutto questo non è solo l’abuso della definizione, è l’abuso della legge e l’abuso della libertà di espressione. Questo, come punto finale che voglio sottolineare, ci rende ciechi su come funziona l’antisemitismo. Se guardiamo agli Stati Uniti, ad esempio, [nei moti di destra] a Charlottesville nel 2017 c’era chi diceva: «Gli ebrei non ci sostituiranno», in occasione di una manifestazione contro una statua confederata che avrebbe dovuto essere rimossa. L’antisemitismo, nella sua essenza, è la convinzione che gli ebrei cospirino per danneggiare l’umanità. E che questo fornisca una spiegazione per ciò che va storto nel mondo. Quindi ci sono tutti questi gruppi diversi, l’estrema destra, ci sono persone che diffamano i gay, gli immigrati e così via. E quando le persone cercano di capire come ciò possa accadere, come persone che ritengono inferiori stiano in qualche modo prendendo il sopravvento, ecco che emerge la molla che alimenta la peggiore forma di antisemitismo. Ma noi ci lasciamo sedurre dall’idea: «Approviamo semplicemente una legge che adotti una definizione e chiudiamo la questione». Ed è proprio questo, secondo me, che è davvero pericoloso.


Non riportiamo, per ragioni di lunghezza altrimenti eccessiva del testo, le interessanti domande di alcuni ascoltatori qualificati – i docenti Valentina Pisanty, Massimo Amato e Nicola Perugini, e Anneliese Baldaccini di Amnesty International – presenti nella discussione, poste nella seconda parte della trasmissione. Invitiamo ad ascoltarle direttamente dalla loro voce nella registrazione dell’evento, a partire dal minuto 1.15.00.

© Kritica – Riproduzione consentita solo parzialmente, per brevi porzioni del testo, citando la fonte e riportando il link all’inizio della notizia.

Autore

  • Federica D'Alessio

    Giornalista, fondatrice di Kritica.it. Puoi leggere suoi articoli e saggi su MicroMega, Gli Stati Generali, Africa ExPress. Ha vinto diversi premi fra cui il Premio Luchetta - Stampa italiana nel 2022.

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