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Il genocidio dei ha reso evidente il razzismo che regola le relazioni tra Stati, dalla politica all’economia, passando per la finanza. L’impunità di Israele e la censura operata in sua difesa ha messo a nudo una volta per tutte l’ipocrisia con cui i governi occidentali sfruttano la “difesa dei valori democratici” per la tutela spietata dei propri interessi. La Relatrice speciale sui territori Palestinesi occupati, Francesca Albanese, lo ripete da tempo: il diritto è come strumento di colonizzazione e di imperialismo, ma resta l’unico argine, seppure imperfetto, contro l’abuso e la guerra. La mancata condanna dei crimini in Palestina lo sta logorando. Se crolla, le conseguenze saranno tragiche per tutti, come lo sono oggi per i palestinesi.
Non sarebbe la prima volta. Nel 1935 l’invasione fascista dell’, rimasta impunita, fece crollare l’ordine giuridico nato dopo la Grande Guerra e spalancò le porte alle aggressioni della Germania nazista. Vale la pena ripassare quella pagina di storia per le tante analogie con ciò che sta accadendo oggi.

Nel marzo 1936, il medico polacco Stanislaw Belau, in servizio per la Croce Rossa etiope, varcava la soglia del quartier generale della Croce Rossa Internazionale a Ginevra insieme all’assistente Tadeusz Medinsky. Veterano della Grande Guerra e profondo conoscitore delle armi chimiche, Belau, che aveva trascorso gli ultimi due mesi come prigioniero dell’esercito italiano, denunciò davanti ai delegati ciò che aveva visto sul campo: bombe all’iprite, lo stesso gas che aveva seminato terrore nelle trincee, usato sistematicamente dall’aviazione fascista nella campagna d’Etiopia. La sua non era una voce isolata: testimonianze di sopravvissuti etiopi, rapporti medici e note di ufficiali britannici convergevano nella stessa accusa.
Il dottor J. W. S. MacFie, medico della Croce Rossa britannica, ricordava così il primo incontro con le vittime del gas: “Esaminati da vicino, i pazienti erano uno spettacolo scioccante. Il primo che visitai, un uomo anziano, sedeva a terra, gemendo e dondolandosi avanti e indietro, completamente avvolto in un panno. Quando mi avvicinai, si alzò lentamente e scostò il mantello. Sembrava che qualcuno avesse cercato di scorticarlo, malamente. […] Ce n’erano tanti altri come lui […]. Uomini e donne, tutti orribilmente sfigurati. Anche bambini piccoli”. Il responsabile dell’ospedale da campo, John Melly, dichiarò senza mezzi termini: “Questa non è una guerra – non è neppure un massacro – è la tortura di migliaia di uomini, donne e bambini indifesi, con bombe e gas velenosi”. A partire dal 3 ottobre 1935, in soli sei mesi di conflitto, gli aerei italiani sganciarono oltre 330 tonnellate di agenti chimici su un totale di 1.829 tonnellate di ordigni. L’obiettivo non era solo piegare un territorio grande più di tre volte l’Italia, ma cancellare l’onta delle sconfitte di Dogali e, ancor più, di Adua. La furia chimica diventava così lo strumento con cui il regime tentava di riaffermare la presunta superiorità razziale e militare degli italiani e la giusta punizione collettiva del popolo etiope per l’affronto di essersi difeso.

L’uso delle armi chimiche era proibito dal Protocollo di Ginevra del 17 giugno 1925, così come, secondo il Patto della Società delle Nazioni (1919), era un atto di guerra illegale l’aggressione da parte di un membro a un altro. La Società era un’organizzazione nata nel 1919 a cui aderirono decine di Stati con l’impegno di prevenire nuovi conflitti attraverso la cooperazione e il dialogo. Accanto all’Assemblea, al Consiglio e al Segretariato, nel 1921 la Società si era dotata anche di una Corte Permanente di Giustizia con sede all’Aia – l’antenata dell’attuale Corte Internazionale di Giustizia –, le cui sentenze avevano contribuito allo sviluppo del diritto internazionale consuetudinario. All’indomani dell’invasione italiana questa imponente impalcatura legale palesò tutta la sua parzialità. Già compromessa dall’aggressione giapponese alla Manciuria (1931), la Società si dimostrò incapace di far rispettare il Protocollo di Ginevra. Così facendo, rivelò che la tanto sbandierata uguaglianza tra Stati cedeva facilmente di fronte alla forza delle potenze coloniali.

Come iniziò la fine del diritto

Contro l’Italia furono imposte sanzioni internazionali, ma si trattò di misure blande: non colpivano beni essenziali come il e vennero revocate appena un anno dopo. Di fatto, fu un riconoscimento dell’annessione: Francia e Gran Bretagna accettarono lo status quo in nome della realpolitik, nella speranza di contenere l’asse Roma-Berlino, convinte che tollerare la violenza fuori dai confini europei avrebbe evitato il contagio interno. Come la storia ha poi dimostrato, riconoscere la conquista violenta e illegale non placò l’espansionismo fascista, ma anzi incoraggiò quello nazista: la Germania di Hitler si spinse fino all’Anschluss con l’Austria, l’attacco dei Sudeti e, infine, all’invasione della Polonia, evento che segnò l’inizio ufficiale della , stracciando definitivamente tutti i trattati e gli accordi costruiti dopo il primo conflitto.
Tornando all’annessione illegale del 1936, da quel momento per l’Etiopia cominciò l’incubo dell’occupazione italiana: un dominio militare segnato da violenze sistematiche, tese all’annientamento della popolazione autoctona per italianizzare il Paese. Fu inaugurato uno stato di apartheid attraverso leggi razziali (le stesse che verranno poi estese, nel 1938, agli ebrei italiani), accompagnate da fucilazioni di massa, stragi e deportazioni verso campi di concentramento in Eritrea e Somalia. Ricorda qualcosa?

L’affare Nasi, un racconto per tutti i razzismi

“Pare avessi scelto bene. Era una bellissima ragazza bilena. Aveva 12 anni… Scusatemi, ma in è un’altra cosa”. Con queste parole Indro Montanelli si vantò di aver abusato – realmente o meno che fu – di una bambina eritrea durante l’occupazione italiana. Citiamo questa frase perché riassume perfettamente la linea difensiva, tutta orientata alla colpevolizzazione della vittima, che l’Italia, ormai divenuta repubblicana e antifascista, adottò nel secondo dopoguerra per difendere Guglielmo Nasi, ultimo Viceré d’Etiopia.

Nel 1950, infatti, l’Etiopia aveva avviato una protesta globale contro la nomina a governatore della Somalia dell’ex militare e funzionario fascista, cercando ascolto dopo che i tentativi di perseguire i responsabili delle atrocità coloniali erano stati ignorati da Gran Bretagna e Italia. La pressione internazionale costrinse il parlamento italiano a discutere dei crimini commessi durante l’occupazione: la nomina di Nasi fu bloccata, e quello fu il solo e unico riconoscimento che l’Etiopia ottenne per le sofferenze patite. In quell’occasione gli Alleati dovettero giustificarsi per la mancata attenzione alle stragi coloniali italiane: Londra sosteneva che la guerra d’Etiopia, essendo avvenuta prima dello scoppio del conflitto e in un’area circoscritta, non potesse rientrare nella giurisdizione dei tribunali istituiti dopo la Seconda guerra mondiale. Una posizione incoerente con, per esempio, il riconoscimento dell’Austria come vittima in forza del Trattato di Versailles, di cui era firmatario anche l’Impero etiope. L’Italia, invece, giustificava la violenza fascista perché scatenata su popolazioni “incivili”, “inconsapevoli” dei costumi da tenere in guerra e, quindi, da trattare con misure eccezionali. La violenza veniva così inquadrata nella “missione civilizzatrice” nei confronti del popolo etiope, considerato inferiore, rendendo accettabili giuridicamente illeciti gravi.

Annalisa Urbano, ricercatrice presso l’Università di Napoli, trae tre conclusioni importanti dal caso Nasi: innanzitutto, contrariamente alla narrazione comune, i crimini di guerra coloniali furono oggetto di dibattito pubblico in Italia dopo il 1945. Questo smentisce l’idea di un oblio nazionale: non ci fu una dimenticanza totale, bensì una memoria selettiva, volta a “sanitarizzare” quei crimini come punizioni “necessarie”. Secondo, il caso Nasi mette in luce una continuità di narrazione razzista tra il regime fascista e la Repubblica. Infine, evidenziando come le guerre “regolari” fossero trattate diversamente da quelle coloniali, l’Italia non solo scampò l’indagine, ma dimostrò anche quanto il pensiero colonialista fosse radicato nell’interpretazione delle leggi internazionali dopo la Seconda guerra mondiale: i crimini razzisti sono tali solo dentro all’Europa, fuori non valgono.

“Liberate l’Europa”

C’è un’altra lezione però, che abbiamo rifiutato di trarre da questa vicenda: in certe circostanze, la violenza su un popolo considerato “inferiore” mina anche il rispetto delle regole tra presunti “pari”. E qui torniamo all’oggi, alle parole di Francesca Albanese, perché il colonialismo non è mai finito, ci siamo ancora dentro. Non è un dettaglio marginale: le regole coloniali scandiscono la vita di ogni essere umano su questo pianeta. Definiscono la libertà di movimento, la ricchezza, l’uso e la distribuzione delle risorse, l’accesso allo studio, alla salute, al cibo, al lavoro. Sono queste regole che impediscono la condanna pubblica del genocidio palestinese, che impongono la censura, negando che la pulizia etnica stia avvenendo, giustificandola con la lotta al terrorismo (che è il nuovo “portiamo la civiltà”) e con il dogma “Israele ha diritto di difendersi”, non importa come lo fa, dato che è una “democrazia” (che pratica l’apartheid).

I palestinesi sono puniti perché hanno osato, proprio come fecero gli etiopi, difendersi e battersi per la libertà, pagando il prezzo per un tale affronto. Leggi e trattati stanno nuovamente diventando carta straccia. La violenza sdoganata da Israele, unita alla determinazione dell’Occidente nel minimizzarla, ha accelerato la deriva verso l’autoritarismo e il fascismo nelle nostre società. Dagli , all’Italia, passando per Germania e la Gran Bretagna, a colpi di censure, decreti sicurezza, criminalizzazione del e riarmo per guerre future, stiamo precipitando verso un orrore di cui i palestinesi sono stati le prime vittime e cavie, ma che raggiungerà presto tutti i cittadini europei, se non sapremo costruire risposte politiche collettive e organizzate. Non basta più assecondare l’aggressore per mantenere la pace, come non è bastato nel 1935.

Per dirla con le parole di Seun Kuti, figlio del musicista nigeriano Fela Kuti, il 24 giugno scorso dal palco dell’INmusic Festival a Zagabria: “Ho un consiglio per i giovani europei. So che volete liberare la Palestina. Che volete liberare il Congo. Che volete liberare il . Che volete liberare l’Iran… Liberate l’Europa. Liberate l’Europa dall’estrema destra, dal fascismo, dal razzismo, dall’imperialismo. Quando avrete fatto questo lavoro, non appena lo avrete compiuto, Gaza sarà libera, il Congo sarà libero, il Sudan sarà libero, l’Iran sarà libero. Dimenticateci. Non preoccupatevi per noi, liberate l’Europa!”.

CREDITI FOTO: ICRC Archives – Public Domain

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