domenica 10/05/2026, 0:21

Quando in Iran è scoppiata la rivoluzione di Donna, vita, libertà, una delle domande che mi sono posta più spesso è: cosa starà succedendo nelle famiglie? “Il seme del fico sacro” è quell’opera magistrale che risponde alla mia domanda. Un film del quale, inspiegabilmente, in questo Paese si è parlato poco; anche la critica se n’è occupata poco, sebbene sia stato candidato all’Oscar come miglior film internazionale. La statuetta è andata ad Ainda Estou Aqui, di Walter Salles, opera che su Kritica abbiamo molto apprezzato. Ma questo film lo sopravanza, come complessità cinematografica, visiva e narrativa.

Mohammad Rasoulof ha infatti dato vita a una storia simbolicamente magnifica, costruita su numerosi piani, con rimandi costanti alla storia del cinema e della drammaturgia, a cominciare dal principio della cosiddetta “pistola di Čechov”: quando ce n’è una in scena, prepariamoci, perché è lì per sparare. Una storia che riesce senza didascalismi a far precipitare la cronaca e il dramma l’uno sull’altro, la politica nella massima espressione del suo intreccio con la vita personale, raccontando come lo scoppio della rivoluzione di Donna Vita Libertà travolgerà la vita della famiglia di un dedito funzionario del regime, un uomo in carriera, appena promesso a giudice istruttore del Tribunale rivoluzionario. Non per i suoi meriti, ma per la sua fedeltà.

L’intreccio fra elemento personale e politico va anche oltre lo schermo: Rasoulof, che ha realizzato il film clandestinamente, è scappato dal Paese appena dopo aver finito di girarlo. Era stato infatti condannato, dal regime ancora ignaro della sua nuova pellicola, a otto anni di carcere, a causa del suo attivismo dissidente e dei suoi film precedenti. Ha raccontato di essere riuscito ad arrivare in Germania dopo una rocambolesca fuga, e da lì, precipitosamente, a presentare il film a Cannes 2024; ma non sono scappati i suoi attori, e oggi la protagonista femminile del film, l’attrice e regista Soheila Golestani che impersona la figura di Najmeh, moglie devota del giudice, è stata condannata proprio da quei tribunali a un anno di prigione e 74 frustate, per aver partecipato all’opera. Non sappiamo se anche gli altri attori e attrici abbiano subito conseguenze per il loro lavoro. Certo possiamo dire che è un atto di grande coraggio, da parte loro, aver prestato il proprio volto per questo film, senza la sicurezza di poter trovare riparo altrove.

Nel film ripercorriamo la storia dello scoppio della rivoluzione di Donna, vita, libertà come la conosciamo dalle cronache: la morte di Jina Mahsa Amini, uccisa dalla polizia, e il tentativo del regime di farlo passare come un incidente, un “ictus”. Lo scoppio delle manifestazioni e la repressione violenta, immediata da parte delle forze del regime. Lo scontro fra la verità di Stato e della televisione, e quella delle studentesse e degli studenti, che passa per i video sui social media, questi canali del racconto proprio, oltre la propaganda, che sono stati così decisivi in ogni rivolta popolare degli ultimi 15 anni, a cominciare proprio dall’insorgenza iraniana che precedette quella del 2022, la rivolta del 2009. Le figlie di Iman e Najmeh si raccontano fra loro le cose che accadono, sono testimoni in prima persona della verità dei fatti, mentre la verità del potere si vuole imporre come voce del giusto, per decreto, divino o umano che esso sia. E questo scontro, inevitabilmente, è destinato a tracimare nelle mura domestiche, dove il potere patriarcale si riperpetua nell’autorità paterna e nell’obbedienza femminile, ma dove più profondamente agisce la capacità dei rapporti personali di rompere gli schemi e le gerarchie, di far emergere la personalità di ciascuno e ciascuna. Come ha scritto il giornalista iraniano Siyavash Shahabi, ciò che fa il regista qui è “sciogliere un nodo per mettere a nudo la meccanica del potere e della resistenza, dentro e fuori casa”.

È affilata e perfetta, nel controllo della tensione e nella sua intensità, la scena del confronto verbale fra Iman e la figlia maggiore, Rezvan, una sera a tavola, riguardo alle bugie del regime. “Non tanto in quanto padre, ma in quanto esperto”, prova ad argomentare un Iman nel frattempo sempre più inquieto per il tipo di obbedienza che il regime gli richiede e i problemi che ha provocato nella sua vita, “saprò meglio di te come sono andate le cose?” “No”, risponde lei, senza gridare, con voce calma, ferma. A confronto abbiamo due diverse, opposte concezioni di autorità della verità. “Perché sei troppo coinvolto dalla tua fede”. Quello di Rezvan è un atto di disobbedienza, in un crescendo di atti di disobbedienza che si dipana lungo tutto il film, e che trascende infine in aperta ribellione, provocata dalla cieca reazione del potere.

I quattro protagonisti: il padre e la madre, Iman e Najmeh, e le due figlie, la maggiore Rezvan, e la minore, Sanaa, rappresentano quattro soggetti drammaturgici classici, in costante conflitto e scontro fra loro. Se tutti i rispettivi attori offrono prove magistrali, certamente si sarebbe meritata di competere con Fernanda Torres per gli Oscar 2025 come miglior attrice protagonista – incomprensibilmente, la statuetta è andata alla men che mediocre Mikey Madison per Anora – la già citata Soheila Golestani, che impersona la madre caricandosi addosso proprio come Torres, in ogni singola linea del volto, la drammaticità di una storia di persecuzioni e lotte. È un racconto nel racconto persino il modo in cui indossa il velo, il modo in cui lo usa come punteggiatura del senso, in ogni gesto, in ogni azione, ricordando allo spettatore continuamente, senza mai esplicitarlo, che non si tratta di un accessorio ma di uno strumento del potere in azione sul corpo delle donne, per suggellare, attraverso i valori dello Stato, la vita delle donne.

Alle due attrici che impersonano le figlie, Mahsa Rostami e Setareh Maleki rispettivamente nel ruolo di Rezvan e Sana, spetta il compito di farsi portatrici della rottura: portare il conflitto dentro casa, ospitando un’amica ferita durante gli scontri con i pasdaran, e infine alzarlo ai massimi livelli. Senza mai una punta di didascalismo, si tratta tuttavia delle figure più tragiche, quelle che accolgono dentro di sé il peso della Storia, e lo portano dove esso non può non arrivare: al confronto diretto con la violenza. Così come in un prodotto tutt’affatto diverso, incomparabile sotto molti profili, come la serie Adolescence di cui tanto si parla in questi primi mesi del 2025, anche ne “Il seme del fico sacro” troviamo rappresentato – fin dall’evocazione contenuta nel titolo – un rapporto con la violenza, da parte delle giovani generazioni, più ineluttabile e soprattutto più cristallina e lucida, nel pensiero, di quanto non lo sia in quelle generazioni che, detenendo l’autorità, detengono anche il controllo della violenza stessa. La violenza a Rezvan e Sana non fa piacere, ma non fa neanche paura. Le si va incontro. Appare inevitabile, persino necessaria. È quando si perde la paura di guardarla in faccia che comincia la possibilità di una rivoluzione. Il potere invece si nasconde. Benda gli occhi per non farsi vedere. Vela, ma è svelato. È il potere ad avere paura, perché sa che se perde il controllo, perde tutto. E infatti proprio qui si situa il punto focale del film: la perdita del controllo della violenza che coincide tout court con la perdita dell’autorità, che finisce sfidata senza bisogno di proclami. Sfidata con le azioni e con le negazioni. Disobbedendo a ciò che è ingiunto e mettendo spalle al muro chi si rifiuta di ammettere di aver perso autorità, di essersi ridotto a un cartonato.

“Il seme del fico sacro” è anche la storia di questa graduale e ineluttabile perdita dell’autorità e del controllo della capacità di violenza, come essenza prima e principale del regime degli ayatollah iraniano. I tribunali rivoluzionari, le Guardie della rivoluzione del popolo, tutti gli apparati statali si ritrovano improvvisamente allo sbando nel momento in cui centinaia di migliaia di giovani, donne e uomini, lavoratori, vanno incontro alla violenza sapendo che è ingiusta, ma senza più temerla. Dando vita a una nuova rivoluzione, di segno altro da quella che ha preso il potere oltre 45 anni fa e ormai lo controlla. Ogni rivoluzione antiautoritaria, anche quelle che prendono vita dentro casa, cominciano così: quando si sfida la paura, quando si decide che non ha più senso provare a contenere la violenza, che l’obbedienza non è più una strategia adottabile; che al potere non si può dare ragione, se la ragione non ce l’ha.

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