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Prima che le nostre vite venissero stravolte, un accendino tascabile a Gaza era l’oggetto più banale e dimenticato in qualsiasi casa. Costava meno di mezzo dollaro: spesso veniva dato come resto al negozio di alimentari all’angolo, dimenticato nelle tasche o gettato con noncuranza sui ripiani della cucina. Oggi, tra sfollamenti incessanti e un blocco totale, quel minuscolo cilindro di plastica si è trasformato in una moneta di sopravvivenza indispensabile e di grande valore.
Da quando vivo questo assedio in prima persona, le mie giornate non sono più scandite dalle ore o dalle scadenze degli articoli, ma dalla ricerca quotidiana ed estenuante di una singola scintilla di fuoco.
Sebbene gli aiuti internazionali distribuiscano occasionalmente quantità limitate di gas da cucina — circa 8 chilogrammi per famiglia ogni pochi mesi —, questi non sono neanche lontanamente sufficienti a soddisfare i bisogni primari di una famiglia. Per la maggior parte delle famiglie, 8 chili di gas sono una risorsa preziosa che deve essere custodita con cura. Le famiglie lo riservano rigorosamente per brevi usi di emergenza, terrorizzate all’idea di rimanere senza, e senza una ricarica in vista. Peggio ancora, molte famiglie sfollate che vivono in accampamenti di fortuna semplicemente non possono permettersi le elevate tariffe di ricarica richieste dai distributori in un’economia in cui il reddito è completamente crollato. Per loro, il gas da cucina rimane un lusso irraggiungibile.
Pertanto, la realtà quotidiana costringe quasi tutti a tornare alla fiamma viva. Passiamo ore a raccogliere rami secchi, scarti di legno, imballaggi di plastica e cartone. Ma la legna raccolta è inutile senza una fiamma che la accenda. Ed è qui che la crisi degli accendini colpisce più duramente.
Sul mercato nero, il prezzo di un singolo accendino usa e getta è salito alle stelle, passando da 30 centesimi prima della guerra a quasi 30 dollari: un aumento sbalorditivo del 10.000%. Pagare 30 dollari per un accendino di plastica scadente, che spesso si guasta o perde dopo pochi utilizzi, non è un inconveniente minore; è una scelta disperata tra servire un pasto caldo a bambini affamati o affrontare la fame.
La microeconomia del fuoco
Poiché questo prezzo è insostenibile per la maggior parte degli sfollati di Gaza, nei campi tendati è emersa un’intera microeconomia sommersa del fuoco.
Bambini e anziani ora percorrono sentieri polverosi tra le tende trasportando braci incandescenti in barattoli di latta arrugginiti, scambiando una scintilla per un pizzico di sale o un pezzo di pane. Lunghe e silenziose code si formano fuori dalle tende dei pochi che possiedono ancora un accendino funzionante, con i vicini che aspettano pazientemente di accendere un pezzo di carta prima che la fiamma si spenga.
Per accendere il fuoco senza accendini, le persone ricorrono a metodi rudimentali e improvvisati: utilizzano le scintille residue della pietra focaia, l’attrito o collegano fili sottili a piccole batterie per accendere un pezzo di cotone o di carta velina. Ma nei campi sovraffollati, fatti di teli di plastica e tessuto, l’uso quotidiano di fiamme libere produce in ogni tenda un pericolo costante di incendio, mettendo a rischio le famiglie solo per far bollire l’acqua o cucinare un pasto.
Un accendino tascabile era un tempo una banale comodità della vita moderna. Oggi a Gaza, il suo prezzo astronomico e la sua scarsità rappresentano un simbolo crudo e vivente di come l’assedio totale riduca l’esistenza umana ai suoi elementi più essenziali, trasformando il semplice gesto di accendere un fuoco in una lotta quotidiana per la dignità umana.

