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Il ruolo dei media nella costruzione della narrazione sul genocidio a Gaza, la censura in Israele e le responsabilità dell’informazione internazionale. Intervista a Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati, sul suo ultimo rapporto, La verità sotto le macerie. I media al tempo del genocidio, che Kritica ha tradotto in italiano e reso disponibile ai lettori gratuitamente.

Quali sono le principali risultanze del suo lavoro? E quale ruolo ha avuto l’informazione nel creare il contesto che ha favorito la commissione dei crimini?

La verità sotto le macerie. I media al tempo del genocidio è un rapporto che denuncia come la scomparsa della verità, o la sua manipolazione, sia funzionale alla commissione di crimini, tra cui il genocidio. L’analisi si articola in tre parti.

La prima riguarda l’attacco al sistema mediatico palestinese, che ha portato all’uccisione di quasi 300 giornalisti e operatori dell’informazione. Per 70 di questi giornalisti esistono già inchieste che dimostrano come siano stati uccisi a causa del loro lavoro, anche in risposta alle minacce che avevano ricevuto affinché smettessero di documentare quanto accadeva. Sono stati uccisi anche 710 familiari dei giornalisti, oltre alla distruzione dell’81% delle infrastrutture necessarie a trasmettere le informazioni.

Israele ha agito in questo modo perché colpire i giornalisti significa impedire che rimangano voci capaci di raccontare e analizzare quello che succede sul campo. Chi non è stato ucciso è stato arrestato e detenuto: 100 giornalisti palestinesi sono stati arrestati e torturati, e 35 di loro sono ancora in carcere.

Il secondo livello di analisi riguarda quello che è successo in Israele. In questi tre anni Israele ha agito soprattutto attraverso la censura, l’intimidazione, la manipolazione e l’incitamento al genocidio.

Pochi lo sanno, perché questo aspetto non rientra nella narrazione favorevole alla cosiddetta «unica democrazia del Medio Oriente», ma Israele ha un apparato di censura estremamente attivo. Tra il 2024 e il 2025 ha censurato, redatto o proibito decine di migliaia di notizie. Le informazioni vengono bloccate anche attraverso i gag order, ordini militari che criminalizzano chi parla di questioni coperte dal segreto militare. È una forma di censura, ma non è tutto: sono state anche prodotte informazioni su Israele stesso, poi diffuse come se fossero notizie vere.

Pochi lo sanno, perché questo aspetto non rientra nella narrazione favorevole alla cosiddetta «unica democrazia del Medio Oriente», ma Israele ha un apparato di censura estremamente attivo.

Quando si dice che Israele scrive la propria storia, è proprio questo che fa. A ciò si aggiunge il ruolo del sistema politico, rilanciato da alcuni segmenti dei media israeliani, come Channel 14 e Channel 12, che hanno incitato al genocidio definendo tutti i palestinesi di Gaza un cancro da estirpare, ribadendo che fossero tutti terroristi e utilizzando altre forme di linguaggio discriminatorio.

Infine, c’è il ruolo di alcuni tra i più autorevoli media internazionali, come BBC, ABC, New York Times e Sky News, e di piattaforme come Meta, Instagram e YouTube, che hanno contribuito e in qualche modo favorito il genocidio e la commissione di altri crimini. Lo hanno fatto attraverso una copertura parziale delle notizie, la diffusione di informazioni false – come la notizia dei 40 bambini decapitati – e la pubblicazione di editoriali che attribuivano a Hamas la responsabilità di ogni morte a Gaza.

Certo, Hamas ha le sue responsabilità, ma i palestinesi uccisi sono stati uccisi da Israele. I 75 mila palestinesi uccisi a Gaza, l’85% dei quali sono donne e bambini, e i 21 mila bambini uccisi: queste persone sono state uccise dall’esercito israeliano. Non bisogna attribuire la responsabilità legale o morale a nessun altro che allo Stato di apartheid di Israele.

C’è stata anche una passivizzazione della responsabilità: quando i palestinesi venivano uccisi da Israele, si diceva che «morivano» o che «i palazzi crollavano». Si è manifestata un’empatia molto diversa nei confronti degli israeliani, anche quando erano soldati, rispetto a quella riservata ai palestinesi. Il pregiudizio nella narrazione è stato evidente. Ai media è stato dato spazio per promuovere la prospettiva militare israeliana come raramente si era visto in epoca recente. Tutto questo ha favorito la propaganda israeliana e la propaganda genocida. È necessario che vengano condotte inchieste e, in alcuni casi, che intervengano le autorità competenti per verificare le eventuali responsabilità.

Nella narrazione della realtà è fondamentale la scelta delle parole. Le operazioni israeliane vengono definite «raid», mentre quelle dei gruppi palestinesi «massacri», ad esempio. Anche intorno al termine genocidio si è sviluppata una battaglia semantica. Quanto è importante, anche sul piano giuridico, definire i fatti con le parole corrette? E quali schemi ricorrenti ha individuato?

Il caso dei giornalisti è emblematico perché racconta quello che è successo ai civili palestinesi: il modo in cui sono stati presi di mira dall’esercito israeliano, la narrazione che ha favorito questo processo e il modo in cui sono stati trattati dalla stampa internazionale e dal discorso mainstream, sostenuto anche da una parte della politica. L’Italia, da questo punto di vista, è un caso significativo.

Al di là delle parole utilizzate, vorrei concentrarmi sulla scomparsa del diritto internazionale. Il diritto internazionale ci offre un linguaggio universale, ci aiuta a fare chiarezza in un contesto convulso come quello di un conflitto, di un’aggressione militare o di uno scontro civile. Ci permette di mantenere un approccio neutrale e obiettivo in una situazione di estrema polarizzazione.

Invece di affidarsi al diritto internazionale, in Italia ci si è affidati a persone ignoranti e ciarlatane. Ma anche persone che conoscono la realtà palestinese hanno fatto fatica a utilizzare la parola genocidio, perché non ne conoscono il significato normativo: il genocidio consiste nella distruzione intenzionale, o nell’intenzione di distruggere, un gruppo in quanto tale.

Il gruppo in questione è quello dei palestinesi. Non importa che si tratti di civili, bambini, insegnanti, medici o giornalisti. Si è perso il senso della protezione dei civili in tempo di guerra e del principio di distinzione. In una situazione di conflitto, l’unico modo in cui si può essere colpiti – e non intendo soltanto uccisi, ma anche arrestati – è essere combattenti.

Invece di affidarsi al diritto internazionale, in Italia ci si è affidati a persone ignoranti e ciarlatane. Ma anche persone che conoscono la realtà palestinese hanno fatto fatica a utilizzare la parola genocidio, perché non ne conoscono il significato normativo: il genocidio consiste nella distruzione intenzionale, o nell’intenzione di distruggere, un gruppo in quanto tale.

I civili non possono mai essere presi di mira, siano essi israeliani o palestinesi. I giornalisti palestinesi sono stati trattati come terroristi. Israele ha un gruppo all’interno dell’esercito, chiamato Legitimization Cell, che ha il compito di confezionare falsità e spacciarle per vere.

È quanto è successo, per esempio, con la diffusione delle kill list, le liste di uccisione dei giornalisti palestinesi, prima ancora che venissero presi di mira. Lo stesso è avvenuto quando è stato sostenuto che sotto l’ospedale Al-Shifa ci fosse un centro di comando o che i terroristi si nascondessero nelle case e nei tunnel. Si è creata una confusione totale, funzionale alla commissione del genocidio.

L’uso delle parole è stato strumentale. Ma un giornalista rimane un giornalista e un civile rimane un civile, finché non prende parte alle ostilità. Anche se diffonde propaganda, come può accadere nel caso dei giornalisti israeliani, o incita alla commissione di determinati atti; l’incitamento all’odio e alla violenza è un crimine, ma questo non significa prendere parte ai combattimenti. Altrimenti, anche i giornalisti israeliani dovrebbero essere considerati tutti parti del conflitto. Non lo sono: sono civili, così come sono civili i giornalisti palestinesi che hanno fatto il loro lavoro.

Israele sostiene che alcuni giornalisti palestinesi abbiano dato voce ad Hamas, che lo abbiano intervistato o abbiano riportato le sue dichiarazioni. Ma questo non è terrorismo, e in molti casi non è nemmeno successo. In Paesi come l’Italia, il riferimento ad Hamas è diventato il lasciapassare per convalidare qualsiasi crimine. Questa è la realtà.

C’è stato poco scrutinio per comprendere che esistono responsabilità precise. Uno Stato che colpisce sistematicamente i giornalisti, come ha fatto Israele, commette un crimine di guerra. Se lo fa in maniera continuativa e come parte di un attacco alla popolazione civile, si può configurare un crimine contro l’umanità. L’uccisione delle persone che ci permettono di capire cosa sta succedendo e, in questo caso, di documentare e fermare un genocidio, può costituire anche un elemento di prova dell’intento genocida.

Sulla stampa israeliana dovrebbe essere condotta un’inchiesta per incitamento al genocidio. Nei casi che ho individuato ci sono prove, moltissime prove, raccolte anche da giornalisti israeliani. Ma è necessario anche uno scrutinio su quello che hanno fatto i media nel mondo occidentale.

Come è avvenuto in occasione del genocidio in Rwanda e di quello in Bosnia ed Erzegovina, quando i tribunali hanno riconosciuto responsabilità di determinati media, ritengo che anche in questo caso ci siano responsabilità di alcune testate nell’aver dato forza e ossigeno alla narrazione israeliana favorevole al genocidio. È necessario accertare le responsabilità.

Sono estremamente consapevole della delicatezza del confine, sottilissimo, che separa lo scrutinio sul lavoro della stampa da un intervento che potrebbe comprometterne l’indipendenza. Tuttavia, è necessario accertare le responsabilità a livello individuale, coinvolgendo editori ed editorialisti. Bisogna capire perché determinate persone abbiano agito in quel modo: per ideologia, per razzismo o perché asservite a qualcuno.

Come è avvenuto in occasione del genocidio in Rwanda e di quello in Bosnia ed Erzegovina, quando i tribunali hanno riconosciuto responsabilità di determinati media, ritengo che anche in questo caso ci siano responsabilità di alcune testate nell’aver dato forza e ossigeno alla narrazione israeliana favorevole al genocidio. È necessario accertare le responsabilità.

Ci sono già casi arrivati in tribunale. In Australia, ABC News, il principale broadcaster del Paese, ha licenziato una giornalista per aver ripubblicato una notizia sulla carestia diffusa da Human Rights Watch. L’emittente ha speso 1,7 milioni di dollari australiani per difendere la propria posizione, utilizzando denaro pubblico per difendere quella che considero una bugia. La giornalista si è rivolta alla giustizia e il giudice ha poi stabilito che l’emittente aveva agito sotto la pressione di gruppi pro-Israele.

C’è quindi una forma di corruzione dell’informazione nelle democrazie occidentali. Questo si collega a ciò che definiamo, in tanti, l’israelizzazione delle nostre società. Non significa che Israele controlli le nostre società, ma che la logica di difesa dell’apartheid israeliana deve essere compresa e studiata. Israele è diventato un modello per le nostre democrazie occidentali: si mette la sicurezza al primo posto, si sacrifica la libertà di espressione e il dissenso, si mettono i profitti prima dei diritti e si sacrificano i diritti delle persone, individuali e collettivi.

Nel rapporto emerge anche una riflessione più ampia sul modo in cui la manipolazione della realtà produce una frattura tra ciò che viene vissuto in Palestina e Israele e ciò che viene percepito in Occidente. Questo scarto può generare un senso di irrealtà anche in chi si avvicina alla questione palestinese e si domanda che cosa sia ancora possibile fare, se non esiste più una realtà condivisa. Come legge questa frattura?

Vorrei che le persone riflettessero sul fatto che qui ci stiamo scontrando con il nervo di un sistema di sfruttamento e oppressione che va avanti in Palestina da cent’anni. A propria volta, la Palestina e il martirio dei palestinesi ci hanno permesso di vedere un fenomeno di sfruttamento che esiste da centinaia di anni. Il colonialismo ha mezzo millennio di storia. Prendersi la terra di un popolo e giustificarlo per ragioni religiose o di civiltà è una pratica che attraversa la nostra storia, fino allo sviluppo del sistema normativo dei diritti umani.

Sono soltanto 80 anni che ci siamo impegnati a trattarci in modo decente come esseri umani. Dico sempre che fino a circa il 1960 i belgi tenevano le persone di colore negli zoo. Fino a qualche decennio fa, in Europa si puniva l’adulterio femminile con la lapidazione, come a Kabul sotto i talebani. Basta guardare le fotografie delle università di quarant’anni fa: in Occidente erano uomini bianchi quelli che occupavano gli scranni universitari.

Le cose stanno cambiando, il mondo si è democratizzato ed è diventato più equo. Ma a ogni sviluppo corrisponde la perdita di una parte dei privilegi. E questa perdita non fa comodo a chi quei privilegi li detiene e vuole continuare a mantenerli.

Quindi stiamo lottando per un sistema più equo e umano nei confronti di tutti e tutte, che riconosca i diritti dei popoli, quelli dell’individuo, quelli dell’ambiente e degli animali. Stiamo lottando per un sistema che protegga l’ambiente in tutte le sue dimensioni.

Mettersi di traverso al sistema israeliano significa mettersi di traverso anche al sistema delle multinazionali, al sistema estrattivo e a quello bancario, che decide come spolpare tutti e tutte fino all’ultima risorsa. Siamo dentro un sistema iperliberista nel quale non si riesce più a porre nessuna regola e nessun limite al profitto.

È contro questo che ci stiamo scontrando. Le élite predatorie, come le chiama Amnesty International, detengono la maggior parte del potere economico. Non si tratta soltanto di potere d’acquisto, ma di potere di controllo e di determinazione della politica. Queste élite influenzano quelle politiche.

Oggi ci stiamo battendo per riprenderci la democrazia e restituirle valore, perché il popolo è sovrano. È faticoso, ma non c’è alternativa. Non c’è alternativa.

È così che è cominciato il fascismo. Non è stato imposto fin dall’inizio come dittatura: è cominciato con un sistema eletto. Oggi ci troviamo di fronte a forze al governo che sostengono e difendono lo Stato di Israele e che si ispirano a modelli e strumenti oppressivi e liberticidi.

Scontrarsi con questo sistema genera inevitabilmente una reazione. Ma credo che siamo in tanti a volere un sistema equo, che si prenda cura di tutti. E possiamo costruirlo. Non dobbiamo perdere di vista l’obiettivo e non dobbiamo spaventarci. È faticoso, faticosissimo. Però, insieme, ce la facciamo.


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Autore

  • Dario Morgante

    Messinese, classe 1998, è laureato in giurisprudenza con specializzazione in diritto penale e ambientale. Attualmente studia alla Scuola di giornalismo investigativo “Lelio Basso” di Roma e si occupa di Palestina, repressione e giustizia sociale.

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