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A non siamo di fronte a una “emergenza umanitaria” nel senso neutro e accidentale del termine. Siamo di fronte alla produzione sistematica di condizioni di morte, in cui fattori ambientali – pioggia, freddo, fango – divengono letali perché si aggiungono a precise scelte politiche e militari che, per decenni, hanno pianificato e sistematicamente messo in atto le condizioni per arrivare a tale crisi umanitaria, distruggendo ogni impianto e struttura, bloccando e sabotando le attività di e di , negando il passaggio di cibo e di beni di prima necessità dai valichi di .

Nei campi di sfollati, circa quasi due milioni di palestinesi vivono in tende improvvisate, fragili, prive di isolamento termico, fatte di stracci, cartoni, teli di plastica, senza accesso ad , servizi igienici, elettricità o cure mediche.

In un territorio deliberatamente privato delle infrastrutture minime di sopravvivenza, eventi climatici ordinari si trasformano in strumenti di annientamento. I recenti decessi causati da crolli e allagamenti non sono incidenti: sono esiti prevedibili e programmati.

Ciò che colpisce non è solo la violenza materiale, ma il modo in cui essa viene normalizzata nella narrazione dei mainstream. La morte per freddo, per fame o per mancanza di cure, viene inscritta nel registro dell’inevitabile, del “contesto bellico”, del “danno collaterale”. In questo modo, la responsabilità politica viene dissolta in una apparente causalità naturale.

Questa dinamica ha un nome: naturalizzazione della violenza.

È uno dei meccanismi più efficaci di disumanizzazione. È normalizzazione del contesto oppressivo e genocida in cui si inscrive.

Corpi protetti e corpi esposti

Ogni ordine , ogni forma di potere, stabilisce una gerarchia dei corpi. A Gaza questa gerarchia è radicale ed estrema: da una parte corpi iperprotetti, equipaggiati, riscaldati, militarmente assistiti; dall’altra corpi strutturalmente esposti, lasciati alla pioggia, al freddo, alla fame.

Non si tratta di un effetto collaterale della guerra, ma di una ideologia e tecnologia di governo per cui si può decidere – senza drammi morali e senza che ciò generi scandalo – che c’è chi può essere tranquillamente esposto alla morte. Affinché questo sistema possa reggere, è necessario un massiccio di rimozione collettiva, attuata anche nella stessa presentazione dei fatti.

Il corpo di un bambino palestinese che muore di freddo non deve diventare soggetto, ma restare un dato, una cifra, un’astrazione. Perché se irrompe come corpo reale – con un nome, un volto, una storia – incrina la narrazione dominante e produce angoscia. E l’angoscia, se non viene attraversata ed elaborata, viene difensivamente trasformata in negazione, cinismo, giustificazione.

Teologia, territorio e pulsione di morte

Per legittimare il dominio territoriale, viene mobilitato l’ambito teologico. Alcune correnti del religioso al potere in Israele, propongono una lettura esclusiva e proprietaria della terra, concepita come possesso divino assoluto, non condivisibile. In questa visione, il palestinese non è riconosciuto come altro, non è qualcuno con cui convivere, ma rappresenta un ostacolo alla realizzazione di un destino escatologico.

La religione smette di essere spazio simbolico e diventa apparato ideologico, funzionale a una politica di eliminazione. Tale lettura tradisce la stessa tradizione biblica che pretende di difendere: il Levitico afferma chiaramente che la terra non appartiene agli uomini, ma che gli uomini sono ospiti, chiamati a una responsabilità reciproca.

Siamo di fronte a una sacralizzazione della pulsione di morte, in cui l’annientamento dell’altro viene vissuto in maniera ossessiva, come atto necessario, purificatore, quasi redentivo. È una dinamica regressiva, tribale, che ha bisogno di vittime per mantenere la propria coesione interna.

Il diritto internazionale come limite rimosso

Il diritto internazionale umanitario è chiaro su questi punti. Il blocco imposto a Gaza configura una punizione collettiva, vietata dal diritto consuetudinario. Il blocco e l’ostruzione sistematica degli aiuti alimentari e dei beni di prima necessità viola obblighi immediati, in particolare vi è il divieto di utilizzare la fame come arma di guerra. La distruzione delle condizioni di vita rientra pienamente nella definizione giuridica di contenuta nella Convenzione del 1948.

Ciò che appare paralizzato non è il diritto in sé, ma la volontà politica di applicarlo. Tale paralisi produce effetti devastanti: il messaggio implicito è che il diritto vale solo per alcuni e “solo fino a un certo punto”. È qui che il sistema internazionale perde credibilità e genera una frattura profonda tra norma e realtà.

Oltre la rimozione

Nessuna terra può dirsi sacra se reclama la morte di bambini. Nessuna fede può giustificare non solo l’eccidio sistematico di civili, ma pure l’esposizione deliberata di un popolo a una distruzione lenta, climatica, biologica.

Rileggere oggi il Levitico – come il diritto internazionale – significa riaffermare dei principi necessari alla convivenza civile, limiti etici alla visione egoica del mondo: il potere non può essere assoluto, la terra è bene comune, l’altro non è sacrificabile.

In questo quadro la posta in gioco non è solo Gaza, ma il tipo di mondo che stiamo normalizzando. Continuare a rimuovere significa preparare il terreno a nuove forme di violenza, sempre più legittimate perché rese sempre meno visibili. Affrontare questa realtà, invece, implica una scelta etica e politica netta: o la convivenza come fondamento, o il crimine come sistema.

E su questa scelta, prima o poi, nessuna società potrà dirsi neutrale.


CREDITI FOTO: © Hamed Sbeata

Autore

  • Michele Borgia

    È responsabile comunicazione di Freedom Flotilla Italia.

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