Dopo che il Consiglio Affari esteri dell’Unione Europea ha deciso di non sospendere l’Accordo di associazione UE-Israele, anche a causa dell’opposizione dell’Italia, intervistiamo il giurista, esperto di diritto internazionale, Luigi Daniele, professore associato presso l’Università degli Studi del Molise e docente alla Nottingham Law School in Inghilterra.
Alla vigilia dell’ultima riunione del Consiglio dell’Unione Europea del 15 luglio, Amnesty International scriveva in una nota stampa: “Quando i ministri degli Esteri si incontreranno, la prossima settimana, ci potrà essere una sola conclusione: sospendere l’accordo [di associazione UE-Israele, ndr]. Qualsiasi altra decisione rappresenterebbe un via libera a Israele per proseguire il suo genocidio nei confronti della popolazione palestinese della Striscia di Gaza, la sua presenza illegale nell’intero Territorio palestinese occupato e il suo sistema di apartheid contro tutte le persone palestinesi sulle quali esercita controllo”. Il Consiglio ha infine deciso, come sappiamo, di non sospendere l’accordo, innanzitutto grazie all’opposizione di Italia e Germania. Che conseguenze ha questa decisione, sul piano del diritto internazionale?
Siamo all’apice dell’indegnità politica, morale e istituzionale dell’UE. È il punto più basso della traiettoria di decadenza delle classi dirigenti europee. Non solo Germania e Italia, ma anche una intera Commissione che infligge all’Europa una vera e propria ‘coscienzectomia’, una rimozione chirugica della coscienza collettiva; la politica impone, infine, il dominio della strumentalità e dell’affarismo.
Legalmente, dal mio punto di vista, abbiamo ampiamente superato la soglia, già catastrofica, della violazione degli obblighi universali di prevenzione dei genocidi, giungendo ad una piena complicità, in senso giuridico, negli illeciti e nei crimini internazionali di Israele.
Dopo, verosimilmente, 150 mila palestinesi (inclusi almeno 20 mila bambini e neonati!) uccisi dalle bombe, dai proiettili, da fame, sete e malattie trasformate in armi di guerra contro la sopravvivenza di un popolo nella sua terra, l’Unione Europa irride e strappa i propri stessi trattati fondativi e tutte le norme che, all’interno di essi, fondano la politica estera dell’Unione sul rispetto della legalità internazionale.
Oltretutto, al di là del dibattito sul genocidio, la massima giurisdizione internazionale, la Corte Internazionale di Giustizia, ha parlato nel luglio del 2024: la presenza israeliana, militare e civile, nel territorio palestinese occupato è un uso illegale della forza armata, una forma di aggressione permanente, è, in altre parole, una somma di violazioni delle stesse norme perentorie di diritto internazionale che viola la Federazione Russa!
L’Europa di Von Der Leyen sta ai palestinesi come la Bielorussia di Lukashenko sta agli ucraini. È davvero ignobile.
Se l’Unione Europea sanzionasse effettivamente Israele sospendendo l’Accordo di associazione, stipulato nel 2000, quali sarebbero gli effetti immediati di una tale decisione, e in che modo potrebbe contribuire a fermare il genocidio del popolo palestinese?
Un volume enorme degli scambi di Israele è con l’Unione Europea, inclusi scambi militari e di sistemi di sorveglianza che producono giganteschi profitti.
La doverosa sospensione dell’Accordo (il quale fa di Israele uno stato quasi membro dell’UE sul piano commerciale) innescherebbe un effetto domino per cui, almeno nel medio termine, la prosecuzione dei crimini e degli illeciti israeliani diventerebbe insostenibile economicamente e politicamente. In altre parole, è verosimile che la sospensione avrebbe una efficacia enorme nel fermare lo sterminio, la macelleria di civili e bambini palestinesi a cui continuiamo ogni giorno ad assistere.
Come ha spiegato la Relatrice speciale ONU Francesca Albanese nel suo ultimo Rapporto, lo sterminio continua perché dal sangue dei civili palestinesi e dalla pulizia etnica della Palestina vengono estratti miliardi di profitti di un pugno di predatori finanziari occidentali (e non solo occidentali, ndr). Interrompere questa agghiacciante profittabilità del male è la più efficace azione per il ripristino di condizioni minime di legalità, che sono esattamente le stesse condizioni per la pace e per la sicurezza.
Nella nota di Amnesty già ricordata, leggiamo ancora: “L’ostinazione di una minoranza di Stati membri che rischia di bloccare la sospensione dell’accordo non deve impedire al resto dell’Unione europea di adempiere ai propri obblighi ai sensi del diritto internazionale. Se l’Unione europea in quanto tale non sarà in grado di arrivare alla sospensione dell’accordo di associazione, saranno i singoli stati membri a dover agire, sospendendo unilateralmente ogni forma di cooperazione con Israele che possa contribuire alle sue gravi violazioni del diritto internazionale”. Poiché l’Italia – rinnegando la sua stessa storia, diplomaticamente sempre attenta a riconoscere le ragioni del popolo palestinese – fa parte di questa minoranza che continua stolidamente ad appoggiare Israele nonostante la stessa Commissione Europea ormai abbia riconosciuto esplicitamente i crimini di cui lo Stato proclamato ebraico si sta macchiando, cosa possono fare i cittadini italiani per richiamare il loro stesso governo a rispettare quelli che, come si legge nel comunicato, sono “obblighi ai sensi del diritto internazionale”? Ci sono interventi efficaci che la cittadinanza può attuare?
I cittadini possono molto, moltissimo, dal punto di vista civile, a patto di superare ogni frammentazione, di agire in modo organizzato, coordinato, ed efficace, federando reti sempre più grandi e partecipate, chiedendo conto in modo intransigente alla politica delle devianze antidemocratiche e facendosi coscienza collettiva in grado di riversarsi nel consumo critico e nelle urne, lasciando i complici dei crimini israeliani a secco di clienti, utenti, lettori, sostegno e voti. A cominciare dai territori, dai supermercati, ai consigli comunali, fino al Parlamento e al Parlamento Europeo.
La Palestina è la grande questione di questo secolo, il solco tra le culture politiche che dovranno affrontarne le sfide colossali. I palestinesi sono la ‘classe generale’ del nostro tempo. Quello che viene inflitto a loro potrà domani essere inflitto ai nostri figli e nipoti e la loro conquista di diritti, libertà ed eguaglianza sarà ciò che protegge le generazioni future da orrori come quelli che oggi vediamo scatenarsi su di loro.
Giuridicamente, intanto siamo ancora esposti a ricorsi di Stati terzi dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia per aver violato gli obblighi di prevenzione dei genocidi, così come accaduto alla Germania da parte del Nicaragua.
A causa della incredibile e complice inerzia del Governo italiano, inoltre, a questo punto bisogna porre la questione dinanzi alle giurisdizioni. Ci vogliono casi dinanzi a giudici italiani. Bisogna trovare gli inneschi legali per far pronunciare le nostre giurisdizioni sulle implicazioni e sulle ricadute nazionali del parere della Corte Internazionale di Giustizia sulla illegalità dell’occupazione israeliana e sulle tre ordinanze di misure cautelari contro plausibili condotte di genocidio a Gaza.
Le giurisdizioni sono rimaste l’unico presidio democratico non controllato dall’affarismo al servizio delle catene di valore dei profitti bellici e finanziari.
Lei è un docente di diritto internazionale, insegna questa disciplina in un’epoca storica in cui la stessa espressione “obblighi ai sensi del diritto internazionale” rischia di diventare insignificante. Cosa vuol dire, dal punto di vista della comunità dei giuristi di cui Lei fa parte, assistere a questo processo di demolizione del diritto internazionale? E che conseguenze può avere questo nella vita di tutti noi, oltre alla palese distruzione di massa di interi popoli come quella che sta avvenendo ora nel territorio palestinese?
Capisco possa essere contro-intuitivo, ma personalmente non ho mai creduto così tanto nelle norme che insegno come ora. Il fatto stesso che i poteri selvaggi – per dirla con Luigi Ferrajoli – e criminali che governano l’Occidente siano con così tanta protervia scatenati, col proprio tribalismo brutale, contro diritto e istituzioni internazionali, dimostra che è questo il terreno su cui quegli stessi poteri possono essere sconfitti.
Il vero tema è che, di fronte al culmine di questo scontro frontale, non si può più svolgere la nostra funzione in modo notarile, fingendo di non vedere, dicendo e non dicendo, limitandosi alle proprie attività professionali. È tempo di tornare a quel grande precetto gramsciano che chiedeva agli intellettuali di diventare “specialisti + politici”, in senso lato, cioè specialisti in grado di individuare le grandi contraddizioni storiche del proprio tempo, di non rinchiudersi nelle torri d’avorio dei propri tecnicismi, portando il sapere delle proprie discipline agli sfruttati, equipaggiandoli così degli strumenti non solo per la propria emancipazione, ma per quella della società tutta.
Ci sono dei precedenti nella Storia che a suo avviso possono aiutare a capire cosa sta succedendo oggi? Su Kritica abbiamo parlato, per esempio, del precedente dell’invasione fascista dell’Etiopia, nel 1935, quando l’allora Società delle Nazioni non seppe o non volle contrapporsi a Mussolini, spalancando così le porte all’hitlerismo nazista e dimostrando come il sistema dei rapporti fra Stati fosse tutto sommato legato a doppia mandata con la difesa del paradigma coloniale. D’altro canto, negli ultimi anni abbiamo visto spesso l’Unione Europea esprimersi con fermezza sulla necessità di sanzionare Putin e la Russia per le indubbie violazioni del diritto internazionale di cui si è reso protagonista, senza che ciò sia riuscito peraltro a ostacolare la sua guerra contro l’Ucraina. Cosa non stiamo imparando dalla storia stessa dei rapporti fra le Nazioni, a suo avviso, che invece dovremmo ricordare?
Glielo dico in modo stringato: dovremmo ricordare esattamente che il fallimento della Società delle Nazioni ha condotto dritti alla catastrofe della Seconda Guerra Mondiale.
Quando si fanno a pezzi le regole per qualcuno, si fanno a pezzi per tutti. Quando crollano i sistemi limitati dai vincoli legali, rimangono i sistemi basati sul dominio incontrollato della forza.
Fino ad oggi ciò ha alimentato i vergognosi doppi, tripli e quadrupli standard occidentali. Essi si basano sull’assunto fallace che siamo noi i più forti, i meglio armati, e dunque i predestinati vincitori dello scontro della pura forza, ormai priva di ogni direzione intellettuale e razionale.
Ciò è oggi suicida. I rapporti di forza tra blocchi sono in corso di capovolgimento. Oggi i nostri veri alleati sono i paesi del Sud Globale e non allineati, i meno forti, che comprendono che i vincoli legali sono sistemi di garanzia di tutti quelli che non hanno arsenali nucleari.
Per questo i poteri selvaggi temono le istituzioni internazionali e vogliono distruggerne ogni potere decisionale, perché in quei consessi sono minoranza, perdono, non riescono a comprare e controllare. Ci sono centinaia di votazioni all’Assemblea Generale ONU e al Consiglio dei Diritti Umani a dimostrarlo.
In tutti questi 21 mesi da quando è iniziata la nuova offensiva genocidaria di Israele su Gaza e su tutto il territorio palestinese, la voce di voi giuristi internazionali è stata instancabile. La già citata Francesca Albanese, in qualità di relatrice speciale dell’ONU sulla situazione dei diritti umani nei Territori occupati, ha agito e preso la parola indefessamente ogni giorno per denunciare la violazione patente del diritto internazionale e affinché il genocidio dei palestinesi venisse riconosciuto in quanto tale allo scopo di agire per fermarlo, secondo quanto ingiunge la Convenzione stessa sul genocidio. Gli attacchi nei confronti di Albanese, di crescente virulenza fino ad arrivare alle sanzioni comminatele dall’amministrazione Trump negli Stati Uniti, dimostrano quanto la voce dei giuristi sia importante, ma anche quanto sia scomoda e invisa a coloro che si rendono autori di crimini contro l’umanità e a tutti i loro complici. Anche altri giuristi hanno subito repressioni di vario livello, comprese le censure sulle piattaforme social come è successo direttamente a Lei nelle scorse settimane. Perché siete così scomodi, e perché siete diventati così popolari? Sebbene in TV, specialmente qui in Italia, pochissime volte venite interpellati, nelle piazze e nelle strade le persone accorrono in massa per ascoltarvi, sembrano bisognose come mai prima di nutrirsi delle vostre parole. Come se lo spiega?
Si sta determinano un grande movimento storico internazionale di opinione, di coscienza e di popoli. Dai cinque continenti il calvario atroce del popolo palestinese rinsalda la solidarietà ed educa masse di cittadini ad unirsi contro un nuovo male, per nulla banale, che stermina inermi, colonizza istituzioni, svuota i processi democratici e si arricchisce costruendo le fondamenta di un nuovo fascismo sovranazionale.
Le persone comprendono, a mio avviso, intuitivamente, che il diritto internazionale è diventato una grande piattaforma di mobilitazione internazionale per ripristinare il controllo e la vigilanza democratiche sulle politiche estere dei nostri Paesi allo sbaraglio ed ostaggio dei poteri selvaggi che ci spingono, tramite violenza destituente, all’anomia globale e alla guerra permanente.
Quei poteri stanno per essere sconfitti. Ma abbiamo il dovere di accelerarne la sconfitta prima che un intero popolo, quello palestinese, venga interamente cancellato.
Le sorti del popolo palestinese sono la cifra delle sorti della democrazia e dello stato di diritto nel XXI secolo. Si tengono. Se cade l’uno, cadono anche le altre. Se si vince la lotta per il diritto per il popolo palestinese, viceversa, si apre una nuova stagione storica di rivitalizzazione delle democrazie progressive.
CREDITI FOTO: Flickr – Alisdare Hickson – CC BY-SA 2.0

Giornalista, fondatrice di Kritica.it. Puoi leggere suoi articoli e saggi su MicroMega, Gli Stati Generali, Africa ExPress. Ha vinto diversi premi fra cui il Premio Luchetta – Stampa italiana nel 2022.


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