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Viviamo in una fase storica in cui la violenza non è più soltanto uno strumento del potere, ma il suo linguaggio ordinario. Guerre permanenti, repressione del dissenso, genocidio normalizzato, brutalità amministrativa: tutto concorre a produrre un clima in cui l’uso della forza viene percepito come inevitabile, persino “naturale”. In questo contesto, anche i movimenti antagonisti rischiano di interiorizzare la grammatica del potere che combattono. La violenza, da evento eccezionale, diventa abitudine; da trauma, si trasforma in rituale.
Il potere e la pulsione: perché la violenza seduce
Dal punto di vista psicosociale, la violenza esercita una funzione precisa: riduce la complessità.
Nelle fasi di angoscia collettiva, il conflitto viene semplificato in dicotomie primitive: noi/loro, amici/nemici, bene/male. La violenza offre una scarica immediata alla frustrazione, una forma di godimento regressivo che placa temporaneamente l’impotenza.
Ma questo stesso meccanismo è la fonte principale della forza del potere. Il potere non teme la rabbia: la governa. Non teme lo scontro: lo organizza. Trae energia da ogni dinamica che produca paura, caos, dolore, polarizzazione.
Sul piano psichico, lo scontro violento in piazza attiva dinamiche di identificazione proiettiva: l’altro viene ridotto a pura funzione nemica, e ogni gesto diventa giustificabile.
È la stessa struttura mentale che consente ai regimi di disumanizzare interi popoli.
Forze dell’ordine e alienazione: l’eccezione che si ritorce
Le forze dell’ordine occupano una posizione psichicamente instabile. Sono chiamate a incarnare la legge, ma subiscono a loro volta l’arbitrio del potere. Difendono l’ordine, ma vivono spesso in condizioni materiali e simboliche di precarietà. Qui si inserisce la dinamica dell’eccezionalismo securitario, oggi sempre più modellato su pratiche e dottrine importate da contesti coloniali e di occupazione. L’indottrinamento è necessario proprio perché l’identificazione non è naturale.
Quando un apparato deve spiegare ossessivamente a sé stesso perché ciò che fa è giusto, significa che una frattura interna è già aperta. Questo produce dissonanza cognitiva e scissione: da un lato il ruolo, dall’altro l’esperienza umana concreta. Ed è in questa frattura che, talvolta, emergono esitazioni, disapplicazioni, simpatie latenti.
La violenza richiesta dall’alto non è neutra: lascia tracce. E chi è costretto a esercitarla scopre spesso di essere, a sua volta, oggetto dell’eccezione.
L’infantilismo antagonista e il desiderio di sostituzione
Una parte dei movimenti antagonisti continua a interpretare lo scontro come prova di autenticità politica. Questa postura ha una forte componente immaginaria: lo scontro come scena epica, il nemico come figura totale, la violenza come rito identitario.
Qui agisce spesso un desiderio di sostituzione: non abolire il potere, ma prenderne il posto.
Non estinguere la logica dell’oppressione, ma invertire i ruoli.
È una dinamica ben nota: chi non elabora il trauma finisce per ripeterlo, identificandosi con l’aggressore. Questo tipo di radicalità è funzionale al sistema che dice di combattere.
Produce minoranze rumorose, facilmente isolabili, criminalizzabili, utilizzabili come prova della “necessità” della repressione.
La non-violenza come scelta adulta e conflittuale
Radicalizzare il rifiuto della violenza non significa negare il conflitto. Al contrario: significa assumerlo fino in fondo, senza scorciatoie pulsionali. La non-violenza non è pacificazione, ma sottrazione strategica. È il rifiuto di partecipare a una messinscena che rafforza il potere.
Sul piano psichico, è una posizione adulta: tollerare la frustrazione, rinunciare al godimento immediato dello scontro, mantenere aperta la complessità. Una piazza che rifiuta la violenza disinnesca la narrazione emergenziale. Costringe lo Stato a mostrarsi per ciò che è: un potere che colpisce anche quando non è provocato.
Solidarietà di classe e diserzione comune
La dicotomia “piazza contro divisa” è una semplificazione funzionale al potere. Essa cancella il fatto che entrambi i soggetti appartengono, con ruoli diversi, alla stessa struttura di sfruttamento.
Riconoscere l’umanità oltre la divisa non è indulgenza morale. È un atto politico che introduce una faglia simbolica nell’apparato repressivo. La diserzione non avviene per eroismo individuale, ma quando diventa psichicamente pensabile. Quando l’identificazione con il popolo diventa più forte di quella con l’ordine impartito. Il rifiuto collettivo dello scontro apre questa possibilità. Non garantisce risultati immediati, ma lavora in profondità, sul tempo lungo.
Estinguere la logica dell’oppressione
La vera vittoria di un movimento non è la sconfitta fisica del suo avversario. È la perdita di legittimità del potere che lo comanda. La rivoluzione non è un cambio di guardia, ma una trasformazione del campo simbolico: la violenza smette di apparire inevitabile, l’obbedienza smette di sembrare naturale, lo scontro perde la sua aura seduttiva.
Disertare la violenza non è rinuncia. È una forma più esigente di lotta. Non rispondere alla violenza significa rifiutare di diventare ciò che ci opprime. Disertare il conflitto fisico è il primo passo per vincere quello politico.


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