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Prato – Sono arrivati a Piazza Europa, alle 14 del 6 marzo, i lavoratori iscritti al sindacato SUDDCobas e hanno cominciato a picchettare le loro tende. Hanno fatto come decine e decine di altre volte davanti alle fabbriche del Macrolotto pratese, sindacalisti e lavoratori che ormai da oltre otto anni portano avanti le lotte degli migranti, per lo più pakistani, che vivono e lavorano in una delle città più multietniche d’Italia, dove un residente su quattro è straniero. E dove, proprio per questo, il Comitato Remigrazione e Riconquista ha deciso di far tappa dopo Brescia, Piacenza, altri centri industriali e logistici nei cui capannoni si parlano le lingue di tutto il mondo.
I guardiani della Riconquista
Il Comitato, fondato da CasaPound Italia, Rete dei Patrioti, VFS e Brescia ai Bresciani e a cui stanno aderendo molti movimenti identitari locali, ha lanciato una legge di iniziativa popolare – intitolata “Remigrazione e Riconquista” – che ha raccolto in poche settimane già 130mila firme. Per remigrazione intende “il rientro volontario e assistito degli stranieri regolarmente presenti sul territorio nazionale nei Paese di origine”. Tra le altre cose, propone di abrogare la programmazione annuale dei flussi per motivi di lavoro, “di ripristinare il riconoscimento della cittadinanza iure sanguinis senza limiti generazionali per i discendenti di cittadini italiani” (art. 16) e di istituire un Fondo per la Natalità Italiana (art.17). La proposta di legge, di matrice eugenetica, si pone fuori dai parametri costituzionali e del diritto internazionale. In particolare, per via di uno dei principi generali (art.2), che afferma che per lo Stato italiano, “principio inderogabile, non esiste un diritto intrinseco a migrare, inteso come facoltà del singolo individuo di abbandonare la propria nazione di origine per stabilirsi liberamente in un’altra.”Un’affermazione contraria non solo all’articolo 3 della Costituzione italiana, ma anche all’articolo 13 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, e alla Convenzione Internazionale sulla Protezione dei Diritti di Tutti i Lavoratori Migranti e dei Membri delle Loro Famiglie e i principi base dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro.
Nella proposta di legge è previsto il contrasto all’immigrazione irregolare e allo sfruttamento dei lavoratori stranieri: una facile strizzata d’occhio in città come Prato dove esistono innegabilmente anche problemi legati ad alcuni settori di popolazione immigrata, specie dalla Cina. Le connivenze, anche di stampo mafioso, fra imprenditoria straniera ed italiana sono state più volte esposte negli ultimi anni. Si tratta, comunque, di una tema che fa leva sulla cittadinanza in realtà economiche, come quella pratese, in cui il lavoro sommerso è un dato strutturale, da ben prima delle migrazioni cinesi. Senza contare, poi, il paradosso dato dalla pretesa di contrastare il lavoro sfruttato privando ulteriormente di diritti, ed escludendoli per sempre da quelli politici, coloro che sono sfruttati.
A Prato, è stata l’associazione Etruria 14, conosciuta per lo più per le ricorrenti rievocazioni nostalgiche di gerarchi e simili e definita fascista dalla CGIL, ad annunciare e promuovere l’iniziativa di piazza. Oltre a loro, Claudiu Stanasel, l’ex vice presidente del consiglio comunale e candidato a sindaco della città per la Lega, vicino alla corrente di Roberto Vannacci. Stanasel, di nazionalità rumena, è un perfetto candidato token: la sua presenza aiuta a smentire la presupposta matrice xenofobica delle politiche leghiste.
La data scelta è stata provocatoriamente il 7 marzo, anniversario del rastrellamento nazifascista avvenuto nel 1944 durante il quale 133 operai in sciopero furono arrestati dalle strade e dalle fabbriche, imprigionati nel Castello dell’Imperatore in Piazza delle Carceri, per poi essere deportati nei campi di concentramento di Mauthausen ed Ebensee. Solo 18 fecero ritorno a casa.
Remigrazione: da migrazione di ritorno a deportazione
Nella sociologia delle migrazioni, remigration (o re-migration) è sempre stato un sinonimo di return migration, migrazione di ritorno, cioè il rientro nel Paese di origine dopo un periodo trascorso all’estero, spiega Giulia Marchetti, cittadina pratese e ricercatrice per conto dell’australiana Edith Cowan University.
“Sebbene la migrazione dovrebbe rientrare nella più ampia categoria della mobilità, spiega la sociologa, nel discorso contemporaneo si è affermata una contrapposizione tra mobilità (delle élite) e migrazione (dei lavoratori); una dicotomia che ripropone tutte le disuguaglianze economiche e sociali su scala nazionale e globale. Prosegue Marchetti: “Questa risemantizzazione politica ha riguardato qualche decennio fa anche il termine expat (da expatriate) che nel discorso pubblico ha finito per indicare qualcosa di diverso dal suo significato originario: non più semplicemente una persona che vive all’estero, ma implicitamente un migrante occidentale privilegiato che vive all’estero.”
Se appunto gli immigrati provenienti dal mondo occidentale e privilegiato, provvisti di visto e passaporto forte, sono diventati expat, il termine “remigration” è stato cooptato dall’estrema destra europea. “Nei contesti politici ed extra-politici europei della destra radicale,” prosegue Marchetti citando il lavoro del giornalista Valerio Renzi, remigration oggi indica un progetto politico di allontanamento su larga scala delle popolazioni migranti, per contrastare la sostituzione etnica.
Remigrazione & Great Replacement Theory
Nel 2019 c’era già stato, a Prato, un tentativo da parte dell’estrema destra di manifestare in città: un corteo di Forza Nuova celebrava il centenario della costituzione dei fasci di combattimento e si proponeva, contemporaneamente, di salvare l’Italia dall’invasione dei migranti. In quella circostanza, un appello per impedirne lo svolgimento raccolse più di 15mila firme in pochi giorni; il corteo non fu autorizzato dalle forze dell’ordine, sebbene si tenne lo stesso, concludendosi in scontri; le forze antifasciste diedero vita a una manifestazione unitaria in Piazza delle Carceri partecipata da oltre 5mila persone.
Tutto ciò che è accaduto in questi 7 anni ha cambiato volto alla realtà. Una delle differenze è che l’estrema destra oggi è al governo del Paese. Quella più grande è che le idee xenofobe, già normalizzate presso la popolazione, anche con il grave concorso di forze politiche che oggi sono di opposizione o si professano di sinistra, adesso stanno cercando di diventare egemoniche.
L’idea della remigrazione, risemantizzata dall’estrema destra europea, affonda di fatto le radici nella retorica della Grande Sostituzione (Great Replacement Theory), che fornisce il quadro centrale per il movimento globale della supremazia bianca: è la teoria secondo la quale l’identità occidentale bianca sarebbe minacciata dai massicci flussi migratori di popolazioni extraeuropee. Concentrato di xenofobia pura e semplice, sulla base dell’ansia demografica, è una visione che fomenta odio e razzismo, promossa negli Stati Uniti a partire dal 2017 da commentatori conservatori quali Tucker Carlson e avallata dallo stesso Charlie Kirk e rilanciata da Steven Miller e Steve Bannon, stratega numero 1 dell’alt-right e, fra le altre cose, grande amico di Jeffrey Epstein.
Dopo la recessione del 2008 e l’elezione di Barak Obama alla Presidenza, anche grazie al lavoro di Bannon, l’asse del Partito Repubblicano si è spostato sempre più a destra. Ci sono stati tentativi di fermarne l’avanzata. Lo stesso ex Presidente George W. Bush ha condannato la teoria della Grande Sostituzione definendola “una blasfemia contro il credo americano”.
Nonostante essa abbia motivato diversi attacchi terroristici, – fra i più gravi l’attacco alla sinagoga del 27 ottobre 2018 a Pittsburgh, con 11 morti, e la strage alla moschea e al centro islamico di Christchurch in Nuova Zelanda nel 2019, con 51 morti – non per questo ha dissuaso la nuova classe politica dal perseguirla. Già nel giugno del 2022, infatti, un sondaggio del Southern Poverty Law Center e di Tulchin Research, esaminando in che misura le convinzioni e le narrazioni estremiste che mobilitano l’estrema destra erano state assorbite, rivelava che la metà dei Repubblicani credeva alla Great Replacement Theory: quelle idee minoritarie e paranoiche avevano preso campo, nonostante avessero motivato stragi negli Stati Uniti e altrove.
Le parole sono importanti e lo sa bene la destra americana che da anni ha fatto della diffusione della lingua dell’odio un punto centrale delle proprie cultural wars. Già nel 2002 Frank Luntz diffuse una comunicazione interna al Partito Repubblicano con una lista di parole da non usare mai, aggiornata nel 2006 in “The 14 Words Never to Use”. Tra queste, c’erano “globalizzazione”, “global economy”, mentre da preferire era “economia di libero mercato” e illegal alien da preferire a “lavoratori senza documenti”. Soprannominate le framing wars, tale cooptazione del linguaggio è stata un passaggio centrale, per esempio, nella progressiva criminalizzazione di tutti i migranti (con o senza documenti) negli Stati Uniti. Per questo, l’eliminazione orwelliana di una lista di parole dai documenti del governo federale (università incluse) è stata uno dei primi atti dell’Amministrazione Trump per combattere l’ideologia “woke”, ma anche per sancire il passaggio definitivo ad una nuova era autoritaria.
Un progetto padronale, al quale si risponde con la lotta
Al Remigration Summit tenutosi nel maggio 2025 a Gallarate in provincia di Varese, il primo in Europa dedicato alla remigrazione, il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, ha invitato a “non avere paura di idee forti.” Dagli Stati Uniti all’Italia, la “globalizzazione delle loro teorie,” per usare un termine che odiano ma che ben gli si addice, produce effetti anche qui, fra le proposte di legge popolare e i tentativi di occupare le piazze.
Ma se quella nei confronti dei pratesi voleva essere una patente provocazione, la città, sabato 7 marzo, non si è fatta trovare impreparata.
Già il 28 febbraio, in un’assemblea vivace e partecipata di realtà politiche, movimenti e associazioni, la rappresentante di Toscana Rossa Antonella Bundu aveva lanciato l’allarme e invitato alla reazione: “La politica della remigrazione è quanto di più vicino alle leggi razziali”, aveva spiegato, auspicando “un unico blocco al fascismo in questo momento”.
Già consigliera comunale a Firenze, con la lista Toscana Rossa, Bundu è stata protagonista di un importante exploit elettorale alle ultime elezioni regionali; tuttavia, a causa di una legge elettorale specialmente penalizzante verso le candidature non di coalizione, è rimasta esclusa dal Consiglio regionale, nonostante sia stata più votata di diversi altri consiglieri eletti. Le preferenze personali che ha ricevuto avrebbero infatti di per sé superato il quorum, ma quelle alla sola lista si sono fermate un pelo prima. Toscana Rossa ha fatto ricorso al TAR, che ha respinto la loro richiesta; la lista ricorrerà ora anche al Consiglio di Stato.
Nel frattempo, Bundu si sta facendo carico di promuovere, partendo dalla Toscana e dai legami territoriali, ma con una immediata proiezione verso il territorio nazionale, un incontro di forze e personalità di taglio radicale, fortemente schierato per i diritti di lavoratori, immigrati, donne, giovani, conflittuale sebbene non antagonista, aperto al mondo e alle sollecitazioni internazionali, con un occhio attento alla solidarietà verso i popoli.
È stato proprio in occasione dell’assemblea di Firenze che realtà come il Collettivo exGKN, SUDD Cobas e altre hanno affermato l’importanza di impedire che la piazza di Prato divenisse appannaggio dell’estrema destra.
“La remigrazione è un progetto finanziato dal Capitale internazionale”, ha spiegato in quell’assise Francesca Ciuffi (SUDDCobas), in quanto riguarda in primis i principali soggetti che compongono il proletariato e la classe lavoratrice in Italia: gli immigrati e le immigrate. “È orientato a tenere in scacco la classe lavoratrice, a farla vivere con la paura delle deportazioni, a tenere la testa bassa rinunciando a tutte quelle conquiste che in questi anni si sta prendendo”, facendo riferimento alle lotte vincenti – che abbiamo raccontato su Kritica – ottenute dai lavoratori immigrati sindacalizzati nel territorio pratese.
Dal pomeriggio del 6 marzo, dunque, guidati dai SUDDCobas, attivisti del Comitato 25 aprile, Collettivo ex GKN, NUDM Prato, circa un centinaio di persone, hanno occupato la piazza che era stata, sulla carta, concessa all’estrema destra. Nonostante le minacce di sgombero e fermi preventivi, per trenta ore “Piazza Europa Antifascista ha sfidato il nuovo decreto sicurezza”, costringendo la Questura a spostare in altra piazza la manifestazione del Comitato Remigrazione e Riconquista.
Il sindacato, mai sgomberato da Piazza Europa, ha rivendicato una vittoria della Prato operaia libera e antifascista.
Presenti e in sciopero, nonostante le difficoltà dovute al Ramadan (il 6 mattina c’è stata un’assemblea pubblica subito dopo l’iftar), ci sono tanti lavoratori stranieri. Sono loro, d’altra parte, le prime vittime della proposta di legge. Un attacco al mondo del lavoro multietnico, ma soprattutto alla solidarietà tra chi è sfruttato e chi non accetta che lo sia, tra chi subisce la violenza razzista e chi la combatte.
Spezzare la solidarietà fra segmenti sociali
È stata frutto della stessa logica la grave intimidazione rivolta, nei giorni precedenti, ad Haji, la studentessa del Liceo Machiavelli Capponi di Firenze, parte del Collettivo K1, segnalata ai Servizi Sociali a febbraio per aver partecipato alla protesta degli operai iscritti al SUDDCobas della Stireria Alba, davanti al negozio di Patrizia Pepe in Piazza Duomo a Firenze, a novembre scorso. La ragazza, al momento dei “fatti incriminati” ancora minorenne, è stata convocata con i genitori per un colloquio (un interrogatorio, di fatto) e poi si è vista la casa ispezionata, in sua assenza. Una violazione grave del diritto in assenza di un reato. Haji è stata poi invitata a non partecipare più a manifestazioni “per evitare conseguenze più gravi”. Un’intimidazione, diretta verso una cittadina italiana di origine marocchine, una ragazza come tante che però indossa l’hijab, e che, secondo il sindacato, è stata scelta in quanto unica studente di seconda generazione, tra chi manifestava quel giorno.
La mancanza di un’accusa specifica e la stessa opacità del procedimento (non è noto chi avrebbe fatto la segnalazione) indicano un clima in cui si cerca non solo di scoraggiare la solidarietà ma di criminalizzarla.
In Toscana la stretta è ancora più serrata; non tanto perché si tratta di una Regione guidata dal centro sinistra, ma perché le lotte dei SUDDCobas stanno scuotendo le basi di un sistema di sfruttamento, e lo fanno riuscendo a costruire solidarietà fra operai immigrati, studenti di ogni provenienza geografica e cittadini comuni.
Divisioni che rispondono a visioni differenti
Il “blocco unico al fascismo” chiesto da Bundu, tuttavia, non c’è stato: le manifestazioni antifasciste sono state due, ben distinte l’una dall’altra.
In Piazza delle Carceri, la manifestazione istituzionale con circa 400 persone, tante bandiere sindacali (specie della Cisl), ma anche un’enorme bandiera della pace. Lì sono confluiti PD, M5S, AVS, i sindacati confederali, ANPI, ANED, ARCI, assieme a Eugenio Giani, che ha parlato della Toscana come di “Regione dell’accoglienza e dell’integrazione”, e al deputato PD di Agliana (PT) Marco Furfaro. In tanti continuavano a chiedersi perché non ci fosse una piazza sola.
In Piazza Duomo, accanto ai lavoratori immigrati di SUDDCobas, arrivati appena smontato il presidio in piazza Europa, c’erano i movimenti, altre associazioni, Rifondazione Comunista, soprattutto, tanti giovani.









Da una parte, il palco e la musica dal vivo, dall’altra un camion e una cassa per gli interventi. Alla fine, la manifestazione di Piazza Duomo è confluita nella storica Piazza delle Carceri. Come se non fossero state mai divise.
Perché tutta questa difficoltà a schierarsi subito tutti dalla stessa parte? È il legalismo, spacciato per rispetto della legalità, che impedisce di stare dalla parte di chi occupa una piazza per impedire che essa possa essere conquistata da chi vorrebbe le nuove leggi razziali? O è la connivenza nei confronti del Capitale, che si sta allineando a politiche xenofobe mandando all’aria ogni pretesa di multiculturalismo?
Se “riconquista” evoca sinistramente le Crociate, il Vescovo di Prato Giovanni Nerbini, si è schierato apertamente contro, in linea con il messaggio di Papa Francesco sul tema. “Nell’enciclica Fratelli tutti ci ricorda che ‘una persona e un popolo sono fecondi solo se sanno integrare creativamente dentro di sé l’apertura agli altri’. Quando sono il sentimento della paura e l’atteggiamento di chiusura a farci affrontare e comprendere la realtà la conseguenza non può che essere l’intolleranza e il passo successivo è per forza di cose il razzismo.” Nerbini ha anche ricordato la scarsissima rappresentanza politica di cui, nella multietnica Prato, godono i cittadini di seconda generazione, lanciando l’idea della creazione di una consulta degli stranieri.
Lo ha fatto più robustamente e proattivamente della politica istituzionale, sempre troppo impegnata in calcoli elettorali, e che non dovrebbe limitarsi alla testimonianza in difesa della memoria e dei valori costituzionali. Non basta più e forse non è mai bastato. Schierarsi con una piazza occupata, con le lotte di lavoratori stranieri, con tanti studenti e persone solidali, è l’unica risposta possibile a chi ci vorrebbe tutti muti di fronte allo sfruttamento, a nostra volta subalterni, assuefatti a una vita di solo lavoro.
La divisione delle due piazze antifasciste pratesi riecheggia divisioni in corso anche a livello della politica nazionale; ed è sintomatica del fatto che il vero bersaglio delle teorie della Grande Sostituzione e della Remigrazione, ovvero i lavoratori immigrati, i loro figli, la classe sociale che complessivamente costituiscono, sono considerati un corpo estraneo anche da una fetta di politica che si dice progressista. Ma che di fatto, in Toscana e non solo, condivide con la destra la ritrosia ad accettare che la società italiana, oggi, è composta anche di questi segmenti sociali, e che questi segmenti sociali reclamano dignità e “una vita bella”, proprio come tutti gli altri.
CREDITI FOTO: © Silvia Giagnoni

