sabato 09/05/2026, 0:16

Fra una marcetta militare e l’altra, il rito di insediamento del Presidente degli Stati Uniti d’America – celebrato il 20 gennaio scorso insignendo Donald J. Trump della carica – non ha goduto, nel suo cerimoniale, di alcuna aura di solennità. Piuttosto di pomposità, insistita dal tono della voce dell’annunciatore e da questi contrappunti musicali continui. Se si fosse tenuta all’aperto, non sarebbe sembrata poi tanto diversa, come manifestazione, da qualsiasi premiazione della miglior torta di mele nelle fiere degli avamposti coloniali, che abbiamo visto mille volte in telefilm come “Quella casa nella prateria” o tante altre serie o film sulla Conquista del West.

Gli Stati Uniti sono sempre gli stessi, sono ancora quelli dell’esaltazione del frontino e dei predicatori religiosi, dell’inchino a Dio come “unica autorità di fronte alla quale noi americani ci inginocchiamo”, ha detto uno dei pastori intervenuti. Discorso scivoloso, perché poi è proprio in nome di Dio che da quelle parti – in un Paese mai stato laico, checché ne dicano i rivenditori della laicità come valore dell’Occidente – si organizzano le rivolte e le resistenze. Ed è stato infatti proprio in nome di Dio che Trump ha già iniziato a ricevere contestazioni, come il discorso “dissidente” della prima vescova donna della diocesi episcopale di Washington, Mariann Budde, in difesa di immigrati e persone LGBTQ, che Trump decisamente non ha gradito. negli Stati Uniti

All’epica della Conquista il Presidente rieletto ha fatto più volte riferimento esplicito nel suo discorso, durante il quale è passato da altisonanti rivendicazioni di un’America ultra-avanzata, come quando ha detto “Manderemo i nostri astronauti su Marte!” – e in tanti abbiamo subito pensato a Corrado Guzzanti – a concentrati di visioni arcaiche e tribali, rimaste sempre le stesse dai tempi della Guerra di Secessione e dei grandi miti fondativi della Nazione.

Nel merito, ha ripreso tutti i temi della sua lunga campagna elettorale. Fine di ogni sforzo, anche solo di facciata, di contrarrestare il cambiamento climatico: “drill, baby, drill” sarà il motto dei prossimi tempi, per un ritorno alla grandezza energetica americana, e una spinta orgogliosa all’industria manifatturiera nazionale. Fine di ogni “critical theory” o altre strane idee spacciate nelle Università, ristabiliamo – per legge? – che esistono solo due generi, maschi e femmine. Ma anche fine della continua compartecipazione alle guerre, sebbene Trump si faccia poi minaccioso parlando di frontiere e di interessi commerciali americani, fino a proclamare che il Golfo del Messico da domani non si chiamerà più Golfo del Messico ma Golfo d’America.

Un discorso che proclama l’inizio della Golden Age, e al tempo stesso ne sancisce il senso più profondo: quello di un’America sul viale del Tramonto, in cui la decadenza non è dolce, ma assume i tratti violenti degli incendi che hanno devastato Los Angeles e lambito Hollywood, e della scia di attentati e assassinii che non si ferma, e anzi raggiunge nuove dimensioni simboliche. Non è certamente di poco conto, infatti, il clima di sostegno e ammirazione che si è creato attorno a Luigi Mangione, il giovane arrestato e subito condannato per l’assassinio di Brian Thompson, amministratore delegato del colosso assicurativo sanitario UnitedHealthcare.

Le classi dominanti hanno paura? A vedere i volti spauriti durante la cerimonia dei leader delle BigTech, gli occhi sgranati di Mark Zuckerberg di Meta, di Tim Cook di Apple, la domanda non appare tanto peregrina. Non era il loro trionfo, certamente, quello che celebravano in prima fila in quella sala. E tanto trionfante non è apparso neanche Elon Musk, che ha immediatamente sprecato il suo capitale di vittoria producendosi in un gesto talmente eclatante – un saluto fascista tanto goffo quanto inequivocabile – da metterlo subito in cattiva luce agli occhi di tutta la popolazione statunitense.

La forza di Trump nel 2025 è anche la sua principale debolezza: si insedia in un clima di paura. Paura per un futuro che appare sempre più legato a doppio filo alla devastazione e alla guerra, e sempre meno alle capacità più creative, dinamiche e propositive della società americana. Tutte le sue direttive, compresi i primi executive order che ha firmato, vanno in direzione opposta alle grandi tendenze che hanno reso per decenni gli Stati Uniti un Paese punto di riferimento per chiunque sognasse il cambiamento in meglio della sua vita. L’American Dream è finito, e non c’è legge che simboleggi meglio questo cambiamento che la cancellazione dello ius soli, la possibilità di nascere cittadini che ha reso americane generazioni e generazioni di figli dei sogni; sogni di una vita migliore.

Gli Stati Uniti non sognano più, il Capitale non si dedica più ad alcuna forma di miglioramento della vita per la gente comune. Il Capitale, in quest’epoca, vede tantissime minacce, quasi tutte provenienti dalle istanze di quelle soggettività che sono finora rimaste ai margini dell’impero, schiacciate dal suo potere, e che oggi, invece, si affermano. E chiamano all’allerta, giacché le classi dominanti sono sempre in allerta contro chiunque potrebbe reclamare indietro ciò che, in fondo, sono più che consapevoli di aver rubato.

È così che andrebbe letta la minacciosità di Trump nei confronti del Messico. Un Paese attraversato da un serio fermento sociale, con una Presidenta donna, Claudia Sheinbaum, interprete di un rinnovamento politico cominciato negli anni di AMLO, non privo di contraddizioni anche serie, ma certamente efficace nell’offrire a tanti messicani un ritrovato senso di orgoglio verso il proprio Paese. Un Paese in fermento e attraversato da un’ondata di ottimismo, in netto contrasto con il profondo pessimismo diffuso negli USA di oggi.

Più di ogni cosa, tanti americani oggi si sentono soli. Il sentimento sociale della solitudine è cresciuto a dismisura, tanti legami sociali si sono interrotti. Persino quelli familiari attraversano una fase di crisi. L’esaltazione dell’individuo e della sua libertà come massimo valore ha prodotto una realtà sociale in cui l’accumulo del potere nelle mani dell’Io-Solo non poteva che essere l’unico sbocco. Ecco gli Elon Musk, ed ecco il suo saluto nazista, che colpisce perché racconta una storia completamente diversa rispetto a quello che quello stesso saluto significava nel ‘900. Quella era una storia di masse mobilitate, di masse da controllare, di masse da irregiomentare. Questa è la storia di uomini di potere completamente soli. Anche per questo più fragili e spaventati. Elon Musk e lo stesso Donald J. Trump non sono, contrariamente a quanto si possa pensare, dei mobilitatori di masse. Sono mobilitatori di atomi sociali, disagiati e radicalmente soli a propria volta, in una società in cui la dimensione della lotta per la sopravvivenza e degli uomini e delle famiglie sole contro il mondo negli Stati Uniti è ancora potentissima, come se non fossero mai progrediti da quei tempi della Conquista del West esaltati da Trump, o come se stessero tornando indietro dalla dimensione sociale complessa, quella delle città, delle società plurali.

American Primeval, la violenta e tenebrosa serie in onda proprio in questi giorni su Netflix, rappresenta in modo lucido e spietato il sentimento che tanta parte del popolo americano proietta sulla realtà. Quello di trovarsi, tuttora, in una realtà ostile, in cui solo la ferocia e la legge del più forte consentirà di sopravvivere. E d’altro canto è la retorica in cui è caduta anche la leadership democratica in tutto questo anno. La stessa retorica rivendicata da Kamala Harris quando ha esaltato gli USA come “most lethal force” del mondo, praticando la difesa dello Stato di Israele right or wrong, che le è costata la rielezione, perché tanta parte della gente comune anche negli Stati Uniti non intende affatto cadere nella legge del più forte, nella esaltazione dei Rambo. È in cerca, al contrario, di modi di vivere più giusti, più sicuri. Come questa parte della società troverà le sue strade per manifestarsi è qualcosa che dobbiamo prepararci ad osservare, ma è qualcosa che coinvolgerà noi stessi in prima persona da questo lato del mondo, visto che le dinamiche in atto negli Stati Uniti sono attive e agenti anche qui, anche nelle nostre società. Anche qui le classi dominanti si stanno chiudendo a riccio nella difesa del proprio potere e della propria ricchezza costi quel che costi, anche qui la paura e la sfiducia verso il futuro sono sentimenti che prevalgono diffusamente su ogni ottimismo e senso di possibilità di cambiare in meglio la propria vita. Tanto che laddove questi sentimenti erompono, come è stato il caso per esempio della gioia profonda vissuta dal popolo siriano nell’ultimo mese e mezzo, dopo la caduta del dittatore, è persino difficile sintonizzarsi su quel sentire, avvertito con distacco, con disincanto, dalla maggior parte delle persone. E però, se gli Stati Uniti hanno il Messico a fare da specchio e contraltare della propria condizione, noi abbiamo l’altra sponda del Mediterraneo, dove popoli che pure vivono situazioni atroci dal punto di vista umano e materiale, prima di ogni altro il popolo palestinese, ci insegnano che la forza sta nel continuare a sognare un mondo libero per tutti, non solo per sé, un mondo libero per un popolo intero, non solo per alcuni individui in base alla quota di potere di cui dispongono.


CREDITI FOTO: The White House

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