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Un’inchiesta di Al Jazeera pubblicata a fine maggio scorso sulle occupazioni illegali dell’ ha denunciato come, negli ultimi tre anni, Israele stia mettendo in atto il piano di espandersi nella regione del Levante, occupando un’aera di circa 100mila ettari, una superficie maggiore della città di New York. Gli analisti di Al Jazeera hanno confrontato le mappe ufficiali israeliane pubblicate in seguito ai vari accordi di cessate il fuoco con le immagini satellitari, i sistemi informativi geografici (GIS) e le statistiche dell’Armed Conflict Location and Event Data Project (ACLED). In tutte le zone coinvolte, ovvero Gaza, sud del e sud della Siria, c’è una forte discrepanza.

A Gaza, come è stato riportato su Kritica già mesi fa, a seguito dell’accordo del cessate il fuoco ad ottobre 2025 Israele ha determinato una “linea gialla” oltre alla quale non avrebbe dovuto spingersi. In realtà, da allora, lo Stato ebraico ha invaso il nord di Gaza, estendendosi di ben oltre 20mila ettari di terra, fagocitando almeno il 54,7% del nord della Striscia.

Nel sud del Libano, invece, dopo il cessate il fuoco di aprile 2026, le mappe ufficiali includerebbero nella zona cuscinetto un’area di 57mila ettari ma le immagini satellitari acquisite successivamente mostrano come gli israeliani stiano demolendo gli edifici nei villaggi e nelle città oltre alla linea gialla, Zawtar al Sharqiya ne è un esempio.

Riguardo alla situazione siriana, Israele ha tratto profondo vantaggio dai cambiamenti che ci sono stati nel Paese e dalla posizione di giustificata debolezza in cui si trova la Siria che, dopo tredici anni di e dopo un regime che ha lasciato ferite profonde nella società siriana, è ora impegnata nella ricostruzione di un intero apparato statale che non abbia legame alcuno con quello passato degli Assad.

In tal senso, il nuovo Governo è fortemente proteso verso il di transizionale, intesa nella completa epurazione delle ex figure statali e militari legate al vecchio regime e nei processi giudiziari a loro carico. Ahmed al Sharaa sta aprendo la Siria alla comunità attraverso incontri con i capi di Stato, la partecipazione al G7 per la prima volta del Paese, l’ di varie personalità e delegazioni estere in visita in Siria, come quella di Macron ieri e quella vaticana lo scorso giugno. Trump ha definito al Sharaa un “attractive guy [with] a tough past” (un ragazzo attraente dal passato duro) e qualche settimana fa lo ha invitato a combattere Hezbollah in Libano dato che, secondo la sua opinione, Israele non è in grado di svolgere il lavoro. Tuttavia, come abbiamo riportato su Kritica [vedi articolo qui in basso, ndr], il Presidente siriano ha rifiutato, sostenendo di rispettare la degli altri Stati e ribadendo che la priorità della Siria è la ricostruzione.

Non è la prima volta che Ahmed al Sharaa delude Trump. Il primo episodio risale al memorabile incontro alla Casa Bianca, rimasto impresso anche per la scena in cui il tycoon gli spruzzò uno dei suoi profumi. In quell’occasione Trump chiese ad al Sharaa di firmare gli Accordi di Abramo per avviare la normalizzazione dei . Sono passati otto mesi da allora ma al Sharaa continua a sostenere che sia impossibile per la Siria aderire agli Accordi fintanto che Israele occuperà il Golan.

Dal 1967, infatti, lo Stato ebraico occupa le alture del sud ovest della Siria, come bottino delle Guerra dei Sei giorni.

Oltre a questa occupazione imposta e, per qualche motivo, normalizzata, c’è una zona cuscinetto sotto l’osservazione dell’UNDOF (United Nation Disangagement Observer Force), la forza di peacekeeping dell’ONU creata nel 1974 dopo la Guerra del Kippur per monitorare il cessate il fuoco e la zona di separazione tra i due Paesi.

Dopo la caduta del regime di Assad, Israele ha occupato la zona cuscinetto, ha preso il controllo di posizioni strategiche come la parte siriana del Monte Hermon, ha eseguito un totale di 800 incursioni da dicembre 2024 a gennaio 2026, spingendosi quasi alle porte di Damasco. Come nell’agosto 2025, quando ha effettuato un raid fino all’area di al Kiswah, a soli 10 km dalla capitale siriana, uccidendo sei militari del nuovo esercito siriano. A novembre dello stesso anno ha eseguito un raid a Beit Jinn, nella campagna sud-occidentale della capitale, uccidendo anche in quell’occasione 13 siriani e ferendone molti altri. Nei soli mesi di novembre e dicembre gli osservatori hanno registrato 200 tra incursioni e attacchi, compresi contro civili, arresti, detenzioni ed uccisioni arbitrarie.

Israele è abile nel muoversi in situazioni contestate sul piano del diritto internazionale, cercando di ottenere successivamente una legittimazione politica delle proprie azioni. Infatti, per legittimare in qualche modo l’occupazione della Siria, nel marzo 2026 ha annunciato un programma di sminamento collegato alla “Easter Border Security Barrier” per una spesa di 60 milioni di dollari. La scusa sarebbe la bonifica dalle mine di 300 ettari di terra nel sud della Siria. Tuttavia, le dimensioni dell’investimento gettano più di un sospetto sulle reali intenzioni. L’ordine effettuato da Israele a Ondas, la società statunitense quotata al Nasdaq specializzata nella robotica militare, ammonta infatti a un totale di 1,7 miliardi di dollari, 50,7 milioni in più oltre alla spesa per lo sminamento. Il piano sembrerebbe dunque quello di occupare gran parte del sud della Siria e per farlo ci vogliono soldi.

La missione è a buon punto dato che, secondo sempre l’inchiesta di Al Jazeera citata a inizio articolo, Israele si è esteso 63 km oltre alla zona cuscinetto, fino alle campagne di Daraa e, nell’ultimo mese, nel bacino del fiume Yarmouk, arrivando ad occupare 23.500 ettari di territorio siriano. Le aree in questione si sovrappongono all’antica regione biblica di Bashan, un territorio che alcuni coloni rivendicano come parte della Terra d’Israele. A tale scopo hanno fondato il movimento denominato “I Pionieri di Bashan” ed ultimamente stanno compiendo diversi tentativi per entrare in Siria. Lo scorso maggio una decina di “pionieri” è riuscita ad entrare nel Governatorato di Daraa, occupando per qualche ora i tetti delle abitazioni civili. Pochi giorni fa un altro centinaio di coloni ha marciato dal Golan occupato verso Quneitra, venendo per ora rimandato indietro dall’esercito israeliano.

Dopo la caduta del regime di Assad, Netanyahu ha approvato un piano di sviluppo per il Golan che prevede il raddoppio dei coloni nella regione, ed ha chiesto la demilitarizzazione, da parte del nuovo esercito siriano, delle province di Quneitra, Daraa e Suwayda, ovvero di terre appartenute sempre alla Siria. Queste mosse sarebbero, nelle parole di Netanyahu, a scopo difensivo, come se i 120mila ettari di Golan occupato più i 23.500 di terra cuscinetto dell’UNDOF non fossero sufficienti a separare i due Paesi. Rispondono alla tipica strategia israeliana di rimettere sempre in discussione i confini, invadendo e occupando e contemporaneamente giustificandosi con la paura di venire invasi dai propri vicini. 

Un’altra scusa che Israele sta adoperando per giustificare l’egemonia nel sud della Siria è la difesa dei drusi [della situazione dei drusi siriani avevamo parlato largamente qui, ndr]. Nell’ultimo anno, infatti, ci sono stati diversi scontri tra le autorità del Governo di transizione e le milizie druse; le prime dichiarano di sedare i soprusi e i disordini che le milizie druse esercitano nei confronti dei civili (soprattutto beduini) a Suweyda, i secondi che vogliono mantenere l’indipendenza dal Governo siriano e proteggere i drusi da eventuali attacchi minoritari. Il proclamato Stato ebraico conta 150mila israeliani di etnia drusa, di cui molti arruolati nell’IDF. 

A fronte di tutti questi attacchi, le autorità siriane stanno ripetutamente denunciando la condotta di Israele al Consiglio di sicurezza dell’ONU, tramite lettere ufficiali di denuncia, come quella presentata il 7 aprile 2025 dal Ministero degli Esteri del Governo di transizione e tramite richieste ufficiali di adottare misure decisive per fermare le ripetute aggressioni, come è stato fatto più volte durante l’estate 2025. Nel mese di agosto scorso l’avvocato britannico-siriano Ibrahim Olabi è stato nominato rappresentante permanente della Siria all’ONU e da allora la voce della Siria si è fatta più presente e più assidua; le denunce che gli attacchi stiano minando la ricostruzione del Paese e le richieste di intervenire in modo incisivo per tutelare la sovranità siriana sono continuative. Anche gli osservatori ONU hanno redatto report per denunciare ciò che Israele sta attuando in Siria, denunciando la condotta come possibile crimine di guerra. Tuttavia, ad oggi, l’ONU non ha applicato nessuna misura coercitiva contro Israele, limitandosi a rinnovare formalmente il mandato dell’UNDOF fino al 30 dicembre di quest’anno.

La Siria, intanto, non potendo reagire militarmente per evitare di innescare un nuovo conflitto che, dopo tredici anni di guerra, non potrebbe assolutamente permettersi, non può che continuare a presentare denunce formali al Consiglio di sicurezza dell’ONU ed implementare restrizioni contro Israele, come la promulgazione dello scorso 19 maggio della Legge n. 109 del 2026, che include l’articolo 112 e 206 volti a rafforzare il boicottaggio dell’importazione dei prodotti israeliani e considerandone il traffico illegale grave al pari delle armi e dei narcotici.

Bambini di Daraa aiutano a piazzare i massi per bloccare l'avanzata israeliana.
Bambini di Daraa aiutano a piazzare i massi per bloccare l’avanzata israeliana.

Nel suo piccolo, nonostante il rischio di complicare i rapporti con gli USA, la Siria sta muovendo un duro messaggio contro Israele, nelle parole e nei fatti, non rispondendo alle provocazioni militari e nemmeno a quelle verbali di Sa’ar e Ben-Gvir, che hanno esortato all’assassinio di al Shaara. E mentre il Governo libanese, lo scorso 26 giugno, ha firmato gli accordi trilaterali con gli USA ed Israele, accettando la presenza militare israeliana nel sud del Paese con ritiro condizionato al disarmo di Hezbollah, i cittadini siriani resistono all’avanzata dell’IDF piazzando massi per le strade della provincia di Daraa. Si uniscono all’attesa, assieme ai palestinesi, di un intervento decisivo da parte dell’ONU, dell’Europa e della comunità internazionale.


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Autore

  • Elena Calogiuri

    Laureata in lingua, letteratura e cultura araba con una tesi sulla letteratura moderna in Siria e Palestina. Dal 2013 si dedica alla Siria, pubblicando articoli di cronaca ed approfondimento su testate giornalistiche italiane. Dallo stesso anno inizia l’attività umanitaria, lavorando nell’ultimo decennio soprattutto con rifugiati siriani e palestinesi in Siria, Turchia, Grecia, Malta, Cipro ed Italia. Tra le associazioni con cui ha lavorato si annoverano Medici Senza Frontiere, EUAA ed UNRWA.

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