Alla fine, sia pure con grande ritardo e grandissimi mal di pancia, il Comune di Roma si è aggiunto alla già lunga lista di quelli che avevano deciso di esporre la bandiera palestinese, adottare sanzioni verso Israele e attivarsi per il riconoscimento dello Stato di Palestina. Non si è trattato di un parto indolore, anzi, il travaglio è stato lungo e tribolato.
Tutto è iniziato alla fine dello scorso luglio, quando la capogruppo Linda Meleo e gli altri Consiglieri del Movimento 5 Stelle hanno presentato una mozione urgente in Assemblea Capitolina che impegnava il Sindaco e la Giunta ad esporre la bandiera palestinese, interrompere i rapporti in essere fra le aziende comunali e quelle israeliane ed a sollecitare il governo nazionale a riconoscere lo Stato di Palestina. In quel momento, il Partito Democratico non trovò di meglio da fare che scappare dall’aula consiliare, insieme ai suoi alleati, facendo così mancare il numero legale. La pausa estiva fece il resto.
Il Sindaco Roberto Gualtieri e i suoi Consiglieri, però, non avevano fatto i conti con la determinazione di Linda Meleo, dei suoi colleghi del M5S e – soprattutto – con l’indignazione montante in tutto il Paese nei confronti del genocidio e della pulizia etnica messi in atto dallo Stato di Israele contro il popolo palestinese, oltre che delle continue aggressioni dello stesso contro altri Paesi come il Libano e la Siria. Alla ripresa dei lavori consiliari, martedì 16 settembre, il Movimento 5 Stelle presenta una nuova mozione, che stavolta chiede soltanto di esporre la bandiera palestinese sul palazzo del Campidoglio. Su ordine della capogruppo Valeria Baglio, i Consiglieri del PD in aula si astengono, affossando anche questa mozione. E si scatena la baraonda.
Nei giorni precedenti, comitati, associazioni e anche la CGIL avevano manifestato per sollecitare il Campidoglio a schierarsi apertamente in solidarietà con il popolo palestinese e contro il genocidio; e la stessa sera dell’astensione del PD migliaia di persone avevano percorso unite il centro della città. Dall’interno dello stesso PD si erano levate voci indignate in tutta Italia e si dice che la capogruppo romana Baglio abbia passato più di un brutto quarto d’ora. Solo voci, ma sta di fatto che il giorno dopo Valeria Baglio ha annunciato alla stampa che il PD avrebbe messo ai voti in Assemblea Capitolina una mozione praticamente identica a quella dei 5 Stelle affossata a fine luglio: esposizione della bandiera palestinese in Campidoglio, interruzione dei contratti in essere con aziende israeliane e invito a riconoscere lo Stato di Palestina. Inoltre, veniva espressa solidarietà alla Global Sumud Flotilla, la flotta di imbarcazioni che stava per prendere il largo verso la Striscia di Gaza per portare sostegno politico e aiuti umanitari. Naturalmente, a quel punto la mozione non poteva che essere approvata, con i voti della maggioranza di centrosinistra, del Movimento 5 Stelle e dei Consiglieri del gruppo di Azione, e così è stato: dalla sera di giovedì 18 settembre 2025, la bandiera palestinese sventola sul Palazzo Senatorio in Campidoglio. Ma non da sola. Le è stato affiancato un fiocco giallo che sta a indicare il “sostegno della liberazione dei rapiti israeliani ancora ostaggi dei terroristi di Hamas”, scrive ADN Kronos. L’iniziativa è stata presa dallo staff del sindaco.
Le reazioni a quanto avvenuto sono state d’altra parte quelle prevedibili: alla soddisfazione della grande maggioranza dei cittadini romani, della Comunità Palestinese, del mondo dell’attivismo e della solidarietà ha fatto riscontro la rabbia della comunità ebraica, il cui Presidente Victor Fadlun ha dichiarato che “Vedere la bandiera palestinese sventolare sul Campidoglio è un colpo al cuore per gli ebrei di Roma”. Fadlun ha parlato di una scelta divisiva, sottolineando che si tratta della “stessa bandiera che viene sventolata nelle piazze pro-Pal, accompagnata dalle parole d’odio di chi vuole cancellare Israele e perpetuare l’orrore del 7 ottobre. Un simbolo che aggrava pericolosamente il clima di antisemitismo dilagante e alimenta l’incertezza in cui è costretta a vivere oggi la comunità ebraica di Roma”. Il Presidente della comunità ebraica romana – subito spalleggiato dall’ambasciatore israeliano a Roma: all’ANSA ha dichiarato che la mozione “fa il gioco di Hamas” – ha ricordato anche il grave attentato che colpì la Sinagoga di Roma nel 1982, dove rimase ucciso il piccolo Stefano Gay Tachè, un bambino di appena due anni, e molti rimasero feriti: Ha evitato però di ricordare che l’atto terroristico fu opera di un gruppo estraneo all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, il cui capo, il tristemente famoso Abu Nidal, era stato condannato a morte dallo stesso Yasser Arafat. Per dirla tutta, Fadlun ha dimenticato anche di citare i quattro Palestinesi assassinati a Roma in quegli anni, probabilmente ad opera dei servizi israeliani, come ci ricorda un articolo uscito su Contropiano tre anni or sono: “a Roma il 17 giugno del 1982, furono uccisi due militanti palestinesi. Uno Nazim Mathar, di 20 anni e giornalista del quotidiano “Al Amba”, venne freddato a colpi di pistola sotto casa in via Tranvaglia a Montesacro. L’altro, Kamal Youssef Hussein, vice responsabile dell’Olp in Italia, dilaniato dalla bomba posta nella sua automobile nel quartiere Appio-Latino.
I due attentati mortali, avvenuti a Roma quattro mesi prima dell’attentato alla Sinagoga dell’ottobre 1982, vennero organizzati dal Mossad israeliano. Lo stesso Mossad che l’anno prima, l’8 ottobre 1981, all’Hotel Flora di Roma aveva ucciso con una bomba il dirigente palestinese Majed Abui Sharar e nove anni prima – 16 ottobre 1972 sempre a Roma – aveva ucciso sotto casa a colpi d’arma da fuoco l’intellettuale palestinese Wael Zwaiter”.
La mozione del Movimento 5 Stelle chiedeva anche l’interruzione dei contratti in essere fra le aziende di Roma Capitale ed aziende israeliane. In particolare, i rapporti fra ACEA (la partecipata capitolina che si occupa della gestione dell’acqua e dell’energia) e Mekorot, azienda israeliana che ruba l’acqua ai territori palestinesi e fra Farmacap, azienda che gestisce le 46 farmacie comunali, e TEVA, la multinazionale farmaceutica israeliana, leader nel settore dei farmaci gennerici, la cui filiale italiana lo scorso anno ha fatturato più di 450 milioni di euro. Orbene, la mozione approvata in Campidoglio si occupa di Mekorot (la cui attività effettiva a Roma risulta, peraltro, dal punto di vista economico risibile, secondo quanto siamo riusciti a ricostruire) ma ignora completamente la ben più lucrosa – per Israele – relazione fra Farmacap e TEVA. Un’omissione che salta agli occhi, tanto che la Comunità Palestinese l’ha rilevata nel suo comunicato successivo alla mozione; e la Consigliera Linda Meleo è intenzionata a riportare la vicenda in Assemblea Capitolina. Alcuni, fra cui chi scrive, ipotizzano che vi sia stata una sorta di patteggiamento fra un PD che doveva trovare il modo di salvare la faccia e la tutela degli interessi economici israeliani, dato che l’interruzione dei rapporti fra Farmacap e TEVA porterebbe ad una rilevante diminuzione dell’afflusso di denaro verso Tel Aviv, quantificabile in diversi milioni di euro, mentre l’operazione Mekorot appare, tutto sommato, a costo zero; e, come si dice, c’est l’argent qui fait la guerre.
CREDITI FOTO: Agenzia DIRE

Ex operatore sociale, marxista convinto, attivista per i diritti umani, innamorato di Irlanda e Palestina. In poche parole, un tipaccio.

