sabato 09/05/2026, 15:53

In una giornata soleggiata del 2023, l’atmosfera nel quartiere Al-Nasr della città di Gaza era insolitamente vivace. L’ambasciatore italiano, con un sorriso sicuro, tagliò un nastro di seta per inaugurare la torre dopo lunghi anni di attesa. Quel nuovissimo complesso residenziale e commerciale rappresentava un capolavoro architettonico dal tocco europeo in mezzo all’estenuante affollamento di Gaza, ricostruito grazie a una generosa sovvenzione del governo italiano per un totale di cinque milioni di euro. L’inaugurazione era un chiaro messaggio politico e umanitario: «Siamo qui per ricostruire ciò che la morte ha distrutto». In quel momento, gli abitanti della torre che avevano perso le loro case nella guerra del 2014 sentirono che finalmente era stata fatta giustizia e che la garanzia internazionale – rappresentata dal finanziamento italiano – era uno scudo che li proteggeva dagli aerei da guerra del futuro.

Per comprendere la portata della tragedia odierna, dobbiamo tornare all’agosto 2014, quando il mondo rimase sconvolto dalle immagini della massiccia Torre Italiana che crollava negli ultimi giorni di quell’aggressione, lasciando centinaia di famiglie all’aria aperta. Per anni, le macerie della torre hanno gravato pesantemente sul petto della città, ricordando a tutti che nulla a Gaza è immune. Ma la volontà palestinese, sostenuta dall’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo, ha deciso di sfidare l’impossibile. È iniziato un viaggio estenuante per portare i materiali attraverso i valichi assediati, e ogni pietra posata al suo posto era una piccola vittoria sulla disperazione, finché il sogno non è stato completato nel 2023, riportando la vita a muri carichi di speranza.

Quel sogno è durato meno di due anni. Il 26 settembre 2025, nel bel mezzo dell’ultima aggressione, gli aerei sono tornati per finire ciò che avevano iniziato un decennio fa. Questa volta non si è trattato di un raid passeggero, ma di tonnellate di bombe pesanti che hanno cancellato nuovamente il punto di riferimento dalla mappa. In pochi istanti, quei cinque milioni di euro sono svaniti. La perdita non era solo una cifra finanziaria; era la dissipazione di anni di lavoro diplomatico e umanitario, e lo schiacciamento dei sogni di famiglie che avevano appena iniziato a sbocciare dietro quelle finestre in stile italiano.

In mezzo a questa polvere e distruzione, una voce si leva dal cuore delle rovine, parole che riassumono la storia di un’intera generazione. Parole che non hanno bisogno di un nome per essere comprese: “Non mi sono ancora ripreso dal peso di ciò che ho scritto ieri sul mio secondo compleanno tra le ceneri, finché oggi ho ricevuto una notizia ancora più devastante: la Torre Italiana, il mio ultimo rifugio, non esiste più. Quella torre non era solo un edificio in cui vivevo; era il frutto di nove anni di paziente attesa, una fragile compensazione per la prima casa che era stata distrutta. Era un muro di sicurezza a cui tornavo, un luogo che custodiva i piccoli dettagli dei sogni rimandati. La torre se n’è andata oggi, lasciando nel cuore un vuoto più profondo di qualsiasi muro demolito. È una sensazione crudele vedere l’ultimo spazio di tranquillità cancellato in un istante, come se lo sfollamento non si fosse accontentato di portarci via le strade, ma fosse venuto questa volta a sradicare il rifugio stesso.”

Questo grido pone la comunità internazionale, e l’opinione pubblica italiana in particolare, di fronte a una questione etica fondamentale: Qual è il messaggio dietro la distruzione di un progetto finanziato da un paese amico e membro dell’Unione Europea? Prendere di mira la Torre Italiana significa prendere di mira il concetto stesso di “ricostruzione”; è un tentativo di radicare la disperazione e impedire qualsiasi possibilità di vita. Il denaro dei contribuenti italiani, inviato in segno di solidarietà per costruire un tetto a protezione delle famiglie, è ora semplice cenere nel cielo della città in fiamme. La ripetizione della scena tra il 2014 e il 2025 non è una coincidenza bellica, ma un crimine sistematico contro la stabilità psicologica dell’essere umano a Gaza, che si ritrova a tornare nelle tende per la seconda o terza volta, guardando da lontano il cumulo di macerie che fino a pochi mesi fa era il suo orgoglioso indirizzo.

La torre ha perso la sua funzione di dimora, ma ha acquisito un nuovo ruolo di “monumento” all’incapacità del mondo di proteggere anche ciò che costruisce con le proprie mani. Ogni pietra a terra urla i nomi degli ingegneri italiani che l’hanno progettata, degli operai che l’hanno costruita e dei residenti che vi hanno riposto le loro ultime gocce di serenità. Alla fine di questa tragedia, la domanda rimane sospesa sulle macerie: costruiremo per la terza volta? E se lo faremo, chi garantirà che i nostri sogni e le tasse dei nostri amici non si trasformino ancora una volta in combustibile per le fiamme? Eppure, la determinazione rimane l’ultima parola, come ha concluso quel residente dal cuore spezzato: «Demoliscono le case, ma non demoliranno la nostra capacità di sognare, né ci strapperanno questa insistenza nel cercare la vita, anche in mezzo alle macerie».

La «Torre Italiana» rimarrà nella memoria di Gaza come una storia di ostinata speranza di fronte alla macchina della distruzione; la storia di un amico che ha cercato di costruirci una casa e di un nemico che ha insistito nel lasciarci senza riparo.


CREDITI FOTO: EPA/MOHAMMED SABER

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