venerdì 29/05/2026, 15:32

J.P.K.R. è un cittadino israeliano e italiano, ebreo antisionista. Ha accettato di rispondere ad alcune nostre domande sulla sua visione di Israele e del sionismo, utilizzando l’anonimato per difendersi da ulteriori ripercussioni oltre a quelle che già subisce, sia in Israele sia in Italia. “Il sionismo è la negazione della cultura ebraica. Un progetto costruito manipolando il senso di chiusura identitaria e di conseguente diffidenza che come ebrei tendiamo a nutrire nei confronti di chiunque non condivida la nostra appartenenza”.

Cominciamo dalla situazione più attuale. In qualità di persona di religione ebraica, che crede nella sua religione e la pratica, come vivi il tuo rapporto con Israele? E questo rapporto è cambiato nell’ultimo anno e mezzo, a seguito dell’offensiva genocidaria su Gaza lanciata dall’estrema destra con l’ampio consenso della società israeliana?

Sono un credente, ed il mio rapporto con Israele è molto conflittuale. Da molti anni a questa parte lo vedo sotto un’altra prospettiva: è un Paese che respira un ultranazionalismo esasperato, colmo di divisioni interne. L’israeliano medio è anestetizzato dal sogno di un “Eretz Israel” che non esiste. Dopo l’attacco terroristico del 7 ottobre,  che condanno come uomo, ma che ritengo essere semplicemente la conseguenza di una politica colonialista e violenta, la mia visione di Israele è ancora più critica. La politica di pulizia etnica ed eliminazione genocidaria del popolo palestinese mi fa solo pensare che noi ebrei stiamo ripetendo una storia che pure dovremmo conoscere bene.

In generale, in che rapporto pensi che stiano fra loro, ai tuoi occhi di fedele, l’ebraismo e il sionismo? Sei d’accordo con l’affermazione fatta da Moni Ovadia qualche settimana fa, secondo cui il sionismo rappresenta un fallimento dell’ebraismo?

Non soltanto sono d’accordo con Moni Ovadia, ma personalmente considero il sionismo come l’antitesi dell’ebraismo. Il sionismo è un movimento politico, che sostiene un’ideologia di stampo colonialista. Si tratta di un costrutto basato sul diritto del popolo ebraico all’autodeterminazione e sull’idea di uno stato-nazione da erigere a scapito di un altro popolo. L’ebraismo, oltre a essere una religione e cultura, è condivisione di valori e di rispetto! Il mio ebraismo è stare con gli oppressi, dunque con i palestinesi. L’ebraismo della diaspora è quello che mi ha permesso di comprendere a fondo la mia identità di ebreo, ed è proprio sulla base di quella, del mio essere ebreo, che non posso accettare uno stato fondato sull’esclusione.

Diversamente da altre personalità della comunità ebraica antisionista che abbiamo già intervistato in passato, provenienti da subculture o controculture fin dalla più tenera età, la tua è la storia di una persona che è cresciuta integrata nel mondo sionista anche nel suo aspetto più militaresco. Hai partecipato da soldato alle missioni nei campi profughi in Libano, nel 1982, tragicamente rimaste alla storia per il massacro di Sabra e Shatila, e successivamente, anche quando sei tornato in Italia, hai continuato a servire nelle forze militari italiane. Che cosa ha significato per te l’esperienza da soldato dell’esercito israeliano? E che idea ti sei fatto, che lettura dai del significato del militarismo nella società israeliana, in base alla tua esperienza, anche confrontandola con quella in altri Paesi in cui hai vissuto, come l’Italia?

Da adolescente vivevo in Israele, ed ero in parte integrato nella cultura sionista, ma avevo una quantità di dubbi; accettavo con molte riserve il sistema educativo scolastico, basato sull’esclusione delle minoranze. Poi arrivò l’obbligo della leva; lo ritenevo opportuno e così prestai il mio servizio. Proprio in quel periodo scoppiò il primo conflitto del Libano (Mivtsa Shalom HaGalil, Operazione pace in Galilea). Trascorsi oltre 40 giorni in zona di combattimento. I contatti con i cosiddetti nemici  erano efferati, erano addirittura contatti corpo a corpo; non veniva rispettata nessuna regola di ingaggio, non si dovevano fare prigionieri, più si andava avanti e più i combattimenti erano violenti. I miliziani avevano la nostra età,  chissà quanti sogni avevano, noi abbiamo spezzato le loro vite. Come unità ci stavamo ritirando verso i campi profughi di Sabra  e Shatila, quando il 18 settembre 1982 – ricordo la data a memoria, non ho bisogno di controllarla sui social – i nostri alleati, le Falangi libanesi, massacrarono tutti i civili dei campi. Uno dei miei commilitoni disse sorridendo: “Che bravi, hanno fatto il lavoro al posto nostro”. Rimasi sconvolto dalle scene che vedemmo: corpi in ogni dove, donne uccise abbracciando i loro figli, scene raccapriccianti. Lì, per la prima volta, mi sono vergognato della mia appartenenza.

A poco più di 19 anni tornai in Italia, e mi arruolai nell’esercito (non specificherò l’arma in cui ho prestato servizio). L’esperienza da soldato israeliano per me era stata devastante. Oltre all’addestramento militare, ti insegnano a odiare il nemico e a privarlo della dignità. Questo nonostante si faccia un giuramento specifico, che si chiama Tohar HaNeshek  – il giuramento della “purezza delle armi”, ndr – che stabilisce come regola fondante dell’agire dei soldati israeliani il rispetto della dignità dell’essere umano. Ma il militarismo è parte integrante della dottrina sionista ed è imbevuto di valori completamente diversi da quelli che il giuramento propugna. Si basa sul disprezzo degli esseri umani e sulla mancanza di pietà verso chiunque sia ritenuto un nemico, un ostacolo o una minaccia, non importa se donna, bambino o vecchio. Le differenze con il mondo militare italiano dal mio punto di vista sono lampanti. In Italia con tutte le possibili storture del caso alla radice del mondo militare c’è il servizio al cittadino. In Israele attraverso il servizio militare si addestrano lanzichenecchi, persone senza scrupoli.

Veduta di Haifa sul mare, dall'alto.
Veduta dall’alto di Haifa – Rawpixel

La storia della tua famiglia è legata da oltre un secolo al territorio palestinese, da ben prima che vi si intaurassero le colonie sioniste. Tua madre si considerava una ebrea di Palestina, non una cittadina israeliana. Che rapporto aveva con il sionismo, perché rifiutò di aderirvi?

La famiglia di mia madre ha un rapporto con la Palestina che risale alla fine dell’800. Erano parte integrante di un tessuto sociale ebraico-palestinese. Mio nonno era un ebreo di Bukhara, un  benestante che commerciava sulla Via della Seta; conobbe mia nonna in Libano ed insieme si stabilirono in Galilea, ad Haifa, ma non erano stanziali. Anzi erano spesso in viaggio, basti pensare  che tutti i loro figli sono nati in città diverse del Levante: Damasco, Baghdad, Samarcanda e infine Beirut, dove è nata mia madre. Eticamente e culturalmente, mia madre rifiutava il sionismo, poiché contrapposto alla cultura ebraica. Lei si sentiva ebrea di Palestina. La nostra famiglia è ebrea-palestinese, contrari per educazione ad un sistema colonialista. L’esistenza di mia madre è stata segnata da eventi molto duri, proprio perché non si è mai allineata all’idea di nazione-stato di Israele. Considerava il sionismo una ideologia ambigua e distruttiva, che non avrebbe potuto che nuocere al mondo ebraico.

È possibile secondo te oggi vivere in Israele da antisionisti? Che margine ritieni ci sia perché nella società israeliana si faccia spazio la convinzione che non è nell’interesse di nessuno perseguire una dottrina colonialista e suprematista? Che spazio vedi per un futuro di co-esistenza con le popolazioni palestinesi, in condizioni di giustizia ed equità fra le persone?

Oggi vivere da antisionista è molto difficoltoso; sei un cittadino di serie B. Se partecipi ad attività anticolonialiste e vieni segnalato dalla polizia diventi un eversivo; se prendi coscienza in giovane età che l’ideologia sionista è una menzogna, e protesti per questo, la tua vita è segnata. In alcuni casi non puoi fare altro che espatriare. Dopo quello che è accaduto il 7 ottobre, i margini che in Israele si faccia spazio la convinzione che la dottrina sionista non serve a nessuno sono a mio avviso molto pochi. Gli israeliani di media negano, in modo patente e sonoro, che sia in corso un genocidio. Anzi hanno la certezza che il massacro di civili innocenti sia da attribuire ad Hamas, poiché si fa scudo di loro. E questo è veramente tragico dal mio punto di vista.

Per natura, io sono un ottimista, e credo che israeliani e palestinesi possano vivere insieme, ma ci deve essere una causa scatenante tale da produrre una inversione di tendenza. In tutti questi anni non ci sono stati soltanto attentati, conflitti e occupazioni. C’è stata anche una sorta di culturicidio. Ma se gli israeliani iniziassero a recepire i messaggi lanciati da intellettuali o storici come Ilan Pappé, o Nurit Peled-Elhanan o Jeff Halper, le cose cambierebbero. E allora sì, a quel punto avremmo le premesse per una giustizia ed equità per tutti.

Sei d’accordo con l’idea, portata avanti da molti studiosi, secondo cui la dottrina sionista è agli ultimi colpi di coda violentissimi, e che in realtà con il genocidio dei palestinesi sta producendo il suo stesso suicidio, oltre che il suicidio di Israele come Stato?

Sì, sono convinto che il sionismo sia alla fine del suo percorso storico. Con il genocidio in mondovisione, l’opinione pubblica ha visto il vero volto di Israele e della sua politica aggressiva. È già in corso un suicidio della società israeliana, si sta sgretolando lentamente; i giovani lentamente stanno prendendo posizioni differenti, chi può ed ha la possibilità va a vivere altrove, è una nazione in agonia; dunque corre l’obbligo di fare una scelta. I Netanyahu, i Ben Gvir e altri sono solo una parte, una delle leve di un sistematico suicidio della nazione-Israele.

Come vivi le tue idee all’interno della comunità ebraica locale? È possibile secondo te, all’interno della comunità ebraica italiana, aprire spazi per il dibattito in cui mettere in discussione non solo i comportamenti ma anche alcuni assunti della visione sionista del mondo? Specialmente fra le generazioni più giovani, negli Stati Uniti in particolare oltre che in alcuni altri Paesi occidentali, è in corso un cambiamento nel rapporto con il sionismo, tanti giovani prendono le distanze sia dalla dottrina, sia dal tipo di vita che l’adesione a quella dottrina comporta, una vita militaresca in cui anche quando finisce la leva ci si continua comunque sempre a sentire dei soldati al servizio della Patria. Hai mai potuto discutere delle tue posizioni all’interno della comunità, o ti sei sentito ostracizzato per via del tuo antisionismo?

Vivo le mie idee antisioniste con immenso dolore, non frequento più da tempo la comunità ebraica, sono un emarginato. Ma sono felice della mia scelta. Ho trovato pochissimi spazi di dibattito, alcune argomentazioni o critiche non vogliono essere affrontate; negano che gli argomenti di critica esistano, li bollano come opera di una propaganda antisemita. L’esclusione degli ebrei dissidenti è dolorosa ovunque, anche negli Stati Uniti dove sono tanti i giovani di origine ebraica che prendono le distanze da una dottrina che comporta un’adesione al servire la patria in tutto e per tutto, rimangono comunque una minoranza; e non tutti sono pronti ad affrontare l’ostracismo.
Nella mia esperienza personale ho provato più e più volte a esprimere le mie opinioni con varie realtà della comunità ma sono stato sempre accusato di essere un non allineato, alle politiche israeliane, sono stato isolato e non in modo indolore. Il fatto che per tutelarmi preferisca non rivelare il mio nome al pubblico – e non sono l’unico a operare questa scelta – dice già tutto.

Nel corso del tempo ho trovato veramente pochi ebrei critici su Israele e la discussione con i difensori del sionismo a spada tratta dopo un po’ è destinata ad arenarsi.. Come puoi discutere con una persona che fermamente crede che l’unica soluzione alla diaspora ebraica sia la creazione di una Nazione? Dal mio punto di vista come dicevo questa non solo non è una soluzione, bensì è la negazione stessa della cultura ebraica, la quale trova sua vera identità proprio nella diaspora.

Cosa pensi del movimento antisionista internazionale? È uno spazio all’interno del quale, secondo te, persone ebree possono trovare spazio senza sentirsi discriminate o giudicate, o permane a tuo avviso una forma di cattivo sentimento nei confronti degli ebrei in quanto tali? Sei d’accordo con l’idea che, come dicono in tanti fin dagli albori del movimento sionista, la visione sionista del mondo sia intrisa in realtà di antisemitismo e portata a volerlo vedere ovunque, perché il sionismo può prosperare come comunità coloniale soltanto se gli ebrei vivono in uno stato di costante paura di essere discriminati, e nella convinzione, tipica del sionismo, che gli ebrei possono sentirsi al sicuro solo se si trovano fra altri ebrei?

Il movimento antisionista, per come lo vedo, è molto frammentato. Non esiste grande sinergia fra i vari gruppi attivi. Si dovrebbe lottare come un corpo unico, e servirebbe una strategia efficace per riuscire a produrre risultati. Personalmente non mi sono mai sentito discriminato in quanto ebreo all’interno dei contesti antisionisti. Anzi, in molti riconoscono il percorso doloroso che ho vissuto. Per me è un dato di fatto che il sionismo sia una centralina di profusione dell’antisemitismo. È un dato di fatto e una realtà inesorabile. All’interno della comunità ebraica esiste già di suo una visione prevalentemente chiusa di appartenenza; il sionismo come ideologia lavora proprio su questa chiusura, la legittima, creando il dubbio che non esistano amici fuori dalla comunità. Il progetto sionista ha manipolato storicamente e tuttora manipola il senso di chiusura identitaria e di diffidenza che come ebrei tendiamo a nutrire nei confronti di chiunque non condivida la nostra appartenenza. Scoraggia, in questo senso, qualsiasi autocritica e qualsiasi autoconsapevolezza; tutto quello che viene da fuori è percepito come un’aggressione, poiché solo un ebreo può capire un ebreo. Personalmente, non riesco a concepire questo modo di pensare, e mi chiedo come si possa vivere così.

CREDITI FOTO: Wikimedia Commons

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