L’Aquila – Lukz, originario di Amburgo, alto, distinto, anziano, con una keffiah sulle spalle, è arrivato da solo da Milano, la mattina presto. È uno dei pochi presenti già alle 9.30 del mattino, nell’Aula C del Tribunale dell’Aquila, il giorno in cui sarà pronunciata la sentenza nei confronti degli imputati palestinesi Anan Yaeesh, Ali Irar e Mansour Doghmosh. Sono accusati di una lista di reati legati al terrorismo, la procura ha chiesto per loro condanne pesanti: fino a 12 anni per Yaeesh, 9 per Irar e 7 per Doghmosh.
La Corte, appena un minuto dopo essersi presentata, si riaggiorna: il pronunciamento arriverà solo alle 15 del pomeriggio. Lukz chiede a una donna presente, una giovane avvocata: Cosa facciamo ora, possiamo allontanarci? Dobbiamo rimanere qui? Sono in diversi ad avere poca dimestichezza con le aule dei Tribunali, a non essere abituati a frequentarle, ma che hanno mobilitato le loro energie, perché oggi era importante esserci. All’ingresso della città le forze dell’ordine hanno fermato alcuni pullman, sequestrato le aste delle bandiere e costretto i passeggeri a proseguire a piedi. Ma con il trascorrere delle ore il nugolo di attivisti che hanno deciso di partecipare alla giornata cresce sempre di più: da decine si fanno centinaia, sono soprattutto studenti e pensionati, e alcuni giornalisti. Espongono gli striscioni, i cartelli, nasce un presidio davanti all’ingresso del Tribunale, attorniato di forze di polizia.
La società civile è presente
Ci sono quelli venuti in gruppo da Roma, e i solitari arrivati per conto proprio, chi da Napoli, da Milano come Lukz, chi dal Veneto, pochi gli aquilani. Ci sono i Giovani palestinesi, e anche i rappresentanti più storici della comunità, come Yousef Salman, leader della comunità palestinese di Roma, che ha da poco compiuto 72 anni, che a Kritica confessa il suo smarrimento per la situazione attuale, per la violenza che sembra abbattersi da ogni parte sul suo popolo: “Adesso che Gaza è stata rasa al suolo, stiamo vedendo come il cuore del progetto strategico israeliano sia la Cisgiordania, spazzare la quale, cancellarne del tutto l’identità, è il vero obiettivo dello Stato sionista”. Salman è venuto da solo a L’Aquila, per portare la sua solidarietà umana a tre compatrioti. A Tulkarem, Yaeesh ha militato per tanti anni, fin da che era ragazzino, nelle file del suo partito, Fatah, fino a diventare uomo di fiducia di Yasser Arafat. È una delle ragioni per cui Israele lo ha inserito molto in alto nella lista dei nemici. “Personalmente non ritengo più, in questo momento storico, né praticabile né auspicabile il ricorso alla lotta armata da parte dei palestinesi”, riflette Salman, “innanzitutto per una questione di rapporti di forza. Se non abbiamo la possibilità di difenderci davvero ad armi pari, se azioni come quella del 7 ottobre portano alla sparizione completa di Gaza e al genocidio, bisogna riflettere su che tipo di resistenza portare avanti”, afferma. “Tuttavia la mia solidarietà non è in discussione, e va anche a Mohammed Hannoun, dal quale mi divide la visione politica; ricordo che sono quasi 20 anni che la giustizia italiana, su input di Israele, prova a trovare qualcosa contro di lui, e che lo accusa degli stessi reati per cui è accusato di nuovo ora, sempre con un nulla di fatto”.

Al di là delle considerazioni politiche, rimangono i cardini dello Stato di diritto e delle convenzioni internazionali. Tali per cui la resistenza non è reato, bensì è un diritto; la solidarietà con un popolo vittima di occupazione e genocidio non è reato, bensì è un dovere. In Israele no. Per gli israeliani non c’è solidarietà e non c’è resistenza che non siano bollabili come terrorismo. Ed è esattamente su questo che si gioca la partita: come hanno denunciato in tanti, il processo a Yaeesh (e ancor più, per molti versi, quello a Mohammed Hannoun e alla sua associazione a Genova), sono un tentativo di far valere le regole dello Stato di Israele – basate su concetti del tutto incostituzionali per l’Italia quali il suprematismo razziale, l’esercizio dell’apartheid e l’occupazione militare di un territorio e una popolazione – anche fuori da Israele, anche in Paesi democratici come l’Italia. Come ha scritto in un comunicato l’associazione Giuristi Democratici, “Il punto di caduta processuale è costituito dalla differenza tra terrorismo e resistenza legittima”.
La resistenza rivendicata
Anan Yaeesh ha scelto di difendersi senza mai rinnegare – al contrario: rivendicando con forza – la sua scelta di lotta armata di resistenza. Era stato arrestato eseguendo una richiesta di estradizione presentata da Israele, che la Corte d’Appello aveva respinto. Israele lo ritiene un nemico e lo perseguita già da anni. L’Italia è il Paese al quale aveva richiesto protezione internazionale, dichiarando fin da quel momento di essere un partigiano. Gli era stata accordata, nel 2017, ma questa stessa Italia ha poi eseguito pedissequamente le richieste di quello Stato dalle cui persecuzioni avrebbe dovuto proteggerlo. Prima il governo obbedendo alle richieste israeliane, poi una procura italiana, che decide – qui sta il punto di caduta di cui sopra – di perseguirlo, in Italia, per reati che a detta di molti (ma non del giudice che ieri lo ha condannato), nella nostra giurisdizione non sussistono. Poiché resistenza e terrorismo, in base al diritto internazionale, non sono sinonimi. La procura persegue poi – “in modo del tutto strumentale”, ha spesso dichiarato l’avvocato dei tre Flavio Rossi Albertini – anche due suoi amici, Ali Irar e Mansour Doghmosh, accusandoli di complicità nell’aiuto portato al suo gruppo, le Brigate di risposta rapida di Tulkarem.
Ieri la condanna per aver “finanziato gruppi terroristici” ha statuito che per i giudici di primo grado almeno un reato si è verificato. Una delle basi per sostenerlo è la controversa black-list delle organizzazioni terroristiche stilata dall’Unione Europea, che include una larga parte delle organizzazioni della resistenza palestinese e fornisce così il pretesto perfetto per casi come questo, cioè condannare non per fatti commessi, ma per semplice etichettatura. Terrorista è anche chi il terrorista non fa, come nel caso di Yaheesh, Irar, Doghmosh; è sufficiente sostenere realtà etichettate come terroriste, non importa se anche queste ultime prendono a bersaglio obiettivi legittimi della resistenza, come gli avamposti militari (e quelli coloniali).
Una condanna che non può essere esibita come una vittoria
L’assoluzione degli ultimi due e la condanna al minimo della pena con le attenuanti generiche rappresenta in questo contesto, se non certo una vittoria per il condannato, una quasi sconfitta per chi ne ha cercato l’incriminazione. Nessuno nel team legale degli assistiti si aspettava assoluzione con formula piena per tutti e tre gli imputati. Ma il ricorso in appello, già annunciato, ha potenzialità più che fondate, secondo gli avvocati. Un elemento cui si è prestata poca attenzione finora, sui media: in un processo per terrorismo, non ci sono realtà che si sono costituite parte civile. A suggerire che proprio di traslazione si tratta: niente di quanto è andato a processo riguardava la vita vissuta nel nostro Paese. Israele ha cercato di servirsi dello Stato italiano per condannare una persona che la legge internazionale protegge, o dovrebbe proteggere.
I 5 anni e mezzo di pena in primo grado, la metà dei quali già scontati, non si possono dunque considerare una vittoria per il proclamato Stato ebraico. Innanzitutto perché lo Stato di diritto mette a disposizione tre gradi di giudizio prima che una condanna sia definitiva. E poi perché Yaeesh gode della solidarietà di una larga parte della società civile.

“Non voglio difendermi dall’accusa di avere dei diritti”
Anche durante l’udienza, il 19 dicembre scorso, l’uomo aveva ribadito con fermezza la sua posizione. Riportiamo alcune delle sue parole. “Pertanto, signor Presidente, considero il mio arresto e il mio processo qui illegittimi, poiché l’arresto stesso, sin dal primo momento, è stato compiuto in contrasto con il diritto internazionale umanitario, con lo statuto delle Nazioni Unite, con la Convenzione di Ginevra e con i due protocolli aggiuntivi, e tutto ciò che ne è derivato è anch’esso illegale; ciò che si fonda sull’illegittimità, infatti, è anch’esso illegittimo.
Se riconoscete la legittimità dello Stato di Palestina, allora la richiesta di estradizione avanzata nel gennaio dello scorso anno nei miei confronti avrebbe dovuto essere presentata attraverso il governo del mio Paese. Se, invece, considerate la Palestina come un territorio illegalmente occupato da una potenza coloniale, allora la resistenza è un diritto legittimo e non dovreste arrestarmi qui per tale motivo.
Sfortunatamente, signor Giudice, ho preso visione delle vostre osservazioni sul caso e, con rammarico, ne ho dedotto che considerate il palestinese terrorista non per la, legittima, resistenza che porta avanti contro uno stato occupante, ma perché riconoscete Israele come uno Stato amico. Se in ballo vi fosse stato un altro paese occupante, la Russia ad esempio, avreste riconosciuto la legittimità della resistenza palestinese. Non mi state processando in base al diritto internazionale, ma in base ai vostri rapporti diplomatici, solo perché Israele è considerato un alleato del governo italiano, un partner commerciale, e ritenete legittime tutte le azioni che esso porta avanti. Tanto vale allora cambiare il nome delle corti internazionali e umanitarie in “Corti degli amici”.
La fermezza con cui Yaeesh rivendica i suoi diritti – “Volete che mi difenda dalle accuse a mio carico, ma mi vergogno di cercare l’assoluzione da accuse che per me rappresentano un motivo di onore. Non voglio difendermi dall’accusa di avere dei diritti e di averli rivendicati (…)” – e la tenacia degli avvocati che lo difendono, il cui lavoro ha già portato alla piena assoluzione di due imputati su tre; oltre che la presenza limpida delle associazioni, dei movimenti e dei cittadini che lo sostengono, sono la sua forza, ma rappresentano anche la forza della nostra stessa democrazia.
Giustizia in vivo, democrazia in vivo
Ieri in aula c’erano Lorenzo, giovane cooperante in servizio civile, che sogna di trasformare in un lavoro la sua fede nella giustizia. C’era Dario, studente di giornalismo, laureato in Giurisprudenza, che unisce la sua passione per il mestiere dell’inchiesta alla conoscenza e alla passione per il diritto. C’era Assopace Palestina, che ha la sua vocazione nel nome. C’erano Ong come “Un ponte per”. Mancavano i testimonial più conosciuti sia del movimento, sia della politica, mancavano le sigle dei partiti di opposizione, non c’erano neanche le sezioni locali. Ma la solidarietà a Yaeesh è un tutt’uno con la lotta per la salvaguardia della democrazia in quanto tale, una lotta che ha un bisogno urgente di trovare una sua rappresentanza; una mediazione sui grandi palchi della politica, specialmente di quella europea, ancora prima che quella nazionale, perché è innanzitutto l’Unione Europea la matrice degli escamotage che consentono l’etichettamento di “terrorista” anche nei confronti di chi terrorista non è, mentre si consente a uno Stato che fa uso quotidiano del terrorismo, come quello di Israele, di operare del tutto indisturbato, senza comminare neanche una sanzione.

Fintanto che questa rappresentanza non si costituirà all’altezza necessaria, la società civile e democratica continuerà a rappresentarsi da sé, con tutte le difficoltà del caso, con tutta la forza del caso, come la forza delle urla prorotte subito dopo il pronunciamento.
Forse non è un caso che il processo a Yaeesh sia avvenuto proprio a L’Aquila, una città emblema della somma ingiustizia, del sommo abbandono della popolazione da parte delle istituzioni, della criminalizzazione e militarizzazione della società costretta nelle tende, in quei freddi e tristi mesi del 2009, quando ai sopravvissuti al terremoto era vietato persino riunirsi a tre a tre, persino distribuire volantini, e ogni dissenso era criminalizzato. Una città che proprio il giorno dopo il processo ha accolto il Presidente Mattarella, venuto per inaugurare l’anno in cui l’Aquila sarà Capitale della Cultura; che apparentemente è tornata a scintillare ma in silenzio cambia ancora, ogni notte, le bende alle ferite. Ieri il barista di uno dei pochi esercizi vicini al Tribunale, vista arrivare tanta clientela improvvisa, pur mantenendo gentilezza e cortesia con tutti era visibilmente cupo. Come mai, gli abbiamo chiesto: “Non riesco a pensare a un motivo più brutto per il quale, oggi, siete tutti qui”.

Giornalista, fondatrice di Kritica.it. Puoi leggere suoi articoli e saggi su MicroMega, Gli Stati Generali, Africa ExPress. Ha vinto diversi premi fra cui il Premio Luchetta – Stampa italiana nel 2022.









