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Il nuovo rapporto di Francesca Albanese “La verità sotto le macerie: i media al tempo del genocidio” è online sul sito delle Nazioni Unite (qui la versione in inglese).
Il rapporto esamina “come la distruzione della verità sia diventata parte integrante della distruzione di un popolo. Esso individua tre modelli interconnessi: l’eliminazione degli operatori dei media palestinesi – attraverso omicidi, mutilazioni, detenzioni arbitrarie, torture, intimidazioni e la sistematica etichettatura di questi come “terroristi” – al fine di impedire la documentazione dei crimini; la costruzione di un regime informativo in Israele attraverso restrizioni ai media, censura, propaganda, incitamento all’odio, istigazione al genocidio e negazione; e il ruolo dei media internazionali influenti e delle piattaforme digitali nell’emarginare le voci palestinesi e nel riprodurre le narrazioni israeliane, normalizzando le distorsioni giuridiche che, in ultima analisi, hanno legittimato le atrocità. Nel loro insieme, queste pratiche non solo hanno accompagnato il genocidio, ma ne hanno facilitato la commissione e ostacolato l’attribuzione delle responsabilità. Alcuni aspetti di questo attacco alla verità potrebbero essere descritti come«mediacidio»”.
Per l’importanza che le documentazioni fornite dalla Special Rapporteur Albanese forniscono al dibattito pubblico, com’è ormai consuetudine da oltre un anno Kritica traduce i suoi rapporti in italiano, in una traduzione non ufficiale.
Di seguito, le conclusioni del rapporto e le raccomandazioni della Special Rapporteur:
Conclusione
- Da ottobre 2023, Israele ha impiegato ogni mezzo a sua disposizione per mettere a tacere il giornalismo palestinese, creando condizioni in cui il giornalismo indipendente è diventato quasi impossibile. Se lette nel contesto della più ampia campagna contro il popolo palestinese, la portata e l’intensità di questo attacco rivelano uno sforzo deliberato non solo di nascondere le atrocità di massa, ma anche di erodere la possibilità stessa di documentarle.
- Le prove esaminate nel presente rapporto descrivono un fenomeno unico e integrato che, sotto molti aspetti, costituisce un «mediacidio»: la distruzione della funzione essenziale dei media nel contesto informativo che circonda il territorio palestinese occupato. Esso opera attraverso tre processi che si rafforzano a vicenda: (a) l’eliminazione sistematica dei giornalisti palestinesi e dei loro mezzi di documentazione; (b) la diffusione e la normalizzazione dell’incitamento al genocidio e della negazione da parte delle autorità israeliane e di alcuni segmenti dei media israeliani; e (c) la riproduzione, da parte di influenti media occidentali e piattaforme digitali, di narrazioni che oscurano, giustificano o legittimano crimini atroci, emarginando al contempo le voci palestinesi, le prove e il diritto internazionale.
- Nel loro insieme, questi fenomeni sono intrinseci al genocidio in corso. Il genocidio dipende non solo dalla distruzione di esseri umani, ma anche dalla distruzione delle condizioni politiche, morali e probatorie che rendono tale distruzione visibile, comprensibile e contestabile. Quando i testimoni vengono messi a tacere, quando il linguaggio disumanizzante diventa comune e quando la verifica indipendente viene soppiantata dalle affermazioni del responsabile, la violenza assume l’apparenza di legittimità e l’impunità diventa più facile da sostenere.
- Ciò rende la conservazione delle testimonianze un imperativo giuridico. In un momento in cui i procedimenti dinanzi alla Corte penale internazionale e alla Corte internazionale di giustizia mirano ad accertare la responsabilità per i crimini internazionali più gravi, le tutele dovute ai giornalisti, il divieto di incitamento al genocidio e all’odio e gli obblighi degli Stati e degli attori aziendali ai sensi del diritto internazionale umanitario, del diritto dei diritti umani e dei Principi guida su imprese e diritti umani rimangono pienamente in vigore. La sistematica inosservanza di tali principi è di per sé rilevante ai fini della valutazione dell’intenzionalità, della conoscenza e della complicità.
- Il Relatore Speciale esorta pertanto gli Stati, l’Assemblea Generale, i meccanismi giudiziari, le organizzazioni dei media e le aziende tecnologiche a fare tutto il possibile per proteggere coloro che riportano i fatti, rendono testimonianza, conservano la documentazione e si oppongono alle narrazioni che cancellano o legittimano i crimini. La capacità di accertare la verità su quanto accaduto e di agire di conseguenza è parte integrante della protezione delle persone che questo mandato è chiamato a servire. La responsabilità dipende dalla conservazione delle prove. Senza di essa, né la giustizia né la prevenzione di future atrocità rimangono possibili.
Raccomandazioni
- Richiamando le 67 raccomandazioni contenute in tutte le sue precedenti relazioni all’Assemblea Generale e al Consiglio dei Diritti Umani, la Relatrice Speciale formula inoltre le raccomandazioni riportate di seguito.
- All’Assemblea Generale:
- Istituire un meccanismo indipendente per consolidare e preservare le prove dei crimini contro i giornalisti e l’ambiente informativo nei territori palestinesi occupati;
- Adottare tutte le misure di sua competenza per garantire il rispetto delle misure provvisorie della Corte internazionale di giustizia e affinché Israele:
- Cessi ogni attacco contro l’ambiente informativo, rilasci i giornalisti detenuti arbitrariamente, riveli la sorte e il luogo in cui si trovano le persone scomparse con la forza e conceda sia al Comitato Internazionale della Croce Rossa l’accesso ai detenuti, sia ai media internazionali e agli osservatori dei diritti umani l’accesso a Gaza;
- Rispetti le misure provvisorie della Corte internazionale di giustizia, anche conservando le prove, compresa la documentazione dei giornalisti;revoca le misure di censura, i divieti di diffusione e la legislazione restrittiva nei confronti dei media.
- Gli Stati dovrebbero:
- Indagare e perseguire gli attacchi contro i giornalisti palestinesi, in linea con la risoluzione 2222 (2015) del Consiglio di Sicurezza – in particolare gli attacchi perpetrati da cittadini dei propri paesi in possesso della cittadinanza israeliana – e cooperare pienamente con la Corte penale internazionale; Rivedere i finanziamenti pubblici e i partenariati istituzionali con le organizzazioni mediatiche e le piattaforme digitali che diffondono sistematicamente odio o incitano alla discriminazione, all’ostilità, alla violenza o al genocidio, o che contribuiscono materialmente all’occultamento di crimini atroci, ad esempio sopprimendo l’espressione protetta;
- Considerare i servizi giornalistici, il materiale audiovisivo e gli archivi dei giornalisti come prove che devono essere conservate per futuri procedimenti giudiziari e adempiere al proprio dovere di prevenire il genocidio, anche proteggendone la documentazione.
- Le testate giornalistiche e le piattaforme online devono smettere di mascherare la propaganda sotto forma di giornalismo. A tal fine, devono:
- Verificare le affermazioni delle parti belligeranti prima della pubblicazione e pubblicare rettifiche di pari risalto;Cessare le ritorsioni contro i giornalisti per le espressioni relative alla Palestina e porre rimedio ai danni subiti;Cessare la rimozione arbitraria di servizi giornalistici su potenziali crimini internazionali e fornire spiegazioni trasparenti e possibilità di ricorso;Condurre una due diligence rafforzata in materia di diritti umani e diritto internazionale, specialmente in situazioni che presentano un grave rischio di crimini atroci, compreso il genocidio;
- Conservare i contenuti che documentano potenziali crimini internazionali e renderli disponibili, fatte salve le opportune garanzie, ai meccanismi di responsabilità.
- Il Procuratore della Corte penale internazionale dovrebbe indagare sull’istigazione diretta e pubblica a commettere genocidio da parte di funzionari governativi e personalità dei media nell’ambito dell’indagine in corso sulla Palestina.
- Le organizzazioni di giornalisti, la società civile e l’opinione pubblica dovrebbero difendere coloro che documentano le atrocità, esigere che i responsabili rendano conto delle proprie azioni e mantenere viva l’attenzione sui giornalisti detenuti e scomparsi; inoltre, non dovrebbero mai dimenticare che il giornalismo cessa di svolgere la propria funzione pubblica quando si limita a riprodurre le affermazioni del potere invece di metterle sotto esame.
© Kritica per la sola traduzione del rapporto in italiano – Riproduzione parzialmente consentita dietro cortese richiesta
CREDITI FOTO: Wikimedia Commons

