La ricerca sulla Condizione dei padri nel Sud-Europa (Rapporto SOSEF – State of Southern European Fathers) – condotta da Equimundo in Portogallo, Spagna e Italia e promossa qui da noi da CSB Onlus – Centro per la Salute delle Bambine e dei Bambini, presentata a Roma lo scorso 18 giugno, svela un quadro di profonda arretratezza sistemica, nel nostro Paese, nel sostegno alle famiglie e alla costruzione di una genitorialità cooperativa e condivisa, fra padri e madri, nei confronti dei figli, fuori dai ruoli patriarcali tradizionali. Quadro ancora più severo se lo si mette a confronto con due fattori: da una parte la realtà di due Paesi pure a noi vicini per tradizione culturale, come la Spagna e il Portogallo, e dall’altra le aspettative dei genitori stessi, decisamente più pronti a condividere le responsabilità di cure genitoriali verso i loro figli di quanto non siano messi in condizione dalla realtà sociale, e in primis lavorativa, del Paese in cui vivono; nonostante sacche di mentalità legata a un’idea di cura come “compito principalmente delle donne” permangano anche nel senso comune dei genitori.
La ricerca è stata portata avanti nell’ambito del progetto europeo EMiNC-Engaging Men in Nurturing Care (Il coinvolgimento del padre nei primi mille giorni) coordinato da ISSA-International Step by Step Association. È stato somministrato un questionario a 1.520 genitori con figli conviventi, metà donne e metà uomini, la maggioranza con un’età compresa tra i 30 e i 40 anni, con un’età media al primo parto di 32 anni per gli uomini e 29 per le donne, una percentuale significativa (44%) con figli sotto i cinque anni. In Italia hanno risposto 240 uomini e 269 donne, di tutte e 20 le regioni. Notevole la proporzione, una su quattro, di intervistati/e gravati/e da pesanti carichi di cura “sandwich” (sia verso i figli/e che verso gli anziani), ancor più alta per l’Italia (31,1% uomini, 37,5% donne).
La situazione nei tre Paesi quanto a occupazione femminile, accesso ai servizi educativi per bambini da zero a tre anni e politica dei congedi – leggiamo nella sintesi della ricerca, illustrata a Roma da Annina Lubbock, sociologa e consulente di CSB Onlus, la project manager del centro Barbara Vatta e la giornalista Fabiana Martini – è piuttosto diversa. In particolare, l’Italia riserva ai padri appena 10 giorni lavorativi di congedo di paternità retribuito al 100%, ai quali possono eventualmente sommarsi altri tre mesi di “congedi parentali” facoltativi, retribuiti all’80%, destinati alla coppia di genitori lavoratori dipendenti. Il Portogallo, invece, prevede per i padri da un minimo di 28 a un massimo di 35 giorni di congedo genitoriale e la Spagna prevede ben 16 settimane (uguali tra padri e madri), con l’intenzione di portarle a breve a 20. Durante la presentazione è stato fatto inoltre notare che i padri a partita IVA – sempre più numerosi, una componente tutt’altro che trascurabile della forza lavoro – non godono di alcun tipo di congedo parentale. Le madri a partita IVA godono invece di un congedo di maternità di cinque mesi, retribuiti all’80% della retribuzione giornaliera stabilita annualmente dalla legge per il tipo di attività svolta.
In Italia l’INPS stima che l’utilizzo del congedo di paternità coperto dallo Stato da parte dei padri aventi diritto sia in media del 65%, con notevoli variazioni geografiche (da oltre il 90% in alcune province del Nord-Est a meno del 20% in alcune province del Sud). Il congedo parentale volontario, non riservato ai padri ma trasferibile e retribuito al 30%, viene usato dai padri, sempre secondo l’INPS, solo nel 26,7% dei casi. Il raffronto con la Spagna è significativo: sulla base dei dati più recenti disponibili, sappiamo che circa tre quarti dei padri spagnoli hanno diritto al congedo genitoriale (uguale tra donne e uomini), e oltre il 90% ne usufruisce per intero (16 settimane), con una media di 110 giorni di utilizzo. Circa il 50% dei padri usufruisce delle 16 settimane consecutivamente, allineando il proprio congedo a quello della madre, mentre circa il 20% utilizza le 10 settimane flessibili da solo.
Il rapporto segnala inoltre una possibile correlazione fra questi dati e una piccola inversione di tendenza nella natalità in Spagna, per la prima volta dopo decenni, a pochi anni di distanza dall’introduzione della legislazione più estensiva sui congedi.
L’Italia è fanalino di coda anche per quanto riguarda il tasso di occupazione femminile – appena il 53% delle donne italiane lavora, secondo i dati Istat del 2024 – e per il divario fra congedo di maternità e di paternità. Il primo infatti prevede circa 5 mesi per la madre, a fronte dei soli 10 giorni lavorativi per il padre. Anche il congedo parentale facoltativo di 3 mesi all’80% è spesso assorbito dalle madri, con il risultato che quasi l’intero primo anno di vita di un bambino o bambina viene vissuto nelle braccia della sola madre, responsabile di provvedere alla sua esistenza e a ogni sua necessità nell’arco dell’intera giornata.
Questo in una realtà in cui alcuni studi dimostrano come il coinvolgimento maschile nella cura dei neonati migliori lo sviluppo cognitivo dei piccoli, senza contare gli evidenti benefici nella vita delle donne in termini di alleviamento della fatica, di maggiore libertà di spostamento e di lavoro, di indipendenza generale con ricadute benefiche anche sulla prevenzione della violenza domestica.
“I recenti aumenti del tasso di occupazione femminile in Italia”, ha sottolinato Annina Bannock durante la presentazione del report “si concentrano sulle donne over 50. La nostra media di occupazione femminile è 13 punti sotto quella europea, ma sarebbero molti di più se considerassimo solo le regioni del sud Italia, che sono le regioni con meno donne occupate in assoluto rispetto al resto dell’intera Europa. Una situazione che abbiamo visto riflettuta nel nostro campione: in Italia il 18,6% delle donne hanno dichiarato di essere casalinghe a tempo pieno, negli altri due Paesi sono state meno della metà, con addirittura il Portogallo in cui solo il 4,7% delle donne ha dichiarato di essere casalinga”. Le donne italiane hanno dunque 20 volte più probabilità degli uomini di essere le caregiver a tempo pieno a casa. Il doppio rispetto a spagnole e portoghesi.
Tuttavia, qualcosa si muove, anche se non è detto che le percezioni non sopravanzino la realtà dei fatti. In tutti e tre i Paesi, leggiamo nella sintesi, i padri stanno aumentando la partecipazione attiva alla cura dei figli e ai lavori domestici (per quanto permangano significativi divari di genere) e si vedono sempre più non solo come aiutanti, ma come caregiver corresponsabili. Ma, laddove i padri credono sinceramente di essere ugualmente coinvolti nella cura, le risposte delle madri suggeriscono una realtà diversa, in cui le responsabilità rimangono ancora sostanzialmente sulle loro spalle. Il 75% degli uomini (77% per l’Italia) afferma di condividere equamente le responsabilità con la partner; ma solo il 52% (50% per l’Italia) delle donne lo conferma. 3 padri su 4 ritengono che il loro figlio più piccolo cerchi entrambi i genitori allo stesso modo per cure affettive o fisiche ma solo la metà delle madri sembra essere d’accordo. Se è vero che l’86% dei padri (e il 91% delle madri) dichiarano di essere coinvolti in una qualche forma di cura all’infanzia, sia affettiva che fisica (la differenza è più ampia tra i genitori di bambini sotto i 5 anni), nello specifico, riguardo al lavoro domestico, alla cura affettiva dei bambini e alle cure “ad alta intensità” (più di 4 ore al giorno), le donne continuano ancora a farsene carico più degli uomini, soprattutto le donne italiane: in Italia 2,6 volte più donne che uomini sono impegnate nella cura intensiva dei bisogni affettivi e fisici dei bambini. L’85% delle donne (contro il 59% degli uomini) puliscono la casa regolarmente.
“In tutti e tre i Paesi per molti genitori l’ostacolo più grande alla cura, in tutte le sue forme, è semplice: non c’è abbastanza tempo, in gran parte a causa degli obblighi di lavoro. Anche l’insicurezza finanziaria si rivela un vincolo notevole, in particolare tra coloro che forniscono cura ad alta intensità a parenti anziani o familiari con disabilità, una percentuale decisamente più alta in Italia che non negli altri Paesi: il 31,1% degli uomini e il 37,5% delle donne si trova incastrato fra la cura dei figli e quella dei genitori. Ed è un cane che si morde la coda, perché una tale situazione induce per esempio le donne a ricorrere maggiormente al lavoro part-time, con ricadute sia sulla situazione economica familiare, sia sulla tendenza a scaricare sulle donne il lavoro domestico.
Quanto incidono in questa situazione anche le visioni legate ai ruoli di genere tradizionali?
Il consenso è forte, anche in Italia, sul fatto che la partecipazione attiva e corresponsabile dei padri giovi allo sviluppo dei bambini e delle bambine (75% padri, 80% madri), ma sono più alte che negli altri due Paesi le percentuali (circa 1 su 5) degli uomini che concordano su una visione più tradizionale dei compiti familiari: il 20% degli intervistati italiani concorda sul fatto che “un uomo dovrebbe avere l’ultima parola sulle decisioni domestiche” e che il cambio di pannolino, il bagnetto e l’allattamento siano responsabilità esclusive delle madri (20%), così come che siano gli uomini a dover provvedere finanziariamente alla famiglia mentre le donne si occupano della casa e dei figli (19%). La credenza tradizionale più persistente riguarda l’attribuzione di ruoli per ragioni biologiche: il 29% delle donne e il 32% degli uomini italiani intervistati concordano sul fatto che le differenze biologiche rendano le donne più adatte alla cura. Sempre per quel che riguarda l’Italia, insieme, il 45% degli uomini e il 36% delle donne hanno almeno una di queste credenze tradizionali: sono le percentuali più alte – e il divario più forte tra i sessi – fra i tre Paesi indagati.
La persistenza di pregiudizi emerge anche da un altro dato: sebbene il congedo paterno italiano sia ben 8 volte più ridotto di quello spagnolo, l’insoddisfazione per la sua scarsa durata è espressa molto di più dai padri spagnoli (il 38%) che non dai padri italiani (solo il 26%). Al tempo stesso, in tutti e tre i Paesi, i padri riconoscono in modo schiacciante i benefici del congedo parentale retribuito per loro stessi (88%), per le loro partner (90%) e per i loro figli e figlie (93%) e per due terzi concordano anche sul fatto che il congedo genitoriale dovrebbe essere uguale, visto che padri e madri dovrebbero avere gli stessi diritti e responsabilità nella cura dei figli/e e nella gestione domestica (un po’ più bassa la percentuale in Italia, 61%). Inoltre è comune l’approvazione che viene loro dimostrata quando prolungano il congedo oltre il periodo obbligatorio (il 79% dei padri ha riferito che il proprio ambiente familiare e amicale era favorevole o molto favorevole a questa loro decisione), per quanto permangano ancora sacche di resistenza e indifferenza. Proprio l’Italia ha mostrato il più alto livello di disapprovazione percepita tra i tre Paesi, infatti solo il 39% dei padri ha dichiarato che la propria comunità (lavoro e famiglia) era molto favorevole al congedo, contro il 50% in Portogallo e il 44% in Spagna.
Nei tre Paesi, leggiamo nel rapporto, la cura emerge come uno degli aspetti più appaganti della vita dei genitori, con la maggior parte dei padri e delle madri che enfatizzano la loro gioia (50% padri, 43% madri) più che le loro difficoltà. Molto soddisfatti, nell’ordine del 70% o più, anche delle dinamiche familiari (relazione con il partner attuale, relazione con la famiglia) e del loro coinvolgimento nella cura (educazione dei figli). Al contrario, la soddisfazione per il lavoro retribuito presenta un divario di genere più evidente. Il 57% dei padri e il 49% delle madri dichiarano di essere soddisfatti della propria situazione lavorativa, mentre le madri italiane (39%) sono le meno soddisfatte e mostrano un divario più ampio rispetto ai ‘colleghi’ maschi (53% padri). Il costo fisico e psicologico della cura si rende evidente nella presenza di problemi di salute tra i genitori, con significative disparità di genere che emergono in tutti e tre i Paesi. Il 57% dei padri e il 73% delle madri riferiscono di provare sintomi come difficoltà a dormire, dolori muscolari, mal di testa, affaticamento o esaurimento. In Italia, il divario fra uomini e donne è un po’ più basso ma comunque significativo, con il 65% delle madri contro il 51% dei padri che segnalano questi sintomi. Conciliare lavoro e responsabilità familiari rimane una sfida costante per i genitori in tutta l’Europa, soprattutto nell’area meridionale. In Italia il 27% dei padri e il 40% delle madri lamentano di dover gestire responsabilità familiari e di cura mentre lavorano: un divario significativo, a conferma che le madri rimangono le caregiver predefinite anche quando sono lavoratrici a tempo pieno.
Questo in un contesto in cui solo il 34% delle donne ritiene di avere accesso al supporto per la cura (vs il 46% degli uomini, una disparità che a sua volta rimanda a evidenti differenze di percezione fra padri e madri). La disponibilità dei servizi rappresenta un problema, con il 64% dei padri e il 62% delle madri che affermano che non ci sono opzioni di cura a pagamento pubbliche o private nel loro quartiere e dove ci sono, sono troppo care (la pensa così l’85% dei padri e l’83% delle madri) o di qualità non adeguata (67% dei padri e il 63% delle madri insoddisfatti della qualità). C’è da rilevare che in tutta l’Europa meridionale, il 68% dei padri e il 71% delle madri ammettono di non essere informati e di non conoscere abbastanza i servizi di cura a pagamento a loro disposizione. Nonostante tutto ciò, il ricorso a un sostegno privato esterno, come babysitter o tate, rimane piuttosto limitato (il 25% dei padri e il 31% delle madri dichiarano di aver utilizzato questo servizio per far fronte alla propria indisponibilità alla cura). Forse questo si spiega anche con le aspettative interiorizzate sulla cura da parte dei genitori di tutti e tre i Paesi: un significativo 80% dei padri e il 69% delle madri riferiscono di ritenere che la cura sia una loro responsabilità personale, da gestire senza supporto esterno, un sentimento particolarmente forte in Italia (dove peraltro il ricorso alle nonne e ai nonni nella cura dell’infanzia è molto frequente).
Politica e cultura vanno insomma di pari passo, e da un lato è necessario intervenire sulla mentalità in famiglia per far sì che sempre più uomini, come sottolineava anche uno dei presenti alla conferenza, si sentano di volersi confrontare fra uomini e padri sul loro ruolo di cura per rompere le barriere culturali che impediscono di abbracciarlo pienamente, dall’altra è anche sulla condizione delle madri che si deve continuare a ragionare. Come sottolineava Baddock, “gli studi dicono che se la scelta di fare il primo figlio è normalmente una scelta di coppia, quella dal secondo in poi è una scelta in cui prevale la volontà della madre e si basa sull’esperienza fatta col primo figlio”. E quindi chiaro che pesa la previsione di quanto aiuto si può ricevere da parte del partner, ma anche da parte dei servizi, da parte del datore di lavoro, da parte dello Stato e da parte della società.
La disponibilità da parte dei genitori a questo tipo di cambiamento c’è: alla domanda sulla volontà di agire per ottenere un congedo genitoriale o di cura più lungo, i padri hanno indicato una serie di strategie da attuare sul posto di lavoro o attraverso l’impegno politico. Quasi la metà (47%) ha dichiarato che sarebbe disposta ad accettare un lavoro supplementare per coprire un collega in congedo. Più di un terzo ha dichiarato che sarebbe disposto a cambiare lavoro per ottenere un congedo pagato più lungo, e il 29% prenderebbe addirittura in considerazione l’idea di lasciare del tutto il proprio lavoro per avere più tempo da dedicare alla cura. La disponibilità a fare sacrifici economici risulta invece – comprensibilmente – più limitata: solo il 33% dei padri ha dichiarato che accetterebbe una riduzione dello stipendio per un congedo retribuito più lungo. Due terzi si impegnerebbero attivamente sul posto di lavoro per ottenere un congedo retribuito più lungo e firmerebbero una petizione per sollecitare il Governo a sostenere migliori sussidi per l’assistenza all’infanzia. La metà (49%) ha dichiarato di voler partecipare a manifestazioni, campagne di sensibilizzazione sui social media o iniziative della società civile per promuovere politiche migliori in materia di congedo parentale e assistenza all’infanzia. Infine, il 59% dei padri (61% delle madri) voterebbe per un partito o un politico che sostenesse un congedo genitoriale retribuito più lungo. In Italia, il 66% delle madri contro il 53% dei padri ha dichiarato che avrebbe dato priorità alle politiche di congedo al momento del voto, in misura significativamente maggiore rispetto ai padri.
La legge è spesso l’abbrivio dei cambiamenti culturali e sociali. Può favorirli, oppure ostacolarli. Nel caso della Spagna, li ha favoriti. Nel caso dell’Italia, li scoraggia.

Giornalista, fondatrice di Kritica.it. Puoi leggere suoi articoli e saggi su MicroMega, Gli Stati Generali, Africa ExPress. Ha vinto diversi premi fra cui il Premio Luchetta – Stampa italiana nel 2022.


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