Cercando su Facebook opinioni sul forum Phica.net si possono trovare non solo post dell’ultima ora, ma anche denunce vecchie di anni:

“Tale sito Phica.net pubblica foto normalissime, del probabile quotidiano di qualsiasi ragazza, condivise da concittadini e…. ci magheggia. Quando sono Photoshoppate per togliere i vestiti e aggiungere peni volanti, quando sono commentate in un immaginario di stupro, quando sono foto di ragazze a bocca aperta che ridono, magari a carnevale sotto il carro, ricondivise in foto con i genitali del maniaco spiattellati sullo schermo dell’iPad in modo che venga “mimata” una forma perversa di fellatio. Vengono chiesti nomi e cognomi, luoghi di lavoro, se è sorella di, e si possono trovare commenti della serie “ah si io la conosco, è la ragazza di/ ora è mamma” ecc. In pratica amici e/o conoscenti. Vi fa schifo? Ottimo, perché a quanto pare tutto questo rispetta gli standard della vita e del rispetto, MA un post nostro a riguardo no”.

Era solo l’inizio, concludeva l’autrice del post nel 2020. E aveva ragione. Dopo la chiusura del gruppo Facebook “Mia moglie”, oggi tocca proprio a Phica.net/eu, inaugurato nel 2005, dove decine di migliaia di uomini (si parla di 800 mila utenti) condividevano foto pubbliche di donne, spesso prese dai profili social, oppure immagini intime scattate di nascosto a mogli, figlie, suocere, conoscenti, per eccitarsi vicendevolmente dell’umiliazione delle stesse. Il sito era conosciuto ed era già stato denunciato senza risultati tangibili. Persino una petizione su Change.org ne chiedeva la chiusura.

Secondo una ricostruzione di Repubblica, dietro Phica.net ci sarebbe una struttura societaria internazionale. La società reale che gestirebbe il portale, Hydra Group Eood, ha sede a Sofia, Bulgaria, con capitale sociale di soli 50 euro e un fatturato di oltre 1,3 milioni di euro. Le ultime indagini ricondurrebberio inoltre a un gestore italiano.

Il giro d’affari era dunque molto sostanzioso e, nonostante tutte le denunce, la polizia postale si è mossa sola ora per perseguire i responsabili. Perché l’attenzione si è accesa solo ora? Se guardiamo meramente all’ordine degli eventi, la denuncia è partita da Valeria Campagna, consigliera comunale del Pd Lazio, che lo scorso 27 agosto ha scoperto le proprie foto sul sito insieme a quelle di altre colleghe e migliaia di donne ignare. Campagna ha raccontato come un’intera sezione fosse dedicata a lei, con commenti sul corpo e sulla vita privata, definendo la pratica come cultura dello stupro. Il forum ospitava anche immagini di figure pubbliche come Giorgia Meloni, Elly Schlein, Alessandra Moretti, Alessia Morani e molte altre, inclusi deepfake sessuali (immagini e video generati con l’intelligenza artificiale), organizzati in diversi spazi per ciascuna personalità. Diverse coinvolte hanno denunciato pubblicamente e formalmente la violenza digitale subita. Ma la vera ragione dell’attenzione sulla vicenda sta nel cambiamento della sensibilità pubblica rispetto al fenomeno delle violenze sessuali, soprattutto da dopo il movimento #MeToo del 2017 e del risveglio femminista che è seguito su tutti i più importanti social network. Perché di violenze sessuali si tratta, anche se online.

Daniela Mainenti, Professore Straordinario in Diritto Processuale Penale Comparato, non ha esitato a definire queste scambi di foto/video online come stupro digitale: “Ogni volta che il nome, il volto, la vita privata di una persona vengono esposti in un contesto denigratorio, si configurano ipotesi di diffamazione aggravata dal mezzo di pubblicità (art. 595, comma 3 c.p.), che la giurisprudenza della Cassazione considera pacificamente applicabile ai social network. […] Questo tipo di “stupro virtuale” — seppur non corrisponda a un reato specifico codificato — configura una pluralità di illeciti penali e, da un punto di vista giuridico, si colloca all’intersezione di più fattispecie in cui, ad esempio la Cass. pen., sez. III, 26 luglio 2021, n. 32404, ha riconosciuto la punibilità anche in caso di condivisione tramite WhatsApp di foto inviate consensualmente ma destinate alla sfera privata.”

Il fenomeno è in crescita: nel 2024 il Garante per la privacy ha ricevuto 823 segnalazioni di revenge porn, quasi triplicate rispetto all’anno precedente, con notifiche anche di fenomeni come lo stupro virtuale o i deepfake.

Questo tipo di comportamenti predatori non sono certo una novità. Internet e l’AI hanno solo amplificato, ma non hanno dato origine, a comportamenti di consumo dei corpi delle bambine, ragazze e donne che sono popolari da millenni. Può cambiare il formato del prodotto e la tipologia del consumo, non cambia il fatto che si stiano usando le donne come un prodotto da consumare.

Come racconta la testimonianza di una donna condivisa sulla pagina Facebook Alpha mum:

“Qualche mese fa, mio marito spontaneamente, non assolutamente pentito, o per chiedermi aiuto, mi ha raccontato che aveva caricato su un sito web foto mie intime (che avevo inviato a lui) o anche fatte di nascosto dove uomini caricavano foto delle mogli. […] Quello che ho letto su di me è stato agghiacciante. Chiaramente ha rimosso tutti i contenuti subito! Ho due figli. Lui in questi mesi in cui ho cercato per il bene della famiglia di capire se potesse passarmi, non ha fatto altro che sminuire il gesto. Dirmi che sono esagerata, che era un gioco, che l’ha fatto per vantarsi per la mia “bellezza” e che ora che ha capito, non sarà più così morbosamente preso da me, che io non apprezzo la sua sincerità…Vorrei dire che quasi mi sono sentita sbagliata. […] Non mi lascia neanche la possibilità di stare sola perché non vuole andare via e non ho dove andare.” In questa storia si ritrovano le stesse dinamiche di colpevolizzazione della vittima, trasformazione dell’abuso in “gioco innocente” o addirittura in prova d’amore.

“Sono solo fantasie”, dicono alcuni. Tutti e tutte abbiamo desideri sessuali, ma l’educazione patriarcale istruisce gli uomini, in primo luogo, a concepire il sesso come sfoggio di potere nelle relazioni tra pari, e le donne come oggetti sui quali esercitarlo. Chi conquista più corpi, chi li esibisce, chi li umilia: tutto questo diventa capitale simbolico e segnale di status. Gli stupri di gruppo sono riti di lealtà in cui i legami tra uomini si rafforzano contro e attraverso le donne. Il corpo femminile diventa, quindi, un mezzo per consolidare identità e alleanze tra maschi. Nei diversi siti e blog, scopriamo che gli utenti non cercano solo eccitazione, ma approvazione, legittimazione reciproca e appartenenza.

In questo contesto non ha senso, come fanno molti, lanciarsi in panegirici sul consenso: è dall’assenza di volontà delle donne di partecipare a queste “attività” che si scatena l’eccitazione sessuale del branco. Questo rende inutile, superfluo e anche un po’ ottuso ribadire che con il consenso si può fare tutto, o, peggio ancora, che lo stupro è sesso senza consenso. Tutte le forme di violenza sessuale, come questi esempi digitali, oppure gli stupri coniugali, o anche le molestie per strada, sono esercizio di potere e pratiche di tortura che nulla hanno a che vedere con il sesso e il piacere. Senza contare che il consenso può essere manipolato ed estorto, e che non si sostituisce alla volontà di consumare un rapporto, né al desiderio sessuale. Continuare a confondere sesso e stupro, lascia intendere che la gravità dell’atto dipenda da come la vittima lo interpreta, invece che dalla violenza intrinseca dello stesso. Piacere e violenza non sono separati da un semplice sì o no: sono opposti e incompatibili.

Questa apprensione nel ribadire l’importanza del consenso per non passare per bacchettoni anche quando si parla di atti gravissimi, come mariti e padri che danno in pasto ad altri online foto delle mogli e figlie, anche di 5 anni, denota come minimo confusione culturale, che si riflette anche sul piano legislativo.

In un’intervista al Fatto Quotidiano Silvia Semenzin, sociologa e tra le principali promotrici della legge che ha introdotto il reato di Revenge Porn in Italia, ha parlato di come a smascherare questi gruppi siano principalmente attiviste che si registrano come uomini: nessuna iniziativa istituzionale. Semenzin fa notare come tutti i tentativi per criminalizzare siti come Phica.net sono falliti e di come una generale carenza di normativa continui ad esporre le donne a violenza senza nessun tipo di tutela legale.

“La legge al momento è assolutamente incompleta. [La norma contro il Revange Porn] È un articolo striminzito, copiato male dall’articolo sullo stalking che sostanzialmente dice che verrà punito con 7 anni di carcere e salatissime multe chi condivide senza consenso il materiale intimo di qualcun altro. Inoltre è onere della vittima dimostrare il dolo specifico della violenza. La vittima deve dimostrare che chi ha inviato quelle foto l’ha fatto con l’intenzione di causare un danno. Questa violenza, nella maggior parte dei casi, non avviene fra due persone, ma tendenzialmente ha la matrice del gruppo. Se tu trovi le tue foto su Phica.net, per esempio, come fai a dimostrare che una persona le ha messe per danneggiarti se non sai chi è stato? E soprattutto come fai a denunciare gli altri? Senza contare che non si fa alcun riferimento alle tecnologie e a come tutta questa violenza sia in una dimensione digitale. Addirittura la legge parla di aggravanti nel caso di donne in gravidanza e non cita i minori. Ma perché dovrebbe essere un aggravante se sei incinta? È stato visto che nell’80% dei casi le vittime non ricevono giustizia quando denunciano, vuol dire che la legge non sta funzionando.”

L’umiliazione e la violenza che deriva da questi atti, oltre alle ricadute psicologiche sulle vittime, possono avere come conseguenze la perdita del lavoro, l’isolamento sociale e la rottura dei legami affettivi. Lo stigma della puttana è ancora vivo ed è un’arma potente per tagliare le gambe alla reputazione sociale di qualsiasi donna.

La normativa è insufficiente: lo è non solo quella sul Revenge porn, ma anche quella sullo stupro, sul femminicidio, sulla violenza domestica, sullo stalking per non parlare delle leggi sull’affido condiviso, dove il carnefice diventa lo Stato stesso, obbligando donne e bambini a rapporti forzati con uomini maltrattanti.

Il punto è politico: il legislatore continua a fingere che il diritto sia neutro, quando in realtà il sistema legale tutela un ordine sociale patriarcale e maschilista. Ammettere che esiste una gerarchia di potere fra i generi significherebbe doverla smantellare; e accogliere davvero i bisogni di donne e bambini vorrebbe dire riscrivere l’ordinamento dalla Costituzione in giù.

La crisi della democrazia in occidente è attraversata anche dai conflitti di potere tra uomini e donne, con queste ultime che cercano di occupare più spazio e guadagnare più autonomia e una grande parte del mondo maschile che risponde arroccandosi nel reazionario, nella misoginia più becera, isolandosi e difendendo spazi dove continuare a esprimere odio e violenza contro le donne. Soprattutto per continuare a definirsi in contrapposizione ad esse. Come ha scritto un utente su Facebbok: “Cosa spinge un uomo a rubare uno scatto ad una sconosciuta sulla spiaggia e condividerla in un forum di gente che fa altrettanto? […] È l’odio, ragazze. Questi vi odiano. E vi odiano sul serio. E sapete perché? Perché gli avete tolto l’insindacabilità della scelta. La supremazia indiscussa del decidere”.

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