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“Chiamando genocidio un genocidio, Andor ha appena fatto la sua dichiarazione politica più forte” titolava The Guardian all’uscita degli episodi 4-5-6 della seconda stagione della serie Andor, la celebre serie TV di Star Wars. Insomma, nella galassia “far, far away” qualcuno ha finalmente avuto il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. E tanto è bastato affinché quel termine risuonasse anche nella galassia “very, very close”, ossia la nostra.
Tutto nasce dal discorso della senatrice Mon Mothma – rivolto ad un Senato sempre più incapace di controbilanciare e riconoscere le manipolazioni dell’imperatore Sheev Palpatine. È il giorno dopo il massacro di Ghorman – pianeta occupato dall’Impero Galattico – dove l’esercito imperiale ha represso nel sangue una protesta degli abitanti locali, i ghor. Davanti a un’aula ostile e ideologizzata, Mon Mothma afferma senza giri di parole: “Ciò che è accaduto ieri a Ghorman è stato un genocidio ingiustificato! Sì! Genocidio”.
La reazione del Senato non si fa attendere. Non contro l’Impero, badate, ma contro Mon Mothma! Come osava definirlo “genocidio”? I ghor, in fondo, non erano vittime, ma provocatori arroganti, terroristi, una fastidiosa anomalia da rimuovere per garantire “pace e sicurezza” nella galassia — quella stessa pace restaurata dall’Impero dopo il caos della guerra civile (le Clone Wars). Nell’immaginario politico di quel Senato, il massacro non era un crimine, ma una risposta necessaria ad un presunto (e falso) attacco da parte dei ghor contro alcuni ufficiali dell’impero. E Mon Mothma? Non ci è difficile immaginare che, in qualche talk-show imperiale, anche quei giornalisti su cui cui si pensava di poter riporre qualche speranza – che rende la delusione ancor più amara – avrebbero definito le sue parole “scabrose”, come se si trattasse di mere battaglie terminologiche.
Peccato che quegli stessi senatori dell’impero ignorassero, in quel momento, che il genocidio dei ghor avesse uno scopo ben preciso: svuotare il pianeta Ghorman per facilitare l’estrazione di un preziosissimo minerale, indispensabile per alimentare l’arma più distruttiva della storia: la Death Star. Sì, quella stessa che Luke Skywalker farà saltare in aria nella trilogia classica. Ora, viene da chiedersi: quando poi l’Impero è crollato, che fine hanno fatto quei senatori? Saranno corsi a riscrivere i verbali delle sedute in aula? Hanno rilasciato interviste dicendo di aver sempre “dubitato profondamente” delle scelte imperiali? Chissà, sarebbe uno spin-off interessante.
Ma torniamo a noi: com’è possibile che tanti senatori, e una larga parte dell’opinione pubblica imperiale, non siano rimasti sconvolti dal massacro — anzi, dal genocidio — di Ghorman? Andor ce lo mostra con una chiarezza spietata. Prima che si consumasse il genocidio, i funzionari del Ministero dell’Illuminazione spiegavano ad alcuni ufficiali senior dell’impero come questi fossero impiegati da tempo in una sottile propaganda volta a disumanizzare i ghor: “vi siete mai chiesti perché i ghor suscitino un senso di fastidio un po’ a tutti?”, chiede uno dei funzionari del Ministero dell’Illuminazione. A incalzarlo è il collega, che rincara la dose con un ghigno perfido: “l’anno scorso, quando le rotte di navigazione vennero chiuse, quanto sarebbe stato difficile per i ghor semplicemente accettare le ispezioni imperiali che la maggior parte degli altri pianeti accoglie senza problemi? Non sembrava forse che i ghor stessero facendo quello che fanno sempre, ossia mettere se stessi al primo posto? Davvero un ispettore navale doveva morire per difendere l’orgoglio di Ghorman?”
Questo esempio rifletteva come il Ministero fosse impegnato a suggerire non solo che vi fosse qualcosa di intrinsecamente sinistro nei ghor, ma anche a un sofisticato ribaltamento della realtà: le ribellioni dei ghor ad un’occupazione imperiale sempre più oppressiva e violenta venivano descritte come delle insurrezioni ingiustificate, egoiste e arroganti. È qui che la propaganda si mostra in tutta la sua efficacia: non ti dice cosa pensare, ma ti fa credere che quello sia sempre stato il tuo pensiero. Il funzionario prosegue: “con le idee giuste, seminate nei mercati giusti, nella sequenza giusta, possiamo trasformare questa opinione galattica in un’arma.” E così il gioco era fatto: i ghor non erano vittime, ma elementi destabilizzanti. Bastava poco, a quel punto, per convincere cittadini e senatori che la vera minaccia alla “pace e alla sicurezza” non fosse l’impero… ma i ghor, collettivamente. I ghor, in quanto tali, perché intrinsecamente violenti, egoisti e pericolosi.
Ed è per questo che Mon Mothma, nel suo disperato intervento davanti al Senato, mette il dito nella piaga più dolorosa: “tra tutte le cose a rischio, la perdita di una realtà oggettiva è forse la più pericolosa. La morte della verità è la vittoria finale del male. Quando la verità ci abbandona, quando la lasciamo scivolare via, quando ci viene strappata dalle mani, diventiamo vulnerabili all’appetito di qualsiasi mostro urli più forte.”
La verità, nella retorica plasmata dal Ministero dell’Illuminazione, era diventata un bene di lusso. L’opinione pubblica a Coruscant (la capitale), inclusa quella dei senatori, era stata addestrata ad adeguarsi ad una verità comoda. Quella che non turba la digestione e, soprattutto, non rovina le carriere. Intanto, mentre i funzionari della propaganda affinavano l’ingegneria della percezione e delle opinioni, i senatori si compiacevano della propria sobrietà emotiva: in fondo, l’Impero era garante dell’ordine, prosperità e mercati stabili, oltre ad offrire una versione dei fatti già pronta per la colazione. A Mon Mothma, dopo l’intervento in Senato, non restava che una scelta: abbandonare l’illusione di poter cambiare il sistema dall’interno e unirsi a quella che, in quel momento, era ancora la segreta Alleanza Ribelle.
Ghorman come Gaza
Dopo la messa in onda dell’episodio, un’ondata di utenti — sui social media, blog e forum — ha cominciato a notare alcune similitudini tra il genocidio di Ghorman e quello in corso a Gaza. Ma come sottolinea anche The Guardian, la scena in questione era stata scritta circa due anni prima dell’uscita della seconda stagione di Andor, dunque diversi mesi prima di quel tragico attacco del 7 ottobre 2023 compiuto da Hamas. E allora sorge la domanda: com’è possibile che Ghorman ricordi, per diversi aspetti, ciò che accade oggi a Gaza?
La risposta va ricercata non nel “presentismo”, ma nei meccanismi stessi dei genocidi. Come ben documentato nella letteratura dei genocide studies, ogni genocidio richiede una fase preparatoria di disumanizzazione sistematica: senza la costruzione di un immaginario collettivo in cui le vittime diventano “subumane”, “intrinsecamente minacciose” o “colpevoli”, compiere un genocidio diventa politicamente rischioso, oltre che psicologicamente e socialmente inaccettabile.
Questo meccanismo — illustrato con lucidità nella serie Andor — non è un’invenzione narrativa, ma una dinamica ricorrente nella storia, che fa eco a ciò che vediamo a Gaza oggi, come lo fa ai genocidi di ieri. Se ci ricorda Gaza, è perché questo genocidio lo stiamo osservando nel presente. Ogni genocidio è irripetibile nella sua configurazione storico-ideologica, nella sua portata e nelle ferite indelebili che lascia ai sopravvissuti e alle generazioni che ne discendono. Tuttavia, a precedere quelle tragedie troviamo sempre la feroce pratica della disumanizzazione sistematica. La vediamo nella definizione dei Tutsi come “scarafaggi” durante il genocidio ruandese; nella disumanizzazione sistematica degli ebrei definiti come “parassiti” da estirpare da parte del macabro regime nazista; nella visione degli armeni come “traditori” alla vigilia del loro sterminio, e oggi, lo riscontriamo nel lessico con cui autorevoli figure politiche e militari descrivono il popolo palestinese, negandone l’umanità, legittimità politica e persino l’identità collettiva.
Durante il primo anno del genocidio a Gaza, l’antipalestinismo si è diffuso in maniera talmente capillare nei media – tra talk-show, editoriali di “grandi giornali” e narrazioni sui social media – da diventare una sorta di “nuova normalità”. Nessuna reazione forte, per esempio, quando in una trasmissione televisiva, un giornalista chiese – con tono tragicamente serio – perché i palestinesi abbiano costruito qualcosa che potesse ospitare razzi, anziché un McDonald’s. Una domanda che, in qualsiasi altro contesto, avrebbe suscitato un misto di imbarazzo e indignazione. In quello studio, nonostante il timido tentativo della conduttrice di correggere almeno le imprecisioni più grottesche come “Gaza è libera”, le parole sono scivolate via senza le necessarie conseguenze, come se queste uscite fossero parte di un legittimo e sano dibattito geopolitico.
La speranza
Ma tornando alla galassia “far, far away”, uno degli ingredienti fondamentali che tengono insieme l’intero universo di Star Wars è, per quanto possa inizialmente sembrare stucchevole, la speranza. Se nella trilogia originale vediamo l’Alleanza Ribelle già bella organizzata, Andor ci riporta al momento in cui la ribellione era ancora un insieme di cellule sparse, diffidenti l’una dell’altra, piene di paranoici, idealisti, indecisi, doppiogiochisti e nessun Jedi a sistemare le cose con una spada laser. Una ribellione dal basso, sporca, umana, fatta più di compromessi morali – talvolta anche molto discutibili – che di medaglie e riconoscimenti. Ed è in questo contesto che scopriamo che la famosa frase “Rebellions are built on hope” – che verrà ripetuta dopo da Jyn Erso, Cassian Andor, e persino da Leia Organa anni dopo – non nasce da chissà quale conferenza strategica, né da qualche massima del Maestro Yoda. No. Viene pronunciata per la prima volta da un giovane receptionist di Ghorman. Non un Jedi, non un generale della ribellione, ma un tizio qualunque che, poco prima del un genocidio contro il suo popolo, osa affermare che la speranza sia ancora possibile.

Ed è la stessa speranza idealista e ostinata, che muove anche Nemik, il giovane che scrive il Manifesto destinato a circolare tra chi non comanda nulla, ma può cambiare tutto. Nemik, quello con troppi pensieri, troppo chiari e troppo giusti. Quello che oggi sarebbe liquidato come “troppo giovane per capire”, ricordato più dalle persone comuni che dagli stessi vertici dell’Alleanza Ribelle, anch’essi talvolta distanti dalle radici popolari della ribellione.
Ma forse è proprio questo il punto. In Star Wars, la speranza raramente arriva dai vertici del potere: non dai Maestri Jedi arroccati nei loro dogmi ideologici, né dai generali con qualche strana ossessione con la disciplina e l’ordine. La speranza vera nasce altrove: da chi ha perso tutto, da chi ha conosciuto il lato peggiore della galassia e sceglie, più o meno consapevolmente, di credere in qualcosa. E di resistere. Nasce da un receptionist su Ghorman, o da un giovane contadino di Tatooine che decide di credere che suo padre possa ancora redimersi.
Perché Luke, a differenza dei suoi saggi maestri, rifiuta il piano di uccidere Darth Vader. Non segue la via tracciata da Obi-Wan e Yoda, i quali – per quanto nobili – erano comunque figli di un Ordine che aveva fallito, che si era lasciato corrompere e manipolare proprio da ciò che più temeva. Luke fa qualcosa di impensabile, che salva non solo se stesso ma anche l’intera Galassia: ascolta la Forza, non il Consiglio dei saggi. Luke disobbedisce…e lo fa perché spera in qualcosa – e quel qualcosa, badate, è la riumanizzazione di suo padre. E in quella scelta apparentemente folle e incosciente, fatta di compassione, speranza e ribellione, c’è forse il cuore autentico di tutta la saga: la speranza come atto di resistenza e di insubordinazione. Non come mero stato d’animo.
Per questo è impossibile, oggi, non pensare a quella nave — la Freedom Flotilla — salpata pochi giorni fa dalla Sicilia e diretta a Gaza per rompere l’assedio. Quella nave non trasporta solo medicine e aiuti umanitari. Trasporta speranza. A bordo ci sono degli eroi, fra cui anche Greta Thunberg, da anni spina nel fianco di chi preferisce attaccare lei anziché confrontarsi con la propria mediocrità morale. ll loro rancore non è verso Greta, ma verso la consapevolezza di sé stessi che la presenza di quella giovane donna impone, uno specchio in cui si riflette il proprio conformismo e la propria codardia.
Come disse Harrison Ford — il nostro amatissimo Han Solo — alla UN Climate Action del 2019 in merito ai movimenti giovanili per il clima: “They are the young people whom frankly we have failed. Who are angry, who are organized, who are capable of making a difference, they are a moral army, and the most important thing we could do for them is to get the hell out of their way.”
Che le Forza sia con loro, sempre.
PS. Se sei arrivato fin qui, fermarti ora sarebbe come spegnere la TV prima della battaglia tra Obi-Wan e Anakin su Mustafar. Guarda il video in basso, merita il tuo tempo e “sentirai” l’articolo. Capirai.
Manifesto di Nemik (in italiano):
“Verranno tempi in cui combattere sembrerà impossibile. Di questo ne sono certo. Da soli, sfiduciati, sovrastati dalla grandezza del nemico. Rammentate questo: la libertà è un’idea pura. Si manifesta spontaneamente, senza imposizioni. Atti casuali di insurrezione stanno avvenendo ovunque nella galassia. Interi eserciti, battaglioni, non hanno idea di essersi già arruolati per la causa. Rammentate che la frontiera della ribellione è ovunque. Anche il più piccolo atto di insurrezione spinge le nostre linee più avanti. E poi rammentate questo: il bisogno di controllo dell’impero è così disperato perché innaturale. La tirannia richiede sforzi costanti, tende a incrinarsi e a rompersi. L’autorità è fragile. L’oppressione è la maschera della paura. Rammentatelo. E sappiate questo: verrà il giorno in cui queste schermaglie, queste battaglie, questi lampi di rivolta romperanno gli argini dell’impero e ad un certo punto ve ne sarà uno di troppo. Uno solo di essi porrà fine all’assedio. Rammentate questo. Ribellatevi.”

