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Mi guarderei bene dal mandare in soffitta l’espressione “sinistra”, non fosse altro per collocare su qualche lato di una piazza ed in specie di un emiciclo o sala parlamentare gli esponenti che non la pensano né con un centro né con una destra, quest’ultima oggi tanto pervasiva al di qua come al di là delle sponde atlantiche. Pongo quindi una condizione: sinistra è se sussiste un sistema di tipo democratico fondato sulla libertà politica, con rappresentanze di pensiero esprimibili in Parlamento; ovvero l’evoluzione che la polis ed il gioco democratico per il governo della cosa pubblica conseguirono con il potere di formazione delle leggi. Il malanno pertanto non risiede affatto nel segno denominato “sinistra”, bensì nei contenuti che dovrebbe caratterizzare senza ambiguità quel luogo politico.
L’articolo 3 della Costituzione
Non potendo entrare come detto nei dettagli filosofici dei vari filoni, io porrei l’aspetto maggiormente caratterizzante del pensiero di sinistra – semplicemente illuminato da Norberto Bobbio – tanto nel diritto di uguaglianza dei cittadini quanto nella tensione verso una società egualitaria. Tale assunto trova legittimità in Italia rispettivamente nei due commi dell’articolo 3 della Costituzione: qui non solo viene scolpita nel granito l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge senza distinzione personale o sociale di sorta; ma viene altresì assegnato alla Repubblica il compito (quanti richiami presidenziali mancati in quasi 78 anni?) di rendere concretamente praticabile l’esercizio di promozione e di partecipazione dei lavoratori (vedi articolo 1 della Costituzione) alla gestione politica, economica e sociale del paese. Questo è in mirabile sintesi essere di sinistra.
L’interesse collettivo
Da qui, “l’equilibrio fra interesse collettivo e libertà individuale” a mio avviso si risolve, a sinistra, nel senso che qualora l’esercizio della proprietà (privata in forma individuale o societaria) vada a ledere o comunque a comprimere l’aspirazione egualitaria di un cittadino terzo o a maggior ragione l’interesse collettivo, saranno questi ultimi a prevalere, in ragione di quel fondamentale principio. Il concetto sottostante a detta soluzione alberga in un processo dinamico – di progresso – comune e solidale, volto alla promozione dell’individuo (secondo le sue più o meno spiccate abilità) e, contestualmente, della collettività. Piaccia o meno, siamo perfettamente all’interno di una lettura costituzionalmente orientata (e mai praticata).
Certamente il concetto di “interesse collettivo” in una complessa contemporaneità deve assumere una fisionomia al passo; prendendo l’esempio delle Grandi Opere pubbliche, l’utilità sociale e la fruizione diffuse andranno severamente contemperate con una valutazione di fattibilità su più fronti e quindi asseverata da compatibilità con la sicurezza a tutto tondo, con l’ambiente e con la salvaguardia degli ecosistemi circostanti.
Mediare?
Partendo da questi basilari concetti di pari dignità e opportunità sociali, ne discende la difesa sul campo dei diritti da cui lo Stato non può prescindere: salute, lavoro tutelato, formazione, equa retribuzione, casa, accoglienza e promozione sociale degli stranieri; partecipazione proporzionata alla fiscalità.
E, certo, il cammino va a scontrarsi con determinati interessi, dei cosiddetti “poteri forti”, grandi corporation finanziarie, energia e comunicazione: ma ciò non mi sembra un motivo plausibile per inclinarsi verso soluzioni mediate, che in ultima analisi contraddicano e tradiscano l’essere sinistra. La diade costituita da una “destra” e da una “sinistra”, implica di per sé il conflitto. Oggi ci troviamo ad una impasse proprio per il travaglio di una cinquantennale epopea di compromessi sociali sempre o quasi al ribasso. Scelta che si è tradotta in uno sbriciolamento delle forze di progresso e in un indebolimento dei diritti civili e sociali.
Una visione universalistica
Concordo con la riflessione secondo cui le vicende internazionali visibili e soprattutto non, attraverso i grandi network, rappresentano il paradigma di una disumana débâcle delle classi subalterne, addirittura con la negazione del diritto come strumento di negoziazione commerciale e regolazione delle controversie: Trump ha almeno il pregio (si fa per dire) di far comprendere anche alle menti più refrattarie che vale la legge della forza. I salti da gambero compiuti nei decenni costringono intanto ad una rielaborazione interna del pensiero di progresso, cercando i punti valoriali di unità. Contestualmente è vitale l’azione sinergica, il dialogo, il confronto con le espressioni a sinistra dei popoli, non solo europei ma anche di realtà in apparenza a noi lontane: mi riferisco agli esempi del Sud-Est asiatico e del Centro America. In un mondo ormai interconnesso al minuto secondo, l’approccio e l’azione non possono non essere di genere universalistico, l’uno dipende dal tutto.

