All’indomani dell’elezione a sindaco di New York City di Zohran Mamdani, candidato democratico dell’ala socialista, giovane, musulmano, antisionista, un’intervista di Kritica alla giornalista e analista politica Rula Jebreal sul significato epocale di questa vittoria.
Rula Jebreal, il giorno dopo, chi sono le persone che si sono svegliate più contrariate per la vittoria di Mamdani?
Certamente i sionisti israeliani. La destra estrema in Israele, che aveva capito di aver perso l’opinione pubblica americana, ma pensava di dominare ancora la politica. Sapevano da tempo di aver perso il dibattito pubblico, anche nella stessa comunità ebraica: alcuni sondaggi (pubblicati dal Washington Post, ndr) hanno rivelato che secondo il 61% degli ebrei americani Israele ha commesso crimini a Gaza; secondo il 41%, ha commesso un genocidio. Gli israeliani sionisti davano già per perso il dibattito pubblico, ma pensavano di avere il dominio politico, su entrambi i partiti. Ieri si sono svegliati e hanno capito che no, non hanno più questo dominio, che ormai il Partito Democratico può virare a sinistra. E deve virare a sinistra, per poter vincere: nessun democratico fra quelli che ha appoggiato il genocidio potrà mai vincere. Non a caso in tanti stanno chiedendo le dimissioni di uno dei senatori del partito democratico nello Stato di New York, Chuck Schumer, che persino ieri stesso si è rifiutato di dire per quale candidato sindaco avesse votato.
Nel 2024, Kamala Harris ha perso il 29% dell’elettorato perché non ha avuto il coraggio di dire “Noi americani non possiamo finanziare le atrocità condotte su Gaza”. Zohran Mamdani ha avuto il coraggio di contrastare il governo israeliano, nella città con la più numerosa comunità ebraica fuori da Israele. E ha avuto il coraggio di parlare di socialismo e povertà nella città che è la culla del capitalismo americano.
Un segnale di bisogno di cambiamento radicale rispetto alla politica mainstream. Prelude a una resa dei conti nel mondo politico?
Ho visto diversi figuri provare ad associare Mamdani all’11 settembre 2001. Un uomo che è nato nel 1991, che era un bambino quando ci fu l’attentato. Hanno cercato di dire che è un jihadista, un islamista… Hanno usato in tutti i modi l’islamofobia per spaventare le persone, per creare l’idea che i musulmani rappresentino una minaccia esistenziale. E la risposta a tutta questa propaganda becera è stata una vittoria schiacciante.
Dice anche quanto le cose stiano cambiando nella stessa comunità ebraica?
La maggior parte degli ebrei giovani è già oggi contraria all’esistenza di uno Stato coloniale israeliano che vuole dominare dal fiume al mare, che cerca di ottenere la maggioranza demografica con la pulizia etnica, il genocidio e i crimini di guerra. Sono contrari, rivendicano l’universalità del diritto internazionale e la netta separazione fra ebraismo e sionismo. Su questo punto in particolare non soltanto si distanziano, ma si contrappongono nettamente ai filoisraeliani che invece da sempre provano a schiacciare l’ebraismo sul sionismo, a dire che sono la stessa cosa. Non lo sono e non lo sono mai state, e devono rimanere separate: è il sionismo che sta producendo e appoggiando, in questo momento, un genocidio e un’operazione pluridecennale di pulizia etnica.
Quella di Mamdani è anche la vittoria delle mobilitazioni di questi due anni, quindi? Della lotta degli studenti antisionisti nei campus, come alla Columbia University?
Senz’altro, e al tempo stesso è una vittoria trasversale. Persino nei distretti di New York più tradizionalmente di destra, Mamdani ha preso molti più voti di quanti se ne potessero prevedere per il Partito democratico. Perché anche in quelle aree la lotta alla povertà è sentita come necessaria e c’è malumore nei confronti dello scandaloso importo speso nell’appoggio del genocidio a Gaza. Inoltre, in quelle stesse aree è in corso un ripudio del trumpismo, della cleptocrazia selvaggia che lo caratterizza. È significativo per esempio il voto per Mamdani a Staten Island (dove è stato Andrew Cuomo a ottenere la maggioranza, ndr) dove la vittoria di Trump è sempre stata scontata. Anche lì ha ottenuto più preferenze del previsto, tenendo conto che i suoi avversari erano due: un repubblicano, Curtis Sliwa, e Andrew Cuomo, democratico che ha corso da indipendente dopo aver perso le primarie. La famiglia Cuomo è una famiglia molto conosciuta e anche stimata a New York, padre e figlio sono stati governatori. Poi certo, Cuomo ha fatto una campagna elettorale vergognosa, tutta all’insegna del razzismo contro Mamdani, faceva finta di non sapere pronunciare nemmeno il suo nome, lo ha mostrato con la barba lunga…
Anche Cuomo ha cavalcato l’islamofobia?
Senza successo. Mamdani aveva dalla sua parte il fatto che l’opinione pubblica detesta Cuomo per via delle moleste sessuali perpetrate contro 13 donne. Durante un dibattito in TV sulle primarie democratiche, Cuomo ha accusato Mamdani di non avere esperienza, di essere un giovanotto idealista. La sua risposta è stata fantastica: “Forse io ho poca esperienza, ma so come si rispettano le donne. Io sarò un idealista, tu sei un molestatore seriale”. Sul piano della comunicazione, abbiamo visto il migliore in azione dai tempi di Obama.
A proposito di Barack Obama, ha scritto un post sui social in cui si congratulava con le varie vittorie dei democratici in questa tornata elettorale, ma non ha espresso particolare entusiasmo verso Mamdani, non lo ha neanche nominato. Cosa vuol dire questo secondo te?
Barack Obama è abile nella diplomazia: in questa fase, non è affatto contento della leadership del Partito Democratico, ma non può criticarla apertamente, dopo essere stato due volte Presidente degli Stati Uniti eletto nelle fila del Partito democratico. C’è un’altra persona a cui guardare che rappresenta il pensiero di Obama in modo più libero e aperto di quanto non faccia Obama stesso: si chiama Ben Rhodes, è stato il suo consigliere di sicurezza nazionale. Rhodes, per esempio, ha elogiato espressamente il coraggio di Mamdani, ha detto che ha avuto più coraggio di tutti i democratici, per la sua lotta autentica, sincera non solo sulla povertà, ma per i diritti umani e il diritto internazionale. E attenzione, Ben Rhodes ha anche criticato Israele aspramente. Quando leggiamo Ben Rhodes, dobbiamo sapere che il pensiero reale di Obama è nelle sue parole.
Dunque Obama comunica in modo indiretto, secondo le usanze diplomatiche. A sua volta, del discorso di ringraziamento di Mamdani, è significativo che non abbia dedicato neanche un passaggio al Partito democratico.
Perché il partito non lo ha sostenuto, anzi il partito lo ha attaccato in tutte le salse. La lealtà di Mamdani va alla pubblica opinione e va ai cittadini, anche quelli che non hanno votato per lui. In questo senso è un politico moderno, non guarda all’apparato, questo pachiderma che si muove in base a come si esprimono i donor, i grandi finanziatori.
I grandi saggi del Partito Democratico attuale, personaggi come il già citato Chuck Schumer e Hakeem Jeffries, hanno ricevuto pressioni esplicite dai finanziatori: non appoggiare Mamdani se non si voleva rinunciare a milioni di dollari. E loro, codardi, hanno deciso di non sostenerlo. Jeffries lo ha fatto solo all’ultimo minuto, ma la gente non è stupida. Durante la campagna presidenziale, Kamala Harris ha raccolto fondi per circa un miliardo di dollari e ha perso il voto. Mamdani ha fatto una raccolta fondi molto più semplice. Contro di lui, i miliardari hanno messo 22 milioni di dollari per sconfiggerlo, e lui ha vinto lo stesso. Questa è la sua grande lezione: i grandi finanziatori non vanno ascoltati. Bisogna ascoltare, invece, la pubblica opinione; non seguire lo status quo.
Uno smacco per tutto l’establishment.
Il modello Mamdani è una traccia chiara per il futuro. Ma la partita comincia adesso, perché ora entrerà in azione la vendetta di Trump contro New York. Trump non può tollerare di essere ripudiato, quindi cercherà di fare di tutto per ostacolare Mamdani. Perché immagina se, oltre al successo elettorale, riuscisse davvero a mantenere tutte le promesse elettorali. Dimostrerebbe che l’establishment ha fallito tradendo intenzionalmente gli americani. La mia paura è che gli impediranno di realizzare il suo potenziale politico. Per questo ora è il momento di aiutarlo a realizzare la sua agenda politica.
Concretamente, come possono mettergli i bastoni fra le ruote?
Intanto Trump ha un potere enorme dal punto di vista della gestione delle tasse e dello stanziamento dei fondi. Il budget proviene dal governo centrale. Perciò, se il governo centrale decide di punire New York, può cominciare a tagliare gli investimenti sui progetti. Può inviare agenti federali di polizia come l’ICE, la polizia anti-immigrazione. Il governo centrale statunitense ha molto potere. Per questo bisogna veramente stare attenti: i giornalisti dovranno fare il proprio mestiere e mettere in luce, se ci saranno, e non ho dubbi che ci saranno, tutti i tentativi di sabotare Mamdani. Un suo successo politico, infatti, dimostrerebbe che non solo puoi vincere, ma che puoi governare e puoi davvero aiutare i cittadini a vivere una vita dignitosa, anche in una città costosissima come New York.
A proposito di giornalismo, abbiamo visto anche le reazioni di alcuni dei più grandi outlet mediatici di New York. Oltre al New York Post, che ha una posizione notoriamente conservatrice e reazionaria, anche il New York Times non è stato propriamente entusiasta nei confronti di Mamdani.
Certo. L’establishment include anche i media. Il New York Times è una testata che si è distinta per posizioni oscene più volte nel passato, per esempio durante la guerra in Iraq, quando hanno alimentato la bufala dell’esistenza di armi di distruzione di massa nelle mani di Saddam Hussein; o durante gli anni di Black Lives Matter, hanno ospitato opinioni di senatori secondo cui bisognava mandare l’esercito nelle piazze contro i manifestanti. Sono filo-israeliani: molti articoli che hanno pubblicato dopo il 7 ottobre si allineavano di fatto al governo israeliano; hanno fatto qualche inchiesta o critica qui e lì, ma l’editor-in-chief, Joseph Kahn, viene da una famiglia solidamente sionista. Suo padre era il responsabile di un’organizzazione che si occupa di fare da watchdog a beneficio del sionismo, CAMERA (acronimo di Committee for Accuracy in Middle East Reporting and Analysis, ndr). Un’organizzazione che non fa altro che attaccare, diffamare, delegittimare i critici di Israele, incluso Mamdani. Quando a Kahn figlio, Joseph, è stato chiesto di recente delle posizioni del padre e se potessero avere qualche influenza sul suo modo di fare informazione, la sua risposta è stata che suggerire un tale collegamento fosse antisemita. Capisci il clima, qual è. Di fatto, però, sappiamo che una fetta significativa dei giornalisti che lavorano al New York Times sulla questione mediorientale sono stati soldati dell’esercito israeliano o sono complici diretti dell’occupazione. Natan Odenheimer, Isabel Kershner, Ronan Bergman, David Brooks. Adam Rasgon, corrispondente per Gerusalemme. Jody Rudoren. Patrick Kingsley. Thomas Friedman. Bret Stephens.
Cosa significa oggi per un cittadino statunitense e/o newyorchese il richiamo al socialismo fatto in modo così esplicito da Mamdani?
Non rappresenta una novità assoluta: quando parla di socialismo, il neoeletto sindaco riprende la politica e la retorica di Bernie Sanders (e dei DSA, Democratic Socialists of America, ndr). La loro idea è che il capitalismo selvaggio stia distruggendo l’America. Un Paese dove non esiste la sanità pubblica. Se non hai soldi per curarti, muori. Abbiamo visto durante la pandemia da COVID l’impatto enorme su persone che non potevano permettersi di stare a casa perché dovevano necessariamente non solo lavorare, ma spesso fare due lavori contemporaneamente. La povertà negli Stati Uniti è dappertutto ma continua a essere un tabù. I soldi per le guerre vengono trovati sempre, ma i soldi per la sanità pubblica, l’educazione pubblica, i trasporti pubblici non si trovano.
In verità in un contesto simile, quando si parla di socialismo, realmente ciò che si sta dicendo è: umanesimo. Una società che consideri le persone innanzitutto come esseri umani. E perciò si prende cura dei malati, dei bambini, dei più deboli. Io non so se questo sia propriamente socialismo. A mio avviso è umanesimo. Mamdani è una persona che ha ridato dignità ai più emarginati, parlando con loro. Davanti alle mense in tanti fra i senzatetto, che sono cittadini e votano, mi hanno detto che questa volta, dopo che non votavano da tempo, avrebbero votato per lui, perché aveva mangiato con loro, era andato a trovarli. Poi ci sono i giovani, una componente enorme del suo elettorato, che lo hanno votato non solo per le sue idee, ma perché sono poveri, in quanto indebitati fino al collo per studiare nelle Università americane. Alcuni arrivano al giorno della laurea con già mezzo milione di dollari di debito. Iniziano a lavorare per pagare i debiti. Questo è il capitalismo selvaggio americano che sta distruggendo le future generazioni. La lotta alla povertà è un elemento determinante. Anche in Italia, quando votarono in massa per i 5 stelle nel 2018 fu per la lotta alla povertà che stavano portando avanti. Ma da voi tocca sentire i centristi. Quelli che dicono che il Partito democratico è “troppo a sinistra”. Il segnale che arriva da New York è tutt’altro.
Ritieni che con questa vittoria, proprio per il suo valore, Mamdani possa essere in pericolo, anche per la sua stessa incolumità?
Sì. Perché si continua a soffiare sul fuoco dell’islamofobia, e ciò aumenta i pericoli in modo esponenziale. Mamdani è ritenuto un nemico dal governo israeliano e dal movimento sionista internazionale, e questa gente è capace di tutto. Hanno già ucciso numerosi cittadini americani in Palestina, sono seguaci di terroristi fanatici come Kahane, o come Itamar Ben Gvir. Il mio timore più grande è che subisca atti di terrorismo di matrice sionista e/o islamofoba, e non sarebbe certamente la prima volta. Nel 1985, un palestinese americano, Alex Odeh, fu ucciso perché parlava nelle sinagoghe cercando di convincere gli ebrei americani che la liberazione della Palestina e la sicurezza di Israele fossero fra loro interconnesse. Misero una bomba nel suo ufficio, facendolo esplodere. Se l’hanno fatto una volta, potrebbero farlo di nuovo. Questa non è una mia preoccupazione solitaria: la condivido con tanti miei colleghi. Quando abbiamo sentito le reazioni di personaggi come Elon Musk, come Trump stesso, come i ministri israeliani alla sua elezione, abbiamo avuto tutti lo stesso pensiero. In un Paese armato e polarizzato come gli Stati Uniti, un Paese dove gli omicidi politici accadono, Mamdani è esposto. È un uomo che si muove con la metropolitana, non ha una scorta, ed è necessario che invece si doti di una scorta. Certamente la sua gente lo proteggerà e lo difenderà. Durante il festeggiamento della sua vittoria, l’altra notte a Brooklyn, per entrare nel quartier generale noi giornalisti abbiamo fatto una fila interminabile. I primi a entrare sono stati gli homeless, sono stati i lavoratori, la gente del quartiere. Ebrei, musulmani, tutte le provenienze, tutte le culture. Era un altro mondo.
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Giornalista, fondatrice di Kritica.it. Puoi leggere suoi articoli e saggi su MicroMega, Gli Stati Generali, Africa ExPress. Ha vinto diversi premi fra cui il Premio Luchetta – Stampa italiana nel 2022.











